27/02/18

Mestieri inventati di serie B



Nel gioco delle professioni che si faceva da ragazzi, non è che ne avessi molte da indicare, tra quelle che potevano interessarmi.
Restavo puntualmente perplesso quando sentivo “avvocato”, “notaio”, “medico”, “professore universitario” e ancor peggio “libero professionista”, perché le ritenevo delle scelte abusate; oltretutto partivo con il preconcetto alla rovescia che voleva queste professioni praticabili solo grazie a una solida famiglia alle spalle.
Da ragazzo, come il peggiore degli illusi, pensavo alla scrittura come una professione. Scrittura non giornalistica, per giunta. Ancora più assurdo. Quindi o dicevo scrittore, oppure venditore di dischi, o anche “sbirro” (rifacendomi però a ruoli cinematografici à la Jean-Paul Belmondo e successivamente Jean-Pierre Melville). Sbirri silenziosi, taciturni, tormentati, persino ambigui, forse corrotti. Negli anni, amando sempre più il cinema francese, ho dovuto rendermi conto che quel modo di intendere le funzioni di polizia in Italia non esisteva o quasi.
No, non sognavo affatto di fare il rivoluzionario, il viaggiatore dei due mondi, l'attore acclamato, eccetera. Mi sentivo propenso a svolgere lavori non proprio subalterni, ma di certo non particolarmente popolari. Così poi è stato, così doveva essere. Soprattutto, quello che mi fa impressione ancora oggi è considerare che già da ragazzo, pensando alle mie possibili future professioni, escludevo a prescindere delle scelte redditizie. È un qualcosa che mi fa riflettere, quando mi soffermo a ricordare.

Sapevo di non avere vocazione per l'insegnamento. Sapevo che non sarei diventato un musicista, e se pure ci fossi riuscito avrei certamente vissuto una parabola simile a quella di oscure meteore post-punk, niente roba da stadi e arene, troppo poco metodo per diventare un jazzista, troppo poca supponenza emotiva per fare il “cantautore alternativo”, figura che oggi, in particolare in Italia, affascina le ragazze sensibili e quelli che giocano a fare i tipi alternativi over 40 pur senza condurne in porto l'asprezza reale (richiesta) dello stile di vita.

Devo fare una trucida ammissione. Non ho mai sopportato la borghesia alternativoide, quella che vive a pane e Wilco, quella che sembra scegliere altri ideali e invece continua a incassare con disinvoltura. Trovo incoerente giocare con l'esibizione della propria intelligenza e poi preoccuparsi tanto dell'estratto conto. Trovo più sopportabile chi si fotte presto nel sogno di diventare una rockstar maledetta, incontrare donne spaurite e dire tra i denti “inginocchiati e succhiamelo, baby”, rinnegando magari confusamente il padre e la madre, lo stato, la religione e la propria stessa vita. Ma questo è un altro discorso, che reputo più opportuno non approfondire per evitare un altro incremento sostanziale di inimicizie.

Quando ho iniziato a fare il commesso nei negozi di dischi, vedevo con chiarezza cosa pensava la gente attorno. Che ero stato addirittura fortunato a essere stato messo sotto contratto per un mestiere tutto sommato inesistente, basato “su un hobby personale”. Che si trattava di fare il commesso parlando di beni quasi incorporei. Che così come vendevo dischi avrei potuto vendere allo stesso modo pentole, preservativi, scarpe su misura, libri sulla vaselina birmana, eccetera. Molti “liberi professionisti” che venivano da me mi davano del tu da subito, senza disprezzo certo, ma disinvoltamente. Meglio chiarire subito i ruoli, no?
Quando qualcuno mi dava del tu, tranne rarissime eccezioni, replicavo con la stessa moneta, anche se il cliente aveva sopra i settant'anni.
Quando in negozio venivano dei giornalisti musicali conosciuti, trattavano i commessi con una certa educata superbia, facendo pesare il loro riconosciuto sapere, mettendo da subito le cose in chiaro: “Io scrivo di musica, tu la vendi. Stai al posto tuo”. Guai se mostravi di reggere i loro giochetti di citazioni apparentemente irraggiungibili. Guai se ti ponevi al loro stesso livello, palesando un giudizio, un'opinione fondata sui fatti e non solo sul gusto personale. Ce n'erano di spocchiosi, che venivano solo a rompere il cazzo e per giunta non compravano niente. Ti citavano a dispetto la trentacinquesima discendenza dei Talking Heads per metterti in crisi. Tu magari rispondevi a tono, senza ostentare la deferenza che cercavano. Era la fine. Da quel giorno in poi, non si sarebbero mai più rivolti a te, snobbandoti rumorosamente. Il pene piccolo è una brutta sorte per tutte le categorie.

