08/02/18

Freccia al veleno



Oggi, come un fesso, mi sono messo a scattare foto al panorama dal finestrino del treno. Senza alcuna pretesa di scattare foto “belle” nel senso più usuale del termine. Volevo scattare delle foto personali, private senza esserlo, foto del mio ritorno a casa.
Perché ho voluto scattarle?
Forse per come mi sentivo. Una strana sensazione, a metà strada tra la percezione di essere stato defraudato da qualcosa e quella di essere stato avvelenato da una freccia non vista in tempo, forse mai vista per davvero.
Un sentimento granuloso, come l'annuncio sciagurato di un mal di denti, un ascesso passeggero. Difficile da spiegare e ancor più da scrivere.
Il finestrino dal quale scattavo le foto con il mio improbabile telefono era anche sporco e percorso da alcuni graffi diagonali. Mi è venuto da pensare che anche la mia anima cerca di scattare istantanee a belle scene, ma c'è sempre qualcosa di sporco e di imperfetto che si frappone tra i miei occhi (che immagino siano più macchiati dell'ostacolo in questione) e il soggetto che mi interessa.
E allora mi sono ricordato di quel pezzo degli ABC che per me è stato sempre un abisso, un vero e proprio abisso: “Poison Arrow”, soprattutto nel suo mix “Jazz” che presenta uno spiazzante, torbido passaggio di flauto atto a straniare il tutto fino a chiedersi che razza di canzone si sta ascoltando. E a che razza di anima si dà cibo ogni mattina, quello buono e quello scaduto poco importa.

È una scena fissa, tornare e vedere prima il mare e poi la casa. La visione del mare annuncia casa. Non sempre funziona. Spesso è un pugno al basso ventre, uno sfarfallio di confusione, accade sempre quando la bellezza diventa qualcosa di sinistro e scivoloso. E quando il mare non funziona, ecco che mi sembra di vivere con una freccia al veleno conficcata da qualche parte, una puntura fissa, una ferita invisibile, il respiro si fa colpa, l'amore si fa marea, la marea sono fantasmi che fanno i capricci. E io? Io invecchio. A volte dolcemente, altre meno. A volte me ne fotto e riparto, altre esito e mi offro alle bestie nude che sono i miei pensieri, affamati, dispersivi, attaccati una crudeltà leziosa e non per questo meno fastidiosa.

Anche quando dovevo tornare da vincitore a casa, il mare mi ha fermato un attimo prima. Quando tornavo per portare buone notizie, il mare mi suggeriva di non darmi troppe arie. Invece, quando tornavo afflitto, pensieroso, la vista del mare dai finestrini era diversa e lui mi era complice in altro modo, facendomi sentire padrone della sua luce, persino della sua misurazione.
Così è. Nelle difficoltà finisce che riesci ad assumerti il peso di essere signore di qualcosa, nella tranquillità scivoli su bucce di banana, suggestioni beffarde, richiami fuori tempo all'orecchio sordo.

Oggi non riesco a togliermi quel pezzo degli ABC dalla testa, è una vecchia storia, storia di capoccciate sotto stipiti inesistenti, collisioni notturne con entità di dissuasione autoprodotte, sensi di colpa per non aver provato altri sensi di colpa. Il cane si mangia lo stomaco, vomita le sue interiora, le rimangia, diventa lupo, scova la luna e si innamora dello specchio che la rifrange. Questo è il meccanismo dell'emozione che torna a casa, la sciarpa sulla bocca e un viaggio scongiurato tenuto a freno in tasca, a morire leggermente per soffocamento da fusione con la persona che lo trasporta.
La voce di Martin Fry, il flauto leggiadro e dolente, il basso di Mark Lickley, l'avanzata a scoppio del treno, la coppia di disgraziati che si baciavano con la lingua oltre la linea gialla di Campi Flegrei, il triste soldato che mandava sms accanto ad un finestrino ancora più sporco del mio, le cosce nude della tardona che mi davano angoscia e neanche la curiosità dell'osceno deturpato che in altri tempi funzionava, insomma oggi ero un uomo in un treno con un pezzo degli ABC in testa e una freccia al veleno conficcata in un'ampia e deserta zona tra labbra e spalle, una zona fredda riscaldata dal respiro distratto e per questo non consapevole.

Da ragazzo mi ripetevo che era bello “diventare bello quando dolente”, era un rituale consolatorio arrivare a questa conclusione. Non lo dicevo a nessuno, me la facevo passare da solo, questa smania di trovarmi bello in caduta libera, maschera di disattenzione e di incontri smarriti, di parole d'amore non dette, di abbracci negati nel climax e risarciti tardivamente, nelle scelte farraginose, controproducenti, tutte istinto e ossessione di ferita, tutta argilla da regalare al Dio sbagliato, quello nascosto dietro la porta a suggerirti le battute più eccitanti per costruire una funzionale dannazione privata.

È un uomo molto fragile quello che si dilania per ricostruire la sua bellezza. È una creatura perdente quell'anima bambina che si chiede ancora se valere nel sottosuolo può favorire l'elargizione del mantello nero per fare il principe nella notte degli altri. È un uomo soggiogato dal mare quello che torna a casa per lasciarsi frenare e bendare gli occhi alla luce possibile del domani, o anche solo del più tardi.
Scendo, mi ricompongo. Ho dimenticato anche la sciarpa. Mi guardo i piedi, due scarpe a stivaletto che avanzano sotto i miei occhi come strani animali.
La canzone degli ABC mi rimane addosso come pelle da freddo. Anche la freccia resta lì, dove non vedo, dove non agisco, dove non rischio.

©Luca De Pasquale 2018



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