02/02/18

Senza comodini, ma con Verdine White


In questo periodo mi sto abboffando di funk.
Funk a colazione, pranzo e cena. Non è una novità. Nella mia formazione il funk ha avuto un ruolo fondamentale, anche per capire che se muovo la mente il mio culo mi seguirà.
Ho percorso chilometri e chilometri di P-Funk, funk commerciale, James Brown e affini, persino certe belle pagine di discomusic attraversate da linee di basso gonfie, spropositate, veementi.
Ho sempre rifiutato di fossilizzarmi su un solo genere, ma è chiaro che ho le mie preferenze. Il funk, nel mio cuore, non ha mai abdicato.
E così, in questi giorni strani e trascorsi a barcamenarmi tra le vasche del limbo, i bordi di una rinascita che appena comunicata perde valore e gli impulsi più virulenti che mi ricordano quanto per me sia fondamentale combattere, riemergono dalle nebbie di anni lontani vecchi e invitti eroi che non ho mai dimenticato. Larry Graham, Bootsy Collins, Verdine White, Francis Rocco Prestia e mille altri. Non posso impedirmi di muovere la testa, battere il piede, astrarmi da quegli strani disegni di luce e pece che vedo sui muri dei miei giorni, quei brevi viaggi andata e ritorno dall'inferno, quei momenti elettrici di agitazione che non si capisce cosa realmente lascino presagire, se la definitiva dannazione o un nuovo percorso.

Poi mi ritrovo a tarda sera a scegliere brani che andrebbero bene per una festa erotica su una spiaggia, come “Universal love” degli Ananda Project. Anche lì, finisco per muovere la mente e il culo. Studio nuovi addii, ogni tanto fatico a concentrarmi, e vale la vecchia regola: riesco ancora a fottermene del cottimo emotivo, della precarietà, delle lotte che a volte ti sfuggono da dosso e sembrano sfide illogiche ai mulini del vento.
L'altra sera ho dovuto interrompere una sigaretta sul balcone per cazzi miei perché una coppia stava praticando del sesso orale in auto, proprio perpendicolari al mio sguardo. La testa della donna andava su e giù. Ho avuto un brivido di nausea. Sono finiti gli anni (e lo spirito) del voyeurismo malandrino e leggero, per cui sono rientrato con la sigaretta a metà. Che noia i pompini in auto.
La mattina dopo sono uscito presto e sul luogo del fattaccio ho trovato una quantità indescrivibile di carte di caramelle all'eucalipto. Non so se collegare quest'ingordigia all'atto della fellatio, fatto sta che ne hanno consumato un'intera confezione. Mi è venuto da ridere.

Vado nei posti. Saluto gente che non so chi cazzo sia. Loro salutano me senza sapere cosa io voglia o desideri. Funziona così. Rispondo a degli annunci lavorativi. Le conversazioni sono surreali, se non surrealiste. Per un posto di aiutante a non so chi e cosa, mi hanno chiesto di mostrare buona volontà al telefono. Come se a una donna pronta a ricevermi le presentassi una fotocopia con il mio pene, ingrandita come in “Filth”. E ancora, gli invasati del voto, della politica pulita e lavata come insalata, e ancora i vaniloqui su che mondo lasciare ai nostri figli. Percepisco solo brandelli di discorsi, ai quali comunque partecipo esclusivamente come uditore dopato, anestetizzato, facile al disgusto leggero, quello che ti fa sorridere come un ebete e non provoca violenza.
Un tizio che conosco di vista mi ha detto “la felicità è importante”. Grazie per la dritta, coglione.
Il tabaccaio ha protestato perché gli ho presentato una banconota da cinquanta euro per un solo pacchetto di sigarette.
E ora come cambio?”
Non saprei, faccia lei”
Mi è difficile cambiare”
Per me è difficile avere altre banconote da cinquanta”

Non so bene cosa sta succedendo dentro e accanto, sopra e sotto, ai lati del mio sguardo periferico, quindi alla mia massima periferia dell'anima. Forse sono come James Gandolfini in “Non dico altro”, uno che può vivere senza comodini, uno definito dalla sua ex moglie “un perdente”.
Uno che ha bisogno più di linee di basso che di vacanze per stare bene. Uno che risponde vagamente, in presente assenza, alle sollecitazioni verbali di sconosciuti e non.
Questo è un momento di crisi, di crescita, di confusione, di caos. Tutte C. Leggerissimo e pesantissimo, ho meno voglia di scrivere del solito. Mi sento più indulgente con tutti. Non con me stesso, ma è una tattica. Tra un colloquio di lavoro e un altro, ascolto gli Earth, Wind&Fire e conduco la mia solitaria lotta di classe, nel senso che demolisco ogni residuale volontà di appartenere a una classe minimamente privilegiata. Desidero solo stare tranquillo e che non mi si rompano i coglioni con questioni generaliste alle quali non posso contribuire in alcun modo, se non fingendo. E io detesto fingere.

Sta cambiando tanta roba. Sopra e sotto di me, e nella periferia sconsacrata -ma non sconsolata- della mia anima. Spesso mi sembra di non avere un'età. E neanche passato. Il che è assurdo. Mi sembra di essere nato ieri. O di avere duecento anni. Dipende dai momenti. La quotidianità è complicata oltre ogni livello previsto e immaginato, quindi sono arrivato a detestare le chiacchiere.
Scrivo questa nota senza neanche sapere cosa voglio scrivere e dove sto andando a parare. Non ho un messaggio da lasciare. Neanche a me stesso. So solo che ho bisogno di lottare. E basta. La vitalità è il corpo a corpo con l'aura spettrale dei giorni scuri. In fondo, che noia mortale la decadenza e la disperazione stilizzata. È roba per stronzi con il foulard al collo che scrivono cose insincere e non provano davvero il senso di dissipazione che serve per fottersi sotto e sopra, e nella periferia desertificata dell'anima.
Ad oggi, non so bene che ne sarà di me. Non mi piacciono i comodini. Ho sempre sognato il punto zero, il grado zero, lo zero al neon acceso di notte, utile a capire che tutta questa smania di definizioni e di ripartenze altro non è che un becero palliativo per non guardare la vita da quella visuale che si chiama “sentimento di periferia permanente”.

Anche oggi non sento di avere un'età definita. Vecchio, neonato, in corso, fantasma. Chissà. La smania di ordine che vedo in giro non mi convince. Finisco con l'astrarmi e tuffarmi nel funk. Di notte ascolto musica improbabile, più adatta alle sagra di caramelle all'eucalipto. Mi sposto verso qualcosa e mi ritrovo in alto mare. Provo a nuotare e percepisco la terra sotto i piedi. Caos, confusione, crisi, crescita. Lotta senza vessilli accesi, e dunque lotta reale, con esito non scontato e vistose defezioni nelle retroguardie.


©Luca De Pasquale 2018











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