04/02/18

Ma dove è finito il vuoto nelle foto?


Proprio non sopporto più quelli con la sindrome della dimostrazione di efficienza, ottima socialità e larghe conoscenze. È solo esibizionismo. Patetico, sciocco, ambiguo e sciatto esibizionismo.
Tra giornalisti musicali che pubblicano per la settantesima volta la loro unica foto con un Jimmy Page annoiato, lettori seriali che si fanno ritrarre accoccolati vicino al loro idolo, presenzialisti che fotografano qualsiasi contesto li accolga, finisce che io debba chiedermi: “Ma dove cazzo è finito il vuoto nelle foto?”

Ho mangiato dei ravioli con panna e ora faccio rutti felice”, favorisco foto.
Ho una donna favolosa al mio fianco, della quale sono profondamente innamorato”, favorisco foto.
Ho fatto un viaggio a Sesamola Bay dove mi sono anche innamorata”, favorisco foto.
Leggere libri salva la vita”, favorisco foto di volumi vari.
Credo nei nuovi politici con l'anima pulita, quelli che non hanno rubato mai”, favorisco foto.
Sono rinato dopo un periodo di depressione”, favorisco mia foto sorridente con un giubbotto nuovo.
Dove cazzo lo mettete il vuoto, amici? Ne avete una paura fottuta.

Io non posso farci niente se il vuoto nelle foto mi parla lo stesso, è comunque pienezza, e se a volte mi dice di più di immagini di persone, luoghi, piatti, vedute, libri e quant'altro. Il vuoto è come l'aria, dannatamente necessario. L'ho imparato. Con dolore, ma l'ho imparato. Ho imparato a farmelo piacere, ad accettarlo, se non altro. Il vuoto può comunicare ciò che manca, ma anche una condizione temporanea di crescita, perché può raffigurare ciò che si desidera raggiungere, persino la dimensione del sogno.
Sono profondamente stanco di tutta questa pienezza esibita, di questo affannarsi a dimostrare -principalmente a se stessi- di essere stati in grado di riempire una vita e anche le sue zone oscure. Sono solo fughe, esaltazioni terapeutiche che dopo lasciano il posto a un vuoto reale e carnivoro, pericolosissimo, crudele, killer.

Mi piacerebbe poter cambiare la foto della mia carta d'identità come se fosse l'avatar di un social, periodicamente. Per rispettare come mi sento e come mi vedo. In questo momento la mia foto sarebbe una sedia vuota. Non per dire “sono andato via”, piuttosto per avvisare che tornerò, quando mi girerà tornerò e non darò conto dei miei movimenti per questo.

Mi sento in trappola quando finisco in discorsi che non sbucano da nessuna parte, nemmeno, appunto, nel vuoto. Che pure esiste. Detesto filosofeggiare senza un assunto che si traduca in realtà, in attimo, in evento concreto. Non riesco a parlare di politica, nemmeno adesso che le elezioni tengono banco. Non ho la buona volontà di spiegare le mie posizioni, non è questione di sfiducia nel prossimo. Non c'entra niente. Mi trovo in una zona semivuota, insieme ad altri residui di una speranza lontana, mi limito a non costringermi ad ascoltare cazzate e sparate populiste e sovraniste che mi danno solo la nausea. Tanto per essere chiari, non ho nessun problema a espormi, non riesco a comunicare in alcun modo con persone che votano il Movimento Cinque Stelle, che considero praticamente di destra. L'invasamento, lo sparare nel mucchio, l'improvvisare slogan liberatori che somigliano tanto a purghe per un intestino pigro, sono cose che mi provocano un disgusto supremo, disgusto che non riesco a celare in alcun modo. È più forte di me: l'invasamento mi fa schifo. A sinistra, al centro (che non esiste) e a destra non parliamone. Mi trovo in una zona semivuota, lo ripeto, una specie di limbo che proditoriamente chiamerei GCUAND, “Ghetto Consapevole Ultrasinistra Avvolta Nel Dubbio”, ma anche in quella zona devo difendere chi mi sta accanto, sarebbe a dire una definitiva, inguaribile minoranza che non deporrà le armi del pensiero e della resistenza. Da fuori somiglia all'anarchia. Ognuno è libero di trovare le sue definizioni. Non parlo più di politica, non mi avveleno il fegato per ascoltare gente che si altera perdendo gomitoli di saliva e sbracciandosi. Mi tengo il ghetto, ma non voglio essere invaso.

Vedo il vuoto nella politica, lo vedo nella vita, nell'amore, nelle relazioni, nelle case, che siano sfitte o meno. Voglio vederlo perché così posso combatterlo, non perché mi piaccia essere un coglione decadente avviluppato a una dimensione grottesca di estetizzazione del dolore. Questa è quella che definisco psicologia da pitale, e la lascio a quelli con la vescica debole e la mente non allenata alla diversità. Che peccato, però.

Bisogna cercare di essere lucidi.
Bisogna cercare di dire sempre la verità, anche quando non conviene.
Perché, ad esempio, strologare di amore quando si ha solo voglia che qualcuno ti tocchi il cazzo? E ammettetelo, una buona volta, che non vi fa male.
Perché giocare a fare gli eroi incorruttibili quando ci venderemmo la madre e il culo per un aumento di stipendio o per finire nelle grazie delle persone utili ai nostri scopi?
La maggior parte delle persone che ho conosciuto che si professavano “comuniste al 100%” erano tra le più inserite nella società che dichiaravano di voler combattere a qualsiasi costo. Il comunismo reale non è Stalin, ma non è neanche una camicia rossa comprata nell'emporio esclusivo, stupidi venduti, sciocchi gallinacci vanitosi. Avete giocato fin troppo con la vanagloria ideologica che non mettevate mai in pratica, avete distrutto e demolito tutto, avete sistemato i vostri figli e ora fate i delusi che si guardano in giro. Non vi stimo, non vi apprezzo, mi fate orrore. Puro, autentico, orrore.

Ed è così che mi muovo in ampie zone di vuoto. Le mie parole, le mie stesse inutili parole, risuonano come minacce disinnescate in case vuote, senza mobilio, dove un tempo c'è stato troppo amore ed è stata propria quella ricchezza non convogliabile a rovinare ogni cosa.
In fondo, mi vendo anche io. Giammai un eroe, odio gli eroi. Il mio vendermi consiste ancora nel cercare di familiarizzare con quello che si perde, con quello che è assente, e tutto questo per non morire. Perché sono attaccato alla vita e alla passione come un'ostrica senza cervello. E perché non so tenere a freno quel sorriso beffardo che mi scappa tutte le volte che mi rendo conto di aver preso una brutta avviata con cose pericolose.
Scrivo da scatole di vuote, mi faccio pungere da scorpioni, da animali da vetro, da fate senza volto, dalle mie paure, dal rischio di estinzione che è in ogni mia parola, ogni sentimento, ogni spinta verso quello che vive e brulica. Chi esce dal suo vuoto per cercare la vita è come quelle piccole tartarughe costrette ad attraversare un'autostrada per arrivare al mare. Ne sono perfettamente consapevole. Provo dolore per tutti quelli che provano a raggiungere il mare e muoiono schiacciati, maciullati nel tratto che li separa da una nuova vita, più adatta alla parola “amore”.
Non ho nessuna garanzia personale di riuscita, in questo senso.
Eppure ci provo. Non facendo finta di non vedere tutto il vuoto da cui cerco di prendere le distanze, quel mostro allo stato gassoso che il vento spazza via solo per pochi minuti. Solo il vento di mare ci riesce davvero, ma questo è un altro discorso.

©Luca De Pasquale 2018

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