17/02/18

Il prosseneta



Giro per la città, sono giornate gelide, impersonali, la maggior parte delle persone mi sembrano dei pesci in un sacchetto. Muovono le labbra, ma non mi illudo che mi mandino baci.
Guardo con disgusto i manifesti elettorali disseminati ovunque. Non riconosco un solo simbolo rappresentato come sensato e portatore di un qualche significato anche pratico, quotidiano, sociale. Ha più senso il manifesto del sexy shop che sembra invitarti a giocare di mano e di fantasia, magari con qualche oggetto arrotondato o con una bambola tutta bocca del colore che preferisci.
Quand'ero ragazzo, lo ricordo bene, in tempi di elezioni avevo l'imbarazzo della scelta, con tutti i simboli dai quali si veniva invasi. Si trovavano ancora manifesti anarchici -che in genere vertevano sull'astensionismo- e c'era poi da capirci qualcosa tra le tante sigle della sinistra non allineata, una galassia minoritaria che almeno ti dava l'idea di poterti rifugiare in qualche utopia minore. Non ci capivo un granché, com'era ovvio; però conoscevo molte persone che votavano Democrazia Cristiana e questo mi bastava a darmi il voltastomaco. Quanto a pulsioni destrorse, non le consideravo nemmeno, ma senza disprezzo. Le persone di destra erano per me dei marziani.

Da diversi mesi, quando su facebook o su twitter mi capita di incappare in qualche reclutatore dei partiti/movimenti che non apprezzo e anzi combatto, mi vedo costretto ad oscurare la persona per qualche tempo, senza cancellarla. Poi mi dimentico, finita la buriana, di riattivare la funzione “segui” e questo diventa dunque un altro modo per dimenticare l'esistenza di molti. È crudo, squadrato, ma reale.
Sono convinto di subire la stessa legge del taglione, considerato quante persone di ideologia diametralmente opposta alla mia sono nei miei contatti. Io, al posto loro, non mi terrei. Pluralismo d'idee, confronto? Basta con questa ipocrisia, cazzo.

Non ho più l'età e la pazienza per fingere di andare d'accordo con tutti. A furia di provarci, ho forzato la mia natura fino all'esasperazione. Non sono stato creato per comportarmi come un prosseneta, un lenone, una specie di mediatore emozionale di pulsioni e di sentimenti. Ho già i miei piccoli psicodrammi emozionali ed ideologici da fronteggiare. Come, ad esempio, il fatto che finisco per preferire scrittori di destra a quelli di sinistra. Sono anni che è così e proprio non riesco a capire come sia possibile. Credo si tratti di una questione di coraggio, in certi casi; nel senso che apprezzo più un “avversario” con le idee chiare che un coglione qualificatosi come facente parte della mia stessa fazione. E di coglioni, dalla mia parte, ce ne sono ancora troppi. Coglioni che non hanno saputo fare quadrato. Coglioni imborghesiti, venduti per uno stipendio, figuranti senza palle di qualche arte.

È fin troppo semplice prendere posizioni fintamente “corrette” quando i propri libri si vendono. Ci sono in giro dei buffoni che fingono di essere democratici (???), dalla parte dei deboli (???), ma che per un loro merdoso articolo sono capaci di chiederti un compenso da calciatore. È una farsa, mica è libero mercato. Piantatela anche con questa storia della “libera prestazione senza coscienza”, è un alibi con i vermi. Mica quelli sono scrittori di sinistra, fate attenzione; sono solo dei vigliacchi che sputano fiato dalla parte che reputano più conveniente.

