11/02/18

Fuorlovado - omaggio a Rino Zurzolo



Ho incontrato Rino Zurzolo negli ultimi mesi del 2016. È stato il coronamento di un sogno di bambino, ma non aveva solo quella valenza puerile della fantasticheria che si fa realtà improvvisamente. Era altro. Perché volevo davvero incontrarlo, Rino. Sentire la sua voce, le sue storie, guardarlo negli occhi e anche ringraziarlo per tutta la musica, chilometri e chilometri di musica, che mi aveva regalato.
Rino era comparso alla presentazione del mio secondo libro, in una libreria di Napoli, coinvolto da amici comuni che lo avevano informato del fatto che gli avevo dedicato un racconto. Quando lo vidi, un imbarazzo infantile e fecondo mi prese alla gola, ma seppi contenermi e iniziammo a parlare. E intravidi subito in lui il colore della sua musica, del suo linguaggio sonoro, un percorso lungo, sfaccettato, denso di sapori, rimandi, rischi e passione.

Non ho mai amato il rumore degli incontri affollati, o sotto l'egida di qualcun altro, così proposi a Rino di incontrarci presto di nuovo, soli. Io e lui. Incontrarlo ancora con altre presenze intorno non ci avrebbe consentito di conoscerci davvero, confermando l'errore psicologico del muto confronto con un mito degli anni giovanili. Rino non era un divo, nessun suo atteggiamento aveva le stimmate del privilegio esibito, era modesto, era umano, parlava a bassa voce come tutte le persone che pensano per davvero.
Mi disse che era d'accordo, dovevamo rivederci da soli e parlare. Ci sentimmo un mese dopo e ci accordammo per prendere un caffè pomeridiano.

Ci incontrammo in un sabato pomeriggio di novembre 2016 in un Vomero affollatissimo, ricordo come se fosse adesso il suo sorriso abbagliante e franco da uomo del Sud, il suo lungo cappotto nero sopra una t-shirt nera altrettanto, il suo passo leggero, i suoi modi gentili. Non potei esimermi dal fargli firmare una copia di “Fuorlovado”, il suo primo disco solista. Rino si stupì del fatto che io possedessi una copia del cd.
È più facile trovare il vinile”, disse sorpreso, “come fai ad averlo?”
L'ho acquistato in un negozio olandese molti anni fa, perché avevo la cassetta, ma l'ho ascoltata tante di quelle volte che si è smagnetizzata”
Cose da pazzi”. E sorrise di nuovo, quel sorriso che non poteva non comunicare calore.

Parlammo a lungo della sua discografia solista, e lui si sorprese ancora che la conoscessi (e possedessi) tutta; dei suoi inizi con Pino Daniele, delle differenze tra basso elettrico e contrabbasso, dello “slang” di questi due strumenti dell'anima.
Che strana cosa che non suoni, parli come un musicista”, mi disse all'improvviso.
Mi mancò un po' il fiato.
Ho preferito scrivere. Per me scrivere è come suonare, significa dare tutto, davvero tutto, non importa con quali risultati”, risposi.
È espressione. L'espressione è un dono”
Hai ragione Rino...”
E comunque, Luca, l'importante è fare le cose con il cuore, e non sto parlando di bontà, sto parlando di coraggio. E tu questo coraggio ce l'hai, si vede subito”
Mi fu difficile non andare in confusione, perché certe cose assumono o perdono importanza a seconda di chi te le dice. Rino Zurzolo per me non era solamente un magnifico musicista, ma anche un uomo che stimavo profondamente e il cui percorso artistico andava di pari passo con l'anima. E questa è arte di pochi, di pochissimi, in un mondo dove si indorano le marchette, si simula profondità ad ogni passo ben studiato, si dissimulano aperture mentali inesistenti e dove la vendita conta più della sostanza che pure si deve “vendere” per vivere e continuare.

Ogni tanto qualcuno si fermava accanto al tavolino del bar dove ci eravamo fermati e gli rivolgeva la parola chiamandolo “maestro” o semplicemente Rino. Lui si schermiva, si rifugiava in quel sorriso bellissimo e breve che sostituiva il grazie di prassi. Quelli che si fermavano, dopo aver riconosciuto Rino, finivano con il concentrarsi su di me per qualche istante, tutti invariabilmente con un'aria che significava “e questo chi cazzo è? Sarà un suo allievo...”
Alla fine del nostro incontro, ci abbracciammo. Fu davvero un momento molto intenso. Rimanemmo che ci saremmo rivisti di nuovo dopo Natale. Quella è stata la seconda e ultima volta che ho incontrato Rino. Lo immaginai impegnato, per cui nei mesi seguenti non lo cercai, del resto mi aveva detto che mi avrebbe chiamato lui.
E poi, in quell'orrendo giorno di aprile, seppi la notizia della sua scomparsa. Non sapevo nulla della sua malattia; non so se al tempo del nostro incontro già sapeva oppure no.

Per me è stato un colpo tremendo. Di botte nella mia vita ne ho prese tante, e tante inutili ne ho date, ma la morte di Rino mi ha tolto smalto, speranza, mi ha incupito e addolorato enormemente, perché pur conoscendoci pochissimo avevamo trovato un nostro linguaggio, solo nostro, un modo di comunicare che sembrava promettere un confronto vivido, vero, profondamente umano.
Per giorni e giorni ho avuto negli occhi, in quel maledetto mese di aprile, l'immagine di Rino che dopo avermi salutato scompariva nella folla brulicante di Via Scarlatti al Vomero, con quel suo passo educato, elegante, e il suo lungo cappotto nero.

Solo oggi ritrovo il coraggio, perché di coraggio si tratta, di scrivere e “parlare” di lui e del nostro incontro.
Quel giorno passammo due ore insieme parlando di tante cose, anche personali, che rimarranno per sempre tra me e lui. Sono convinto che quando due anime si incontrano, anche per poco, quello che si sono dette -anche senza parole- deve rimanere tra loro, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio condiviso, perché più che di semplice incontro si tratta di un piccolo volo che deve rimanere senza testimoni.
Nonostante questo fermo intento, sono felice oggi di poter rievocare quel pomeriggio invernale in compagnia di una persona vera, un grande artista che ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi, anche a chi non ne è consapevole. Gli anni del “neapolitan power” sono indimenticabili, una pietra angolare dell'arte nella nostra città e nel mondo, una lezione, un monito che serva a restare veri anche quando la realtà vorrebbe quasi reprimere la spinta motrice della creatività, trasformandola in un basso rigurgito di rassegnazione.
Gli uomini veri devono credere nell'espressione. Rino lo era, un uomo vero. Fino in fondo. Io me lo auguro, ma di esami ce ne sono ancora tanti prima che io possa sorridermi in un giorno invernale come questo, come quel 26 novembre 2016 che non dimenticherò mai.

©Luca De Pasquale 2018











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