29/01/18

Le notti a Napoli nei primi anni novanta



E se il vento sarà freddo
Un'altra estate arriverà
Cercherò di andare a tempo
Raccontando all my pain
Pino Daniele – Bonne Soirée

Le notti a Napoli, tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, sembravano non finire mai. Si viveva anche il giorno come se fosse notte. Si potrebbe dire “eravamo giovani” ed era dannatamente vero. Vivevo sulla cresta di un'onda continua, e poco importa che quell'onda fosse estremamente scura e carica di detriti personali e non. Le possibilità apparivano infinite, così come le combinazioni degli incontri, gli incastri del fato, le traiettorie dei desideri.
Dal 1989 al 1993 credo di essermi ritirato a dormire dai miei solo poche volte. Oppure rientravo all'alba. E quante albe ho visto, da Posillipo, da Mergellina, da qualche appartamento affossato nei vicoli del centro storico, da case di amici che ruotavano con la stessa velocità delle infatuazioni e della musica.

Già, la musica. Per quanto nuotassi sempre con più entusiasmo tra Jaco Pastorius, Jack Bruce e tutti i bassisti che ho sempre amato, la musica dei napoletani contava eccome. I primi otto album di Pino Daniele, la fissa per la valenza esistenziale e sensualmente decadente di Alan Sorrenti, il groove plebeo e irresistibile di Enzo Avitabile, le pagine delicate e jazzate di Nino Buonocore, la cavata profonda e orientale del contrabbasso di Rino Zurzolo, la voce di Gianluigi Di Franco con Tony Esposito, i dischi speziati di James Senese solista.
Sono legato a dischi che riempivano e dipingevano quell'epoca, quei giorni, quella sensazione quasi dolorosa di “tanta vita davanti, forse troppa”. C'era “Di notte” di Alan Sorrenti, quasi un manifesto. Si volava alto, forse troppo alto, con “Una città tra le mani” di Nino Buonocore, di un'eleganza imbarazzante, un disco che poteva accecarti e farti innamorare di chiunque, proprio come “Steve McQueen” dei Prefab Sprout. E c'era Pino, con quel “Bonne Soirée”, altro evidente manifesto delle infinite potenzialità emotive ed emozionali di quelle notti napoletane indimenticabili anche quando buttate al vento. Che strano disco, quello. Al basso c'era Pino Palladino, bassista incredibile. Tutte le canzoni di quell'album sembravano scritte apposta per le ore della notte e per l'alba, per i ritorni a casa con il cuore in tumulto, per gli azzardi onirici ad occhi aperti, per quella maledizione insostituibile che è sperare in nuovi fasci di luce ad ogni risveglio, anche il più amaro.
E io, con i miei Ray-Ban forse falsi anche di notte, con le sigarette rubate a mio padre, mi sentivo pronto a tutto, ad amare, a morire, a sfidare ogni legge di buonsenso, a fottermene di ogni regola una volta per tutte. Non c'era una lira al di fuori delle apparenze che la famiglia voleva tenere all'esterno, ma chi se ne fotteva. Viaggiavo su quei dischi, e con quei bassisti che andavano a impreziosirli mi muovevo a tempo: Rino, Pino Palladino, Jeremy Meek, Alphonso Johnson, Gigi De Rienzo, Polo Jones...

L'ombra della fine era sempre dietro l'angolo. Una fine improvvisa, assurdo, uno sperpero annunciato. Sperimentavo come si potesse vivere pensando, solo pensando, che ogni giorno può essere l'ultimo. Cominciavo a trovarmi bene con quell'idea. Rischiavo quasi sempre, in tutto. Pure nelle cose inutili. Perdevo spessissimo. Era bello perdere in quelle notti che non finivano mai e che ti offrivano la possibilità di cambiare solo disco, non la luce dentro. Coltivavo pensieri molto banali, uno dei quali verteva sull'impossibilità di finire dietro ad una scrivania con un lavoro di routine. Ero ingenuo e arrogante.
Piuttosto mi sparo in bocca”, avevo detto ad un caro amico. Non riuscivo proprio a capire come cazzo avesse fatto mio padre a fare l'impiegato modello per trentasette anni, per giunta con una paga che non valeva il suo scrupolo, il suo puntiglio e la