02/01/18

Oneiroi


La critica deve diventare sempre più una scelta, individuale, politica, umana. È una vecchia questione, questa, già sostenuta da Baudelaire, Marx, Apollinaire e cento altri, ma che forse richiede una continua ripetizione. Bisogna cioè che il critico, e chi per professione e privilegio può scrivere ed essere intermediario, suggeritore e soprattutto formatore di coscienze, impari a schierarsi ed insieme (sono due condizioni molto legate), mettersi in crisi con la musica di cui segue parallelamente la vita.
Alberto Rodriguez, tratto da “Jazz Inchiesta Italia” di Enrico Cogno

Capitava che facessi spesso l'ultimo turno in negozio. Questo significava che rimanevo solo nel reparto dischi dalle 20 alle 21, senza altri colleghi accanto e con pochissimi, pigri clienti a gironzolare tra gli scaffali; in genere, impiegati che impiegavano un po' del loro tempo a smaltire tossine guardando dischi, quasi sempre senza acquistarli.
Non appena il mio collega di reparto si accomiatava alle 20, mi prendevo la libertà di togliere dallo stereo l'insopportabile disco di prassi che dovevamo mandare in heavy rotation e sceglievo i dischi che amavo io, quelli che mi portavano lontano, certamente più a contatto con me stesso e quello che mi portavo dentro.
Ce n'era una manciata, di quei preziosi dischi da fuga, da oasi, da ristoro e da diserbante. Quelli che usavo di più erano una decina. Eccoli:

Enrico Rava – Andata senza ritorno;
Celea/Liebman/Reisinger – Missing a page;
Jean-François Jenny-Clark – Unison;
Joe Lovano – Landmarks;
Bill Evans – You must believe in spring;
Herbie Hancock – Headhunters;
Base Line – Why really;
John Abercrombie – Upon a time;
Thierry Lang – Reflections Vol. II;
Paolo Fresu – 7/8

In realtà, questi dischi mi servivano per riprendere contatto con la mia vita vera, con i miei gusti reali, ma principalmente con le mie emozioni. Ore ed ore ad ascoltare roba che doveva colpire la pancia e l'emotività dei clienti, una cosa sfibrante e per niente piacevole. Soprattutto per un carattere insofferente come il mio. Sceglievo quasi sempre dischi jazz, qualche volta mi trastullavo con una sorta di deep house ambientale che mi trasportava in un'atmosfera suggestiva da post-pasticche e distacco da tutto e tutti. Cercavo di sognare ad occhi aperti. Privato dei suoi sogni, un uomo come me diventa solo un incidente. Mi piaceva guardare quegli ultimi clienti della sera. Gente sola. Gente che non voleva tornare a casa dalle mogli, dai mariti, persino dai figli. Gente che ritardava appuntamenti con amanti. Gente che emanava un disperato bisogno di passione e di oblio. Gente incatenata agli schifosi doveri di una vita costruita per garantire certezze e comprensione più agli altri che a se stessi.
Dalle otto alle nove di sera, mi trasformavo dunque in un traghettatore di inquietudini, una professione non lucrosa, certo, ma di sicuro emozionante. Ancora adesso, quando posso, quando mi va.
Molte delle donne che bighellonavano tra le vaschette dei dischi avevano voglia di essere amate, di amare, di fare sesso. Gli uomini mi cercavano per parlare e per confidarmi storie di ordinaria disaggregazione della felicità dal proprio emisfero emotivo. Io, comunque, avrei preferito non parlare e goderci insieme quei dischi/viaggio, liquidi, legnosi, di una bellezza sanguigna e distante, note come polvere di sogni.
Cercavo di sognare ad occhi aperti. Senza avere nulla contro Napoli e il mio ambiente coatto di frequentazioni, mi piaceva immaginare che la mattina dopo mi sarei risvegliato a Perugia, Tolosa o Bruges. Non una fuga, piuttosto la necessità di cambiare aria, geografia. Non nascondo che ora, in questi nuovi anni, questo bisogno si è rafforzato al punto da diventare dolore circolare, come un'aureola di spine, una proiezione al neon di quello che non c'è pronta a girarmi in testa senza interruzioni.
Mi piaceva immaginare un'andata senza ritorno. Infatti, chiedevo continuamente di essere trasferito. Dovevo ricominciare altrove. Non mi hanno mai accontentato, quei bastardi. Ero uno dei pochissimi che non si cacava addosso di ricominciare da zero, di non annusare più le sottane di mammà, di non farsi condizionare da legami sentimentali e amicali. Niente. Non mi hanno mai voluto accontentare, ero indigesto, ero impopolare.

