21/01/18

Tropico di Deon Estus


Tonight the music seems so loud
I wish that we could lose this crowd
Maybe it's better this way
We'd hurt each other with the things we'd want to say
We could have been so good together
We could have lived this dance forever
But no one's gonna dance with me
Please stay

George Michael – Careless whisper

Nella vita può capitare di passare per snob. Magari perché non gradisci situazioni affollate o perché non ti allinei (non riesci, non vuoi, non puoi) al gusto che in quel dato momento storico è moneta corrente e pure tendenza.
Non mi considero uno snob. Penso di non esserlo mai stato.
Per gusto, per predilezione, mi è naturale alternare “cose alte” ad altre squisitamente plebee.
Ad esempio, mi piacciono i film di Mario Merola e li riguardo sempre volentieri; tra i miei film preferiti c'è addirittura un trash movie trucidissimo, “Attenti a quei due napoletani”, con il leggendario Mario Garbetta e il cantante Pino Mauro. E ancora, non è tutto jazz quel che luccica: mi piacciono band e artisti pop, spesso “poppissimi”.
A cominciare da Alan Sorrenti, che amo alla follia; e per giunta, non il periodo progressive ma quello quasi disco e poi quello, di magnifica decadenza, sancito da un album misterioso come “Bonno soku bodai”. La discomusic mica mi faceva così schifo, poi, anche perché spesso solcata e quasi generata da giri di basso fantastici, eterni, come “Good times” degli Chic.
Un artista molto popolare che ho sempre adorato è stato George Michael, cosa questa che ha provocato dei mal di pancia atroci nei jazzofili, nei rocker che fermavano il tempo a “In Rock” dei Deep Purple e via dicendo. Vado oltre, specificando che non solo adoravo George Michael, ma anche gli Wham, che sono stati a mio parere di un'eleganza “leggera” impareggiabile. Del resto, non ci si dovrebbe stupire, visto che in più di un'occasione ho ammesso che stravedevo per gli Abc di Martin Fry, che considero John Taylor dei Duran Duran un ottimo (e sottovalutato) bassista, e che naturalmente ho avuto per anni una mai rinnegata dipendenza dai Level 42 di Mark King.
Ovviamente, le persone abituate a sentirmi parlare di Mingus, di Ornette Coleman, e soprattutto dei miei contrabbassisti-manifesto, finivano con lo storcere il naso: “Ma come fa a piacerti George Michael? Uno che ascolta dischi per contrabbasso solo che ci trova negli Wham?”
Innanzitutto, i gusti sono gusti. Partiamo da questo. Poi, credo che i paraocchi portino rapidamente all'annebbiamento del pensiero, a una misera contrazione della visuale generica, e infine nel gradimento per George Michael e gli Wham c'era, immancabile, anche una componente bassistica.
Una componente di nome Deon Estus.

Deon Estus è stato ed è un bassista elettrico di spessore davvero notevole. A prescindere dalla musica che ha suonato, non certo musica concreta e improvvisazione feroce, Deon Estus è un musicista capace, dall'ottimo gusto melodico, dotato di quel “tiro” che è componente irrinunciabile per chiunque si consideri un bassista. Ha suonato in due ottimi dischi dei Brainstorm, una creatura ibrida soul/funk/disco, ma anche con Johnny Guitar Watson, con Edgar Winter, Peter Murphy dei Bauhaus ed Elton John. Un vero jolly del quattro corde, un altro intelligente musicista che macinava groove nell'ombra.
Il suo apporto nei dischi degli Wham e in quelli solisti di Michael è stato focale. Il basso in “Careless whisper” è opera sua, e Dio solo sa quanto quelli della mia generazione abbiano sognato su quel pezzo, sognato anche a farsi male. Come sempre.
Io ci ho sognato su quel pezzo, chi lo nega? E, come mio uso, mi sono fatto a coriandoli, mi sono stracciato le vesti interiori, mi sono fottuto fino a ingenerare quell'insonnia esistenziale che mi porto dietro come un bottino di guerra alla rovescia. Sì, sono stato un sognatore pop, ho perso il controllo su quella canzone, quando la mettevano alle feste alle quali andavo da adolescente era sempre un momento topico, perché cominciavo a interrogarmi su dove fosse la fata che avrei preso per mano e con la quale avrei iniziato a volteggiare come un idiota, romantico fino allo spasimo, romantico fino all'inappetenza per mesi, agli appostamenti notturni e ai fiori mandati a casa senza rivelare chi fosse il mittente.

Il ricordo diventa anche più struggente del previsto, se penso che poi la fata non c'era mai. Perché mi capitava di rimanere deluso da quella che avevo inizialmente puntato e di essere troppo stupido (cosa che ho conservato anche da adulto) da non accorgermi di quelle che avevo incuriosito. E allora quel “Careless whisper” finiva per essere un rituale sonoro di crudele struggimento solitario, una ballata che trovava la sua massima espressione nella scena tipica, io che lascio la casa della festa sotto la pioggia, di notte, solo, accendendo una delle sigarette che all'epoca mi portavo dietro solo per darmi un tono. Non mi piacevano ancora “veramente” le sigarette, un po' imitavo mio padre e un po' davo estetica a sofferenze interiori embrionali ma non per questo attutite o trascurabili.
Tornavo a casa a piedi, non accettavo mai passaggi. In testa mi rimaneva “Careless whisper”, in particolare il momento in cui George canta “Tonight the music seems so loud...” e naturalmente il basso puntuale e sottile di Deon Estus, motore ritmico lontano dai riflettori e per questo subito da me scelto come simbolo di efficienza non riconosciuta dal grande pubblico, un ignobile classico.
È vero che l'edonismo degli anni ottanta mi ha fatto spesso schifo, ma quelli sono anche gli anni in cui sono cresciuto, ed è reale ed ammissibile che io, in quegli anni oscuri e patinati abbia potuto sognare grazie a dischi che oggi sono oggetto di snobistica irrisione da parte di quelli che si considerano degli illuminati, dei rivoluzionari, selettivi su tutto tranne che nel giudicare se stessi e le proprie falle emotive e non.
La questione non si pone, non si pone affatto; il fatto che io oggi sia un disilluso quarant'eoltreenne disilluso, che fa le notti sui film di Zurlini e sui noir focalizzati sui perdenti, non deve trarre in inganno. Le mie giovani età le ho vissute, sempre in ricerca, sempre in affanno con le emozioni, romantico da far schifo anche nel desiderare più le dissonanze che gli accordi. Quindi, nuova marcata ammissione: mi innamoravo di ragazze che disertavano le feste e che per questo amavo alla follia senza nemmeno conoscerle; e per praticare questa materia onirica da fachiro mi servivo di George Michael e Deon Estus, anche.

Sarà perché invecchio, ma quel periodo è vivido nella mia memoria. Mi piaceva, a conti fatti: pensavo solo a scrivere, alla musica e all'amore che non trovavo. Un trittico invidiabile, c'è poco da obiettare. Soprattutto, mi sembrava di avere davanti non cinquant'anni, ma una vera e propria intangibile eternità da sfruttare al meglio, anche sotto la sfera controversa dei disastri da compiere. Mi innamoravo dei disastri. Li coloravo di musica e poi tornavo indietro. Ero uno stronzo idealista, ma valevo. Avevo coraggio, ne avevo da vendere e non lo vendevo. Valeva quella età, che dovrebbe essere uno scrigno pregiato per tutti, un patrimonio inestimabile di formazione, di capacità di sogno, di oltraggio ai limiti, di percezione della bellezza.
Poi si inizia a cadere, e la musica cambia. I colori accesi sfumano in una malinconia che vorremmo epica, erotica, molto personale, ma che spesso scade in una nostalgia a dispense, carica di idealizzazioni pericolose. Non eravamo più veri di adesso, eravamo giovani.
La malinconia mi trapassa, mi rende pioggia, atto incompiuto, ma il coraggio non voglio perderlo, neanche quello, così roboante, che mi fa ripetere come un disco rotto che per le passioni, per viverle, occorre considerare il rischio della morte e dell'errore fatale.
Perché appassionarsi a qualcuno, a qualcosa, a un'idea, persino ad una suggestione, quello è sogno, quello è consumarsi. E allora vale. Vale sempre.
E George Michael era grande. Non lo dimentico.


©Luca De Pasquale 2018


Bernard Edwards - Chic








John Taylor - Duran Duran


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