Ora, le profezie circa la fine della mia già poco considerata professione si sono avverate. Davvero è un ruolo che non esiste più. Chi pensava, senza avere neanche i mezzi per giudicare, che il mio era un cattivo investimento ha avuto alla fine ragione. Nonostante questo, mi considero ancora un venditore di dischi a tutti gli effetti. Non rinnego e non ricuso niente. Non questo. Sarei un ingrato, uno sciocco. I dischi mi hanno dato da vivere per vent'anni, pur con tutte le difficoltà del settore. Grazie a cd e vinili sono andato via di casa, ho vissuto da solo, ho pagato le bollette, ho anche viaggiato. Ovviamente non ho potuto mettere niente da parte perché si campava sul vivo, scorticati fino alla fine del mese, e negli ultimi anni mi sono pure sentito il fiato il collo di gente incompetente che mi prometteva un futuro “ruolo di resposabilità” (inutile, stupido e anche da lacchè) che neanche mi interessava. Per soli cinquanta euro in più in busta paga ho visto molti diventare dei pietosi signorsì.

Quando sei senza lavoro, quando non sei più giovane e non rientri nemmeno nelle promesse elettorali dei partiti, pare si autorizzi il mondo circostante a dire sciocchezze. Una delle quali è che dei venditori di dischi non ha bisogno più nessuno. Il mondo ha la memoria corta. Oggi sembrano tutti innamorati di Amazon e della consegna a casa in un giorno cotta e mangiata, ma si dimentica che un consulente in carne e ossa varrà sempre di più di una marea di insulsi algoritmi. Chi ti consiglierà più gli Sniff'n The Tears, spiegandoti cosa facevano, doviziosamente? Chi riuscirà a farti comprendere che tutta la malinconia dei Felt è stata sottovalutata? E se dei Church conosci solo “Under the milky way” perché l'hai ascoltata in un programmino fighetto sugli anni ottanta, come farai a sapere come sono (non quanti ne ha fatti, bada bene) i dischi solisti di Steve Kilbey?
Ma tant'è. Il mondo va veloce. Si dimentica e dimenticando si crede di progredire, di mettersi alle spalle le cose difficili. Le cose fuori moda piacciono solo quando puzzano di collezionismo vintage eccentrico.

Con un (ex) lavoro come il mio, non si può neanche partecipare (per fortuna, direi) a quei circoli del pianto improntati alla rivendicazione della “fatica che manca”. Perché quando dici che vendevi dischi per vivere ti guardano come se fossi un marziano, pensando addirittura che potevi permetterti di svolgere una professione inesistente fingendo che fosse lavoro. Ti guardano come per dirti "ma che cazzo pretendi? Facevi qualcosa che non esiste e vorresti pure lavorare ancora?"
Datemi un negozio di dischi non più grande di un monolocale -dove per cortesia non si mangi pure, per carità- e datemi un altro mondo, vedrete quanti gruppi sconosciuti vi farò piacere e vi infilerò dove dico io.
Sottopelle, naturalmente.

©Luca De Pasquale 2018








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