Durante l'esecuzione di quei dischi salvifici, mi trovavo spesso di fronte quelle che chiamavo “le donne dell'ultim'ora”, ragazze e donne attraenti, un po' misteriose e un po' civette che mi gironzolavano attorno senza chiedere, lanciando qualche sguardo annoiato alla mia postazione. Mi rendevo conto che avrei potuto inventare ad arte dei colpi di fulmine, delle improvvise ed impellenti attrazioni, qualche volta l'ho fatto. L'ho fatto ben sapendo che questo tipo di emozioni, così avulse dal resto della realtà in circolo, sono tanto pericolose quanto deludenti. Sembra quasi che una creatura sia stata generata apposta per te, sembra che il bacio sarà prima o poi inevitabile, tutto sembra collimare, parole, pause, respiri, sguardi. Ma è come amarsi da distanze impenetrabili, incalcolabili. Questo tipo di attrazione, comunque rara, non riesce a nutrirsi di vita: solo di sogno e memoria incredula. Non si può procedere, il rischio della dissipazione è altissimo e la beffa caccia la sua lingua di Menelik dietro angoli bui, come dopo una triste e disperata veglia di Carnevale. Puoi amare chi è alla tua sinistra e alla tua destra, non chi ti si para di fronte con tutta l'assurda forza dell'imprevisto. Manca il coraggio e c'è troppo da mettere in gioco: stile di vita, abitudini, amicizie, precedenti costruzioni, rovinose paure di solitudine, vizi inconfessati.

Una sera mi confrontai con un cliente circa il prendere posizione nella vita. Quel mammalucco non si dava pace e non capiva come mai non facevo nulla per nascondere quel che pensavo di quel lavoro, che era bello solo in apparenza. Mi sentivo uno schiavo e spesso un coglione. Non è vero che è bello vendere musica, se non è quella che ami e che fa parte del tuo linguaggio e del tuo sangue. Se vendere musica significava vellicare e umettare le peggiori manie nazional-popolari in giro, allora aveva più senso andare a smerciare profilattici cinesi alla stazione e farcisi pure un giro sui binari morti, in compagnia di qualche altra anima persa.
Lasciai quel cliente ai suoi vaniloqui e incontrai Valeria prima della chiusura. La invitai a casa mia, ma lei mi disse che doveva cenare con il suo compagno. Non le dissi nulla, ma appena scomparve sulle scale mobili, inghiottita dalle promesse certe della sua vita certa, sparai a mille un pezzo che mi aiutava a sentirmi meglio, potenzialmente vivo, “Colour” di Seal.
In quell'ora in cui gestivo da solo il reparto dischi, mi dicevo sempre che dovevo affrontare la comparsa delle Moire, creature generate dalla vita reale ma anche dalla mia notte interiore. Lo schema si ripeteva all'infinito, e più c'era il rischio di provare emozioni forti, meno accadeva sul selciato grigio dello scorrere quotidiano. Potevano chiamarsi Valeria, Francesca, Stefania, Chiara, Carolina, Laura. Lo schema si basava sul mio sguardo malinconico e sull'impossibilità di tessere un ponte emozionale tra le nostre distanze, scrivo “tessere” perché mi sembra tuttora il verbo più adeguato per descrivere quello strano magone reciproco senza futuro.

Rimasto solo, ascoltavo con ancora più attenzione i miei dischi, il linguaggio dei miei pensieri. Non ero triste, non ero sconfitto. Ero in movimento laterale verso strati di sogno e ombra. Una mia specialità. Volevo solo cambiare città, lavoro, nome. Tutti mi dicevano “quando lo scrivi un nuovo libro?” e io non capivo perché. Perché cazzo volevano che scrivessi un nuovo libro, che probabilmente non avrebbero nemmeno sfogliato?
Per darmi un ruolo, per darmi un nome, per darmi uno scopo spendibile anche nelle chiacchiere da latrina.
Dal canto mio, io volevo solo sognare. Sognare per bene. Sognare altri luoghi e altri destini. Sognare di prendere sempre posizione senza incorrere nelle volgari scomuniche degli amministratori del quieto vivere, quel cancro insito in ogni società che si dichiari evoluta. Valutarsi al meglio solo se ci si sente inseriti, questa è una nausea sottile, acqua torbida, senza sogni, senza domani. Senza nemmeno le Moire.

©Luca De Pasquale 2018

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