27/01/18

Se non ti piace John Taylor ti ammazzo



Molti anni fa mi capitò, tra i clienti squisitamente “telefonici”, un maniaco di John Taylor, il bassista dei Duran Duran.
Esordì quasi per caso, in una mattina di Giugno del 2011.
Reparto Dischi, Luca”
Ciao, proprio te cercavo...”
???”
Ciao, tu non mi conosci, noi non ci conosciamo, però mi hanno detto che tu sei l'unico commesso napoletano di dischi esperto di basso”
Chi te lo ha detto?”
I tuoi colleghi. Senti, comunque, proprio per questa tua caratteristica ti devo fare una domanda molto importante”
Dimmi pure”
Ti piace John Taylor?”
John Taylor dei Duran Duran?”
LUI! Ti piace? Eh, ti piace?”
L'uomo ansava forte, sembrava che dalla mia risposta dipendesse il futuro andamento della sua esistenza. Sentivo il suo respiro difficoltoso nel telefono, era inquietante.
Sì, mi piace. È un ottimo bassista, di sicuro uno dei migliori bassisti pop della sua generazione. Molto sottovalutato, per quanto mi riguarda”
L'uomo esitò, poi proruppe in un esagitato “MA DICI DAVVERO? Oddio... io e te siamo uguali! La pensiamo uguale! Siamo davvero uguali!”
Che entusiasmo! Senti, posso esserti utile in qualcos'altro? Sai com'è, c'è gente alla postazione, non posso stare molto al telefono...”
Ma certo, scusami... però prima voglio dirti che io penso che John sia il migliore bassista del mondo... da sempre”
Non esageriamo, però ti ripeto che lo stimo. Le sue linee di basso sono affascinanti e hanno un preciso senso all'interno dei Durans... e poi c'è l'esperienza Power Station dove ha dimostrato la qualità del suo lavoro, per giunta sotto l'occhio di Bernard Edwards degli Chic, non so se mi spiego”
ESATTO! Oh, Cristo Santo... oh, Cristo d'Iddio... io amo John Taylor! E dei suoi dischi solisti che mi dici? Eh, che mi dici?”
Senti... ora devo chiudere”
Posso richiamarti nei prossimi giorni? Eh?”
L'uomo ansava come se fosse nel pieno di un rapporto anale nella posizione birmana, per cui non me la sentii di deluderlo ulteriormente.
D'accordo, magari non domani”
Ti chiamo dopodomani! Sei di turno dopodomani? Ah, uh, iiih, oh!”
Sì, ci sono, dalle dieci e mezza puoi chiamare”
Grazie Luca, grazie... Oh, Dio, un altro che come me pensa che John Taylor sia il miglior bassista del mondo!”
Non ho detto questo... comunque a presto”
Ciao Luca, ciao e grazie, ciao sotto il segno di JOHN TAYLOR!”
Chiusi la comunicazione con lui con un sottile senso di inquietudine, mi sembrò che quel tipo fosse davvero un esagitato. Se gli avessi risposto che John Taylor non mi entusiasmava, si poteva ragionevolmente pensare che sarebbe venuto in negozio ad uccidermi, magari con una mannaia.
Ne capitavano tanti, di personaggi un po' sciroccati, di esaltati che collezionavano solo stampe cinesi dei Queen, di gestori solitari di fan club di Umberto Tozzi, di finti parolieri che sostenevano di aver cenato a Parigi con Peppino Di Capri, etc. Uno in più non avrebbe causato danni aggiuntivi, e almeno gli piaceva un bassista, questa era certamente una nota di merito che non potevo saltare a piè pari.

Oltretutto, non potevo negare una questione fondamentale, e cioè che non avevo mai disprezzato John Taylor, anzi. Le sue linee di basso mi piacevano più della sua band di appartenenza; inoltre avevo già fatto coming out da tempo riguardo il primo disco dei Power Station, con lui al basso elettrico, l'altro duraniano Andy Taylor alla chitarra, il batterista degli Chic Tony Thompson (musicista mostruoso) e il redivivo Robert Palmer alla voce. Il tutto prodotto da un mio idolo, appunto Bernard Edwards, bassista degli Chic e rinomato produttore.
Amavo alla follia quel disco sin da bambino. Seriamente. Certo, sull'isola deserta avrei comunque portato “Unison” di Jean-François Jenny-Clark e altre cose più serie e seriose, ma i Power Station continuavano a piacermi, e pure parecchio. L'album era uscito nel marzo del 1985; in quello stesso mese avevo imposto a mia madre di comprarmi l'audiocassetta. Ricordo che andammo in Galleria Umberto a comprarlo da Ricordi. Consumai quella cassetta fino a smagnetizzarla, e imparai a memoria tutti i giri di basso e le potenti sincopi percussive del grande Tony Thompson. Di certo, preferii il progetto Power Station a quello degli Arcadia di Simon Le Bon e Nick Rhodes, anche se loro potevano contare su una maggiore eleganza formale e pure sul prezioso basso di Mark Egan.
Dunque, non ero vergine rispetto a John Taylor. Il basso in “New Religion” dei Duran Duran comunque mi aveva marchiato, a dodici anni. Il tipo, allora, poteva continuare a telefonarmi.

