16/01/18

L'ossessione della musica, la ricerca del silenzio


Sono musicalmente onnivoro, tranne alcune eccezioni. Vivo (e patisco) una miriade di impulsi irresistibili, che sin da quando ero ragazzo mi trascinano da un luogo all'altro con apparente nonchalance.
Posso aver bisogno, a una data ora, in un dato momento di Alan Sorrenti e poco dopo farmi una dose di dischi per solo contrabbasso, posso avere un approccio serioso a un certo tipo di materia musicale e contemporaneamente fomentare una tentazione groovy e danzereccia che non mi ha mai abbandonato. Non vuole essere questo un elogio di un eclettismo privato, per niente. Sono convinto che tutti coloro avvezzi a vantarsi della loro trasversalità cadono in un errore clamoroso, ritenendosi molto rari e quindi preziosi. La mia trasversalità musicale è figlia di un carattere inquieto a prescindere e di una curiosità spaventosa, irrefrenabile.
Questo è un pregio per rafforzare il bisogno di conoscere ma è anche un limite pratico, considerato che la mia tasca non è mai riuscita a starmi dietro per più di un mese.
Ho una wantlist di dischi e libri che vorrei acquistare, sono anni che ne ho una in piedi. Al momento, quella in corso consta di 97 pagine di documento word; non voglio nemmeno sapere quanti titoli vivono in quel file, alcuni invecchiati e incazzati per non essere stati presi in dovuta considerazione prima degli altri.
Con le finanze che nel tempo si sono ridotte da scarse ad inesistenti, consultare quella lista potrebbe anche diventare un gesto di pura, assoluta frustrazione.
Ieri notte non riuscivo a chiudere occhio, che novità, e allora ho dato una veloce scorsa a siffatta pergamena: sotto gli occhi mi sono capitati i Combustible Edison (lounge raffinata), i Pharaohs (pre-Earth, Wind&Fire), gli Hindsight di Camelle Hinds (bassista dei seminali e funkissimi Central Line e poi con The Style Council, Isabelle Antena, The The), Lele Battista (uno dei cantautori più dolenti e talentuosi in circolazione, solita cecità tutta italiana, altrove lo avrebbero cosparso di oro) e tanti altri. Curioso, ho fatto caso a due note scritte in rosso grassetto, due ammonimenti direi:

