14/01/18

Un pericoloso terrorista rosso in giro nel quartiere Chiaia a Napoli negli anni ottanta


Il 4 marzo ci saranno le elezioni.
Fortunatamente, è da molto tempo che capita sempre più di rado che mi si chieda di dare il voto a qualche conoscente, parente di parenti, parente di amici, amici di parenti.
La mia posizione è chiara da diversi anni: non esiste un partito o un movimento, in Italia, che rappresenti il mio modo di pensare e sentire e soprattutto c'è la consapevolezza che non c'è nulla di serio -parlo della sinistra, il resto non mi interessa- al punto da potermi “recuperare” tra le fila di qualcuno o qualcosa.
Di rado, appunto, capita che qualcuno prenda a cuore il mio rifiuto e cerchi in qualche modo di contrastarlo, argomentando. Mi dicono che il mio non voto andrà ai peggiori. Mi dicono che rischio il qualunquismo, mentre io trovo qualunquista la politica che mi chiede il voto. Un loop dal quale non si esce mai, se non con una sonora lite, recriminazioni spropositate e addirittura allontanamenti affettivi.
Naturalmente, non è che mi vada di rompere le scatole al prossimo cercando di convincerlo a non votare. Non sarei io. La mia è una scelta sofferta e ponderata, ma personale. Mai avuta la smania di convincere altri delle mie idee, a differenza delle molte pressioni che ho subito, soprattutto in tenera età.
Quel che è certo è che non amo parlare e scrivere di politica. Il terreno non è solo scivoloso, è saturo. Prevalentemente di gas puzzolenti che potrebbero anche innescare un'esplosione. Anche perché sono facile a perdere la pazienza con persone saccenti, insistenti o troppo demagogiche per i miei gusti. E allora, dove si va a finire poi?
Sin da quando ho compiuto la maggiore età, mi sono reso conto che il mio pensiero politico è così composito (e spesso impraticabile) da non darmi tregua in quanto a eventuale comunicabilità. Sono un animale strano che mescola -cercando di amalgamarli- elementi diversi: la visione marxista del primo Black Panther Party, derivazioni da sinistra extraparlamentare (ma senza centri sociali tra i piedi), la Rivoluzione Anarchica Spagnola del 1936, le cellule più toste espulse dal Labour Party negli anni settanta e nell'era disgustosa della Thatcher, poetry sociale dei ghetti americani, solidarietà con le teste più intelligenti all'opera nelle banlieue. Un caos di impulsi e informazioni che mi hanno reso la vita molto difficile nel confronto politico con le persone a me vicine.
Non posso vergognarmi e nemmeno mentire quando riconosco che da adolescente, senza avere gli strumenti per capire la materia, ero molto interessato all'idea della lotta armata e cercavo in tutti i modi di carpire informazioni rivelatrici sulla natura della Rote Armee Fraktion, che mi affascinava moltissimo, come le meno conosciute Cellule Comuniste Combattenti in Belgio. La mia idea, in ogni caso, era chiara, almeno quella: avrei avversato il conformismo e la vigliaccheria della società civile.
A diciotto anni, con il voto a Democrazia Proletaria, andai a prendermi la mia prima razione di insulti e di salaci quanto inutili ironie circa il mio presunto idealismo, che poi non era idealismo neanche per il cazzo.
Dai 19 ai 25 anni ho perso il conto di quanti rapporti d'amicizia, storie di amore e sesso e quant'altro hanno vissuto lo stress del “confronto impossibile” circa questi temi delicati. Ero sgradito alle famiglie di amici e fidanzate, nel novanta per cento dei casi. I coetanei comunisti mi trovavano reazionario e passibile di strane simpatie anarchiche perché non bazzicavo i centri sociali; di tutt'altro avviso le famiglie borghesi che intercettavo nel mio ambiente natio, le quali mi consideravano una specie di brigatista fallito (più che altro fuori tempo e senza colonne da edificare) che sarebbe stato meglio non far entrare in casa.
A ripensare a tutto questo inutile susseguirsi di rivendicazioni e farneticazioni, mie e altrui, oggi mi sembra di essere un tranquillo pensionato che ha scelto il silenzio, al confronto. Ma non è così. Non lo è per nulla.

Soffro molto nel non avere nulla che mi rappresenti. Non sono contento di questa svolta. Mi accorgo di quanto il fuoco mi consumi ancora dentro da quanto detesto Trump e chi lo acclama (anche qui in Italia, derivativi, ciechi, assurdi e ignoranti), mi indigno violentemente quando qualcuno asserisce che Macron è di sinistra, non posso accettare che anche qui al Sud ci siano individui che corrono con Salvini, sono preoccupato per le tendenze neofasciste e nazistoidi in giro per l'Europa e non solo. La politica è l'unico campo in cui non mi piace sentirmi un lupo solitario, perché non serve a nulla, anzi isola ancora di più. Ma non è per questo che posso legarmi al primo ridicolo movimento di sinistra giocattolo che mi si presenti davanti agli occhi, magari capeggiato da qualche sgrammaticato oratore da centro massaggi che confonde Marx con il tennista Kafelnikov e che cita Malcolm X pensando che abbia fatto la Primavera di Praga. E poi, tra Lech Walesa e la squadra polacca del Lech Poznan c'è una differenza.