Puntuale, due giorni dopo il maniaco di John Taylor mi telefonò in postazione. Conversammo amabilmente, con qualche interruzione, per quasi un quarto d'ora, tempo nel quale riuscì ad informarmi che lui i cd di John li aveva acquistati su un fan site dei Duran Duran, tutti in edizione giapponese. Mi chiese se li avevo anche io, e lo sentii godere fortissimo quando gli risposi che di Taylor solista purtroppo non avevo nulla se non “Feelings are good and other lies” in “semplice” edizione americana e il 45 giri di “I do what I do”, tratto dalla colonna sonora di “9 settimane e mezzo”.
STRANO CHE UN CULTORE DEL BASSO COME TE NON POSSEGGA QUESTE MERAVIGLIE. DEVO PREOCCUPARMI, LUCA?”
Il tono era nuovamente inquietante, sembrava che mi stesse minacciando di lapidarmi in servizio o di inviarmi uno squadrone della morte. Gli spiegai che non li avevo non per cattiveria, ma solo perché costavano troppo in quanto edizioni giapponesi, per giunta fuori catalogo. Si calmò subito: “Il fatto che stimi il grande John ti qualifica per quello che sei, una grande persona”

Quello era un periodo strano della mia vita. Le cose al lavoro andavano di merda, tirava una brutta aria. Non mi sentivo soddisfatto, anche se per uno come me quella della soddisfazione è una condizione irraggiungibile, inutile frustrarsi. Ero indietro di un fitto, non avevo pagato un paio di bollette, mi accompagnavo ad una donna che non mi amava neanche un po' ma a quanto pare -un po' come me- voleva vedere come andare a finire, e c'era un'altra donna in mezzo, Cianea (il suo nome spiega più di ogni altra cosa il carattere e le propensioni affettive) che era a sua volta impegnata ma che mi provocava continuamente. Giocavamo come il gatto con il topo, io inseguivo e lei rinculava e viceversa, in un gioco a farsi male. Si era creata una tensione sessuale quasi psicotica, che non incanalavamo verso l'atto e che serviva a tenerci sulla corda e ad esasperarci oltre la soglia della follia. E così, mentre la mia “compagna momentanea” mi tradiva impunemente, io giocavo con l'altra a impazzire. Per giunta si trattava della donna di un mio ex compagno di scuola. Una situazione imbarazzante, ambigua, masochistica, delicata, fondata sul deliquio carnale non applicato. Un supplizio, una delle forme di punizione che preferivo, quella di giocare sporco con donne che giocavano ancora più sporco di me.
Inutile dire che nel dualismo tra le due donne non la spuntò nessuna e alla fine persi io. Come annunciato e forse come voluto. Ed è proprio in questo quadro complesso o troppo facile che le telefonate del maniaco di John Taylor diventarono quasi rassicuranti, simpatiche. Quasi lo incoraggiai a continuare; fu forse per merito suo se riscoprii il disco dei Power Station e alcuni dei Duran Duran, trent'anni dopo o quasi.

Mi ritrovai solo nel mese di agosto, in ferie, senza soldi per partire e senza donne. Non dimenticherò la sera del 14 agosto 2011 in cui, al colmo dell'esasperazione e in procinto di chiamare una escort improvvisata per giocare a Ken e Barbie, decisi di sparare a duemila il cd dei Power Station, lasciandolo rimbombare sinistramente nelle strade afose di una Napoli deserta ed esistenziale. Credo che la batteria di Tony Thompson si sia sentita fino a Castel Dell'Ovo.
Solo a notte alta, definitivamente sconfitto in quel modo che amavo tanto, mi concessi l'ultima sigaretta a luci spente, accompagnato da “Long hot summer” degli Style Council, indimenticabile perdizione di tutta una vita caracollante tra una purezza impraticabile e il giocare sporco solo per perdere.

©Luca De Pasquale 2018











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