25/01/18

Marchette e autopersuasione



Faccio un giro di telefonate per “piazzare” dei dischi. Ricorro alle mie vecchie agende.
Sin dalla prima telefonata, mi accorgo che qualcosa non funziona a dovere. Io. Non ho verve, non ho entusiasmo, non ho intenzione. Perorare la vendita del materiale, che mi è necessaria come l'ossigeno e non è certo pensata per seguire un'inclinazione, mi costa una fatica mai provata prima.
La cosa non dipende dall'esiguità delle cifre che potrei raccogliere, proprio no. Dipende invece dal fatto che provo un senso di nausea a “piazzare” la merce, la percepisco come un'azione distante, innaturale, soprattutto vecchia.
Non cavalco la curiosità dell'interlocutore, non reggo alle grottesche obiezioni che mi vengono fatte (“8 euro? Non si può scendere?”), non mi va di fare conversazione, ancor meno sono disposto a parlare di quando lavoravo nei negozi. Non so, è come chiedere a una puttana se si ricorda le prime strade dove ha battuto nel 1963.
Oltretutto, sono fermamente convinto che quando un uomo cerca di vendere qualcosa diventa fortemente disgustoso. Io sono (stato) un venditore professionista di dischi, eppure mi sono guardato sempre con un terzo occhio che non mi dava scampo. Anche perché poi i soldi non li incassavo io, particolare che non deve essere dimenticato.

Insomma, scopro che non ho voglia. Nessuna voglia. Alla terza telefonata, decido di mandare tutto a fare in culo. Le cifre non valgono lo sforzo, le chiacchiere perniciose e anacronistiche mi fanno venire mal di testa.
Ti ricordi di quando mi vendesti nel 2002 quel disco di quel gruppo di colore che somigliava a Simon&Garfunkel? Era bello quando stavi in quel negozio...”
No, non era bello.
E non voglio ricordare quel periodo.
E non voglio ricordare te.
E non mi piace vendere così, con l'ansia della povertà e l'asma del bisogno, dicendoti cazzate che non penso, sopportando il tuo tono di voce mellifluo, quella pacatezza della tranquillità quotidiana che non conosco e non mi appartiene. Non mi va di “piazzarti” la mia roba e poi, dopo, sfregarmi le mani come uno stronzo, fingendo di aver sedotto qualcuno, di essere riuscito a penetrare nelle sue viscere, nei suoi gusti, nei suoi bisogni.
E se pure ci sono riuscito, dovrei sentirmi fiero di me?
Ma se non mi sentivo fiero nemmeno quando qualcuno mi chiedeva una copia del mio libro, cosa vuoi che provi vendendo una manciata di cd a qualcuno che avevo deciso di non sentire mai più?
Io proprio non riesco a capire. Il senso di fierezza che molti provano quando si vendono bene, quando sostengono un coito, quando versano dei soldi, quando condividono le foto delle vacanze e delle cerimonie, quando esibiscono le loro belle e “riuscite” famiglie. La maggior parte degli uomini, alla fine, paventano fierezza per cose che non hanno ideato loro e che da loro non dipendono. Ma non vogliono pensarci, a questo.

Prendo l'elenco delle persone alle quali avevo deciso di telefonare e lo straccio in mille coriandoli. I dischi me li tengo, mi tengo anche il silenzio che in questi giorni sento di preferire al resto.

Rispetto profondamente le mie pulsioni. Le rispetto sul serio. Anche quelle più nascoste, più sconvenienti e meno “sociali”. Rispetto i miei tempi interni e anche i miei attacchi di nausea per quello che non mi coinvolge più.
Sono in rottura con molte cose del passato e del presente recente; sono in rottura anche con molte persone, perché trovo che il buonismo sia un cancro, una sfortuna della mente, uno scolo dell'anima.
Parto dal presupposto che si parla troppo, si spiega troppo. I dialoghi tra le persone sembrano delle continue, ridicole giustificazioni, spesso percorse da devastanti scosse di vuoto interiore.
Io faccio così perché... ora ti spiego...”
Io ho detto questo per un motivo preciso...”
Ma per cortesia, basta. Se vuoi parlare, parla e finiamola; altrimenti infilati la lingua in culo e contempla la “wellness” del mondo, no?

È anche per come mi sento che al momento non scrivo per pubblicare, per cercare di farlo, eccetera.
Potrei essere pericoloso, prima di tutto per me stesso. Perché sono in rottura, rischio tutto sempre, e dunque dico e scrivo tutto quello che mi pare. Ora ammetto che mi viene la nausea a vendere dei dischi a dei rompicoglioni per pagarmi le sigarette. E dico anche che non gradisco chi mi infogna con ricordi del passato che invece sto demolendo con cura. Potrei anche dire che uno scrittore non deve baciare culi. Anche un piccolo, incazzato scrittore. Chiunque scriva cose in qualche modo compiute non deve baciare culi. Ma la voglia di piacere è così forte che iniziamo presto a fare schifo come uomini e come scrittori. Iniziamo a fare schifo anche quando la nostra vita comincia a piacerci al punto da perdere il senso critico e diventare delle farse ambulanti, con tutte quelle luci accese a mostrare chissa che.
Qua mi sembra la storia di quegli uomini che mi parlano benissimo delle loro mogli e poi vengo a scoprire che si menano il cazzo come degli idioti davanti allo schermo di un computer.
O come quelli, tanti, che si fanno piacere le persone che servono e poi ne parlano male come delle servette isteriche, durante quelle confessioni-gonorrea che io manderei al cappio. Ve li siete fatti piacere, i personaggi chiave? Teneteveli senza geremiadi.

Mentre raccolgo la carta a brandelli da terra, mi arriva la telefonata di conferma di un cliente che avevo contattato prima. Mi conferma due cd, per un totale di nove euro e cinquanta. Gli tolgo i cinquanta centesimi così lo faccio contento, è solo un pidocchioso di merda nonostante un lauto stipendio statale, ma gli tolgo anche la sua droga, perché quei due cd non glieli porterò mai. Preferisco tenermeli. Li cercasse su Amazon, oppure si recasse in uno dei falsi negozi che oggi sostengono di fare resistenza alla crisi. Voglio proprio vedere come cazzo li trova, quei due cd esatti. Li rimpiazzerà. Oggi rimpiazziamo tutto.
Anche quando il cuore è nella pece, troviamo modo di gratificarci. Con degli acquisti, con della ginnastica della bocca, della lingua, del movimento, con una serie di entità soprannaturali che dovrebbero prendersi cura di noi, e in questo gioco infimo e pecoraro ci infiliamo anche i nostri morti, ai quali siamo noi a non saper dar pace.

Oggi sto bene. Oggi sono l'uomo che si muove nella strada scura quando inizia a piovere, quando le persone scappano a casa. Quando anche io inizio ad avere paura.

©Luca De Pasquale 2018

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