Sinceramente, non ho mai capito coloro i quali utilizzano la divergenza di idee politiche come discrimine relazionale e anche come pretesto per cacciare il peggio in quanto a preconcetti, riserve mentali e atteggiamenti da Soloni.
Sono il primo ad essere consapevole del fatto che se cercassi esclusivamente persone vicine al mio sentire probabilmente non potrei frequentare più di una o due persone al massimo. È per questo che evito fino all'impossibile di venire a conoscenza di troppi dettagli sul modo di pensare di chi frequento.
Per evitare scontri sanguinosi, ho addirittura smesso di enunciare una delle mie peggiori teorie, quella secondo cui l'opulenza e l'agiatezza economica impediscono clamorosamente di avere uno sguardo obiettivo sul degrado della società. E anche altre mie idee le ho rinchiuse nel cassetto; come l'ostracismo naturale e virulento per tutti quelli che votano a cazzo di cane, una volta al centro, una a sinistra, e poi tentano Berlusconi, solo perché sperano di pagare meno tasse, ottenere sgravi e, nei casi più infimi, liberarsi del pericolo africano, come lo chiamano loro. Magari sono brave persone, cortesi e affabili nel loro quotidiano, ma di politica non capiscono nulla e non sono in grado di distinguere un venditore di fumo da un razzista, un elegante dandy finto progressista da un comico coglione che pensa di dirigere una squadra di nuovi guastatori assetati di giustizia molto ignorante e per questo forcaiola.
Se voglio continuare a mantenere rapporti almeno decenti, so che devo evitare non dico di espormi (mi è impossibile nascondermi, in fin dei conti), ma di avversare palesemente quello che non tollero: e in questa categoria c'è tanta di quella roba che quasi provo paura, certe volte.

A ognuno la sua storia, signori. Sono figlio di un impiegato e di una casalinga che ci hanno creduto, nella giustizia sociale, raccogliendo ben poco. Mio padre diceva che ero un estremista, che ero troppo viscerale. Ma della sua moderazione ne hanno approfittato tutti. Innocentemente, e con la dolcezza che gli era propria, mio padre sperava di poter contemporaneamente appartenere tanto alla borghesia che al proletariato “economico” e le sue idee erano di sinistra sincera ma molto oculata. Al contrario, io mi sono sentito sempre un povero e basta. Uno nato dalla parte abbandonata del fiume e non della città, visto che sono cresciuto in un quartiere bene senza capire bene come fosse possibile. Le sirene dell'agiatezza da guadagnarmi non hanno mai suonato nella mia testa, sarà per questo che molti stupidi mi hanno trovato poco ambizioso e poco determinato. Certo, NON DETERMINATO a darmi valore con il reddito. Certo, è così.

Ora che mi avvio ai cinquant'anni, è così triste guardarmi intorno e sentir parlare i miei coetanei di quanto di buono hanno seminato, di quante buone conoscenze hanno fatto grazie alle loro occupazioni, oppure di come si sono affrancati da un'iniziale condizione di difficoltà. Di quanto sono stati bravi a tirarsi fuori dalle sabbie mobili. Di come hanno studiato fuori, di dove si sono specializzati, eccetera. Molti non hanno ancora capito che quando mi dicono “sai, conosco un famoso editore, un notissimo scrittore, un uomo politico...” e lo dicono con quella luce sporca di esaltazione negli occhi, a me viene solo un conato di vomito e forse la voglia di non rivederli mai più.
Okay, conosci un cazzo di tipo famoso, e allora? È venuto a casa tua a portarti il polpettone? Okay, che bello. Ficcatevelo nel culo il polpettone, okay?
Ecco, vedete come va a finire? Che devo trasformarmi per inerzia nel teppista coprolalico che poi passa (come mi disse una mia vecchia dispensatrice di fiammiferi emotivi e d'alcova) per “un diciassettenne violento”. Il fatto è che ho poca pazienza, che devo fare? E sono pure migliorato negli anni.
Anche io, come si suol dire “nel mio piccolo”, conosco alcuni tra i più grandi musicisti in circolazione, ma non è che passo la mia vita a dire alle cene “sai, come mi ha rivelato il più famoso contrabbassista di San Diego...”
Non è un valore conoscere qualcuno di valore: è un valore invece condividere con persone di valore il senso della passione, della ricerca, della vita.

Negli anni ottanta, per il quartiere Chiaia di Napoli si aggirava un ragazzino con simpatie dichiarate per la Rote Armee Fraktion. Nessuno mi prendeva sul serio, nemmeno io stesso. Cercarono di portarmi nella FGCI ma non ero pronto e li mandai affanculo come avevo fatto per il catechismo e per molte altre cose.
Quel ragazzino oggi ha mal di schiena causato dai “quasi cinquanta” e non ha un simbolo sul quale mettere la croce; poi arriva il primo qualunquista maledetto che ha votato nella sua vita sessanta partiti e movimenti diversi, mi cita a casaccio Gandhi, Diego Fusaro (???), Orietta Berti e qualche imprenditore di manica progressista e mi dà del qualunquista/sfascista. Ma stiamo scherzando? Occhio... anzi... okkio.
E con questo (forse) si conclude la farsa. Entro in lista nera, ma come macchia rossa, quel personaggio che Walt Disney non avrebbe mai tratteggiato.


©Luca De Pasquale 2018




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