Io, piccolo scrittore, blogger dal consenso ondivago e sempre a rischio di editti bulgari, retromarce vittoriane e levate di scudi di qualche prosseneta, mi sono più volte posto in minoranza della mia stessa minoranza e quindi mi sono fatto inculare, cancellare dalle liste, dalle buone amicizie, dalle simpatie semplici, che come è notorio sono il miglior veicolo per ottenere quel “word of mouth” che pure mi servirebbe assai.
Ma proprio non ce la facevo -e non ce la faccio, ancor di meno ora- a muovermi in un mondo già definito, tutto pulito all'apparenza, popolato da stereotipi ambulanti: il predicatore con la scialorrea, lo scrittore affermato affetto da satiriasi, l'ex sessantottino ormai rincoglionito e contraddittorio, il blogger ruspante che parla di comunismo a Scampia e tutti lo applaudono senza fottersene un cazzo se sia vero o meno quel che dice, e ancora quei finti intellettuali gusto “centro storico” che girano attorno alla retorica zapatista che sembra aver travolto le migliori intelligenze (sulla carta) della mia città. Un oceano di cose che non condivido, cui non intendo dare credito, e che scarto senza più dubbi, preferendo spesso una ruggente solitudine che forse contribuirà a sommergere la mia voce in tempi più rapidi.

C'è ancora chi si stupisce di questa mia scelta di campo, vista come un suicidio fattuale, una vocazione masochista, e c'è stato addirittura chi ha voluto scorgere in questo mio atteggiamento una sorta di volontà di auto-punirmi per non si sa quali peccati atavici. Interpretazioni fantasiose, destituite di ogni logica. La mia, alla fine, è solo insofferenza che non ho voglia di tenere a freno. Sono un maniaco dell'insofferenza da non trattenere. I maniaci sessuali cacciano il cazzo dall'impermeabile e si fanno l'encoxada sull'autobus, io mi limito a cacciare la mia insofferenza in silenzio e allontanarmi dai luoghi dove dovrei invece trovare lavoro e affermarmi.
Conosco alla perfezione il muto giudizio di conoscenti e meteore esistenziali, quella tacita e “compatiscente” disapprovazione che poi si tramuta in pettegolezzo anche poco lubrificato. Je m'en fous, ça va sans dire.

Voglio essere sincero fino in fondo.
Sono davvero felice quando qualcuno mi dice che apprezza ciò che scrivo e soprattutto mi riconosce di non simulare e scrivere roba a tavolino, magari per stupire. Più che piacere, mi interessa arrivare nel “dentro” di certe persone. Arrivare e non dover fuggire subito dopo, o essere scacciato in malo modo per i soliti inguardabili equivoci del caso.
Poi ci sono quelli che mi consigliano di scrivere i casi del commissario Fottonio e del suo assistente Cuccumello, e quelli per me non contano come lettori e neanche come persone, lo ammetto. Ci sono quelli che mi chiedono di monetizzare la mia scrittura, arruffianarmi, rendermi commerciale, e io a queste persone non ho nulla da rispondere e da dire in genere.
Non mi metto ad imitare il mainstream e a passarmi il culo per la faccia. Della “Napoli in giallo” non me ne frega un cazzo ed è la mia ultima parola.
Non ho gusti borghesi. Non ho aspirazioni borghesi. Non spanteco pur di permettermi un bel viaggio e una bella casa. Non gioco a fare il progressista che intanto mira all'agiatezza. Mi basta campare con poco e non essere rotto i coglioni.
Sono di sinistra, certo. Si dice ancora? Se sì, di certo non sono della sinistra che può piacere o che tira più o meno come la fica. Non sono della sinistra sponsorizzata dal comune o da qualche locale di tendenza. Nel mio essere di sinistra, se si può ancora dire, conservo ancora delle parti anarchiche consapevoli e non rinnegabili con le quali convivo a fatica e che devo armonizzare. La “mia” sinistra è divorata dal dubbio, è spesso perdente, non fa numero, ma non per questo non sa lottare.
Certe volte non sono piacevole. Del resto, non posso sempre scrivere di ambientazioni notturne e di amori che non vanno in porto, perché sono anche un uomo, e come uomo rivendico le mie idee e il mio assurdo tentativo di libertà.
Se mai dovessi iniziare a scrivere le storie del capitano Crescenzio Cunnilinguo dopo questa sparata, siete autorizzati a bannarmi per l'eternità. Di editti bulgari, alla fine, me ne intendo. Cordialmente, il vostro prosseneta mancato.

©Luca De Pasquale 2018







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