1-RICORDA RISTAMPA VINILE DIGABLE PLANETS;
2- IL NUOVO DI MESHELL NDEGEOCELLO ESCE IL 18 MARZO

Non saprei come spiegare, ma mi è parso un tono molto minaccioso, il mio. Un po' come a dire, non perdere tempo in cazzate e non dimenticare due cose cui tieni molto, d'accordo? Come se dovessi disciplinarmi, perché magari il 18 marzo, non ricordando della sospirata uscita di Meshell, potrei essere affaccendato con l'IDM, la no wave, badilate di deep house ambientale dal battito notturno o addirittura il jazz bielorusso.
La necessità di tenermi a bada con la bulimia musicale e letteraria è un'efficace metafora di quanto mi accade nella vita cosiddetta “reale”: devo controllarmi, verificare gli impulsi, non esondare, non eccedere in digressioni, richiami onirici, manie di perlustrazione del nuovo, dipendenza da potenzialità in penombra più che da veloci conseguimenti del momento.
In fondo, il vento mi perseguita. Porta con sé odori, suggestioni, e io tendo a seguirle, a vestirmi del mio, di vento, e cercare quindi gli spiragli per volare insieme in notti senza insegne, senza pentimenti, senza definizioni possibili, notti che non puoi raccontare in giro perché, tutto sommato, pretendono di essere sempre cosa diversa dal quotidiano sperimentato.
Schiavo di cambiamenti e rivoluzioni, alla perpetua ricerca del “tormento diverso” che mi piaccia più dei precedenti, mi sono dato spesso del coglione, con piena ragione.
Non c'è bisogno di fare deltaplano e canoa estrema su ruscelli più stretti del mio conto in banca per essere avventurosi realmente; il rischio, l'azzardo, l'esplorazione, sono elementi che possono comparire facilmente anche nella vita di un insonne che di vita sociale ne fa pochissima da sempre e che ama smodatamente un certo tipo di solitudine in rigoroso silenzio.
Già, perché credo siano due su tutte le ricerche più impellenti del mio vivere, la musica e il silenzio. A volte insieme. Cerco continuamente il silenzio e sono convinto che si parli troppo e con troppa ostinazione anche di quisquilie farraginose, deprecabili.
Non mi è mai piaciuto fare conversazione incolore. No, non so dirti dove si mangia il miglior pesce arrostito della baia. No, impossibile che io conosca un dettaglio tecnico dei computer di nuova generazione; e no anche sulle tariffe delle compagnie di volo, non ho mai avuto un commercialista e non so nemmeno come è fatto il motore di un automobile. In più, non ho notato che quella persona che conosciamo è più paffuta del solito ed è forse più soddisfatta perché si scopa un uomo nuovo, più giovane e dotato. Non ho nemmeno fatto caso a quel vecchio amico che è passato dalle canzoni degli Inti Illimani (che non mi sono mai piaciute, Dio sacro, risparmiatemi) al trip hop da petting serale, solo perché colpito dalla faccia di lussuria di una giovane con il ghigno meraviglioso e demoniaco del piacere ritardato causa corteggiamento psicotico da attuare.
Entro in palese difficoltà quando qualcuno, poi, mi dice che ha conosciuto altri esseri umani di entità superiore, tutti bellezza dell'anima e vigore corporale, creature per metà viaggio (pagato) e per metà charme da appartamento, seduttori epocali che in casa, durante il rituale del carenaggio emotivo, ti cacciano una brocca da acqua d'epoca e tu donna sensibile crolli subito, anche perché lui legge pure. Non ho mai creduto all'esaltazione di cotali descrizioni. Sono scettico e pessimista sulla razza umana. Mi piace il silenzio. Se leggo Thomas Ligotti non posso credere in questo tipo d'incontri. Se mi piace l'aria desolata di certe canzoni da fine amore all'alba, come posso partecipare alla descrizione di uno scalatore con la barba curata?

Sono innamorato del silenzio. Non posso sovvertire questa passione. Quando parlo troppo, finisce che inizio a considerare la mia voce lo sfiatatoio di un bagno turco e mi vergogno. È raro che io riesca ad ottenere realmente il silenzio, ad iniziare dal posto dove abito, che oramai è in piena dominazione da parte di famiglie dotate di due-tre figli cadauna. E se non ci sono i bambini a strepitare, lasciati a sfrenarsi da genitori volutamente distaccati, ecco che ci pensa l'inquilino con l'hobby del fai da te o quello che di notte si mette a spostare mobili e mi rompe i coglioni, a me insonne come lui che cerco di leggere e pensare senza darmi da fare con mani e piedi.
Ho cercato il silenzio (affettuoso) anche con amici, o in coppia, per non dire delle famiglie allargate controvoglia. No: il silenzio, in fondo, è visto come esplicitazione di una crisi comunicativa ed emozionale. Un'assurdità imperdonabile dalla quale mi dissocio con faraonica indignazione.
Il silenzio mi ha insegnato a scrivere e pure a pensare diversamente da quel che mi si diceva; mi ha insegnato a leggere negli occhi di chi non trova facilmente le parole. Il silenzio mi ha insegnato ad amare la musica e a capire, da certe pause troppo lunghe, che invecchio con dei rancori non risolti, con la nostalgia delle stelle per le quali avrei pianto a vita, con il disdoro insensato che mi prende alla gola quando mi sveglio e devo impiegare dieci minuti minimo per rendermi conto che sì, sono io, uno qualsiasi, uno che ha fatto scelte contrarie a un vento che non gli portava odori e suggestioni.
Preparandomi il caffè, pregustando la prima nociva sigaretta del giorno, mi dico lapidario “paga stronzo, paga. Non pensarci, paga”.


©Luca De Pasquale 2018


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