26/01/18

Thunder Thumbs: l'evoluzione perpetua di Louis Johnson



La tecnica slap'n'thumb nel basso elettrico da ragazzo mi entusiasmava, mi gasava, la vivevo come una sorta di rivincita del basso, per troppi anni relegato al ruolo di comprimario o di semplice accompagnamento. Almeno, quella era la mia idea giovanile.
E così, trascorrevo ore ed ore ad ascoltare dischi in cui la “tecnica del pollice” era portata in primo piano, esasperata fino al parossismo. Ascoltavo rapito gli assoli di Marcus Miller, da David Sanborn in poi, i primi dischi di Stanley Clarke, tutta la produzione del grande Larry Graham, iniziando dalla sua militanza con Sly&The Family Stone e focalizzandomi con i dischi incisi con i Graham Central Station, impazzivo letteralmente per Mark King e i Level 42, iniziavo anche a familiarizzare con Neil Stubenhaus, Nathan East, Will Lee, Neil Jason e altri meravigliosi turnisti che usavano quella particolare tecnica.
Poi, non ricordo nemmeno come, mi imbattei in Louis Johnson. Ah sì, lo ricordo invece: lo scoprii come ospite in “Time Exposure” di Stanley Clarke, lavoro in cui i due titani delle quattro corde duettavano in almeno un paio di brani maledettamente percussivi e, mi si passi il termine, orgiasticamente “negri”.

Louis Johnson perpetrava sullo strumento una tecnica slap estremamente aggressiva, spesso usando un guanto di pelle tagliato alla mano destra, ma tutto era fuorché un fenomeno da baraccone: si trattava di un musicista completo, dotato di un intuito ritmico formidabile e di una duttilità assurda anche solo a pensarsi. La tecnica slap era certo la punta dell'iceberg di una certa ricercata scenicità, ma Louis era anche un grandissimo accompagnatore e oltretutto un musicista colto, profondamente addentro alla materia funk e anche jazz. Il suo pollice destro figlio del tuono era riconoscibile ovunque, si differenziava dagli altri super-slappatori per una sorta di “rincorsa” della mano destra che alimentava a dismisura l'effetto percussivo sulle corde; le sue figure ritmiche non erano mai particolarmente prevedibili e i suoi assoli giocavano sull'alternanza di virulenta icasticità slap e di densa fluidità nella tecnica fingerstyle. Un portento, senza alcun dubbio. Tanto da reggere ai primi posti delle mie preferenze bassistiche anche quando entrai in overdose di slap e, complice l'ascolto profondo del contrabbasso, compresi che galvanizzarsi per un assolo slap di venti minuti non bastava e lasciava tanti vuoti irrisolti anche nel processo di sviluppo del gusto.

Ma Louis Johnson, come del resto i già citati Larry Graham, Stanley Clarke e naturalmente Marcus Miller, era diverso, così come due altri bassisti criminalmente trascurati dalla “critica ufficiale” (?), Nathaniel Phillips dei Pleasure e Buddy Hankerson, in transito negli Aurra.
Il suo contributo nei dischi degli altri, e da qui si misura spesso la reale qualità di un bassista, è stato fondamentale con Michael Jackson (è lui che ascoltate ruggire in “Off The Wall” e “Thriller” soprattutto), con il munifico Quincy Jones (“The Dude”, che perfetto groove), con Sergio Mendes, con George Duke (divertentissimo un suo solo live che si trova su You Tube), e ancora con Earl Klugh, Grover Washington Jr., Herbie Hancock, Herb Alpert, Donna Summer, i magnifici Rufus, i Power Station giapponesi (da non confondersi con l'omonimo supergruppo prodotto da un altro bassista di qualità superiore, Bernard Edwards)... Ovviamente Louis Johnson va ascoltato con i Brothers Johnson, creatura funk di successo condotta in porto con il fratello George, chitarrista di valore; i loro album, all'incirca una decina, propongono un funk con venature commerciali ma foriero di immancabili e torride parti bassistiche davvero esaltanti per chiunque ami le basse frequenze.

La sua attività come solista, invece, si è limitata a due album, uno a nome “Passage” (1981), di chiara ispirazione religiosa, condiviso con la moglie Valerie e con ospiti come Ricky Lawson e John Robinson e l'altro, “Evolution” (1985), particolarmente pop ma con alcuni imponderabili esercizi di stile al basso. Quest'ultimo lavoro è stato ristampato dalla sempre lodevole etichetta Funky Town Grooves con una traccia aggiuntiva.
Louis si è spento il 21 maggio 2015 a soli sessant'anni, ed è stata una grave perdita per il mondo della musica tutto e per la scena bassistica, rimasta orfana di uno dei suoi mentori, irresistibile testimone di un'era irripetibile, in cui i migliori bassisti, soprattutto neri, reinterpretavano e rafforzavano la lezione primigenia del grande padre “pollicione” Larry Graham e del numero uno in assoluto dello strumento sotto i cieli del soul e del funk, Mr. James Jamerson.

Personalmente, non sono mai riuscito a contattarlo, anche se ci ho provato diverse volte. Sognavo di poterlo intervistare e carpirgli qualche segreto, principalmente gli avrei chiesto come era nata quella mistura di aggressività e capacità di osare che gli era valsa un posto nell'olimpo del basso elettrico. La notizia della sua morte, quasi tre anni fa, mi colse di sopresa e mi addolorò molto; è difficile accettare, anche quando si diventa adulti, che un proprio mito lasci questa valle di lacrime. Un pensiero volutamente puerile mi spinge, però, a immaginarlo nel paradiso dei bassisti, magari seduto a un tavolino sotto il sole con James Jamerson, Jaco, Jack Bruce e tanti altri.

Gli dedico, per ora, questo sentito ricordo e vi invito a riscoprirlo come session man più che come star, prezioso e centrale, puntuale, implacabile. La sua testimonianza bassistica è un patrimonio che non va sperperato ed è una lezione costante, nonché un monito utilissimo per tutti quei giovani bassisti che si sono convinti che slappare come dannati per due ore su bassi a cento corde sia musicalità e dono. Ci vuole ben altro: Louis aveva tutto quel che serviva ad un bassista per sposarsi con il suo strumento, anima e corpo.
Non ti dimenticheremo, Thunder Thumbs.

©Luca De Pasquale 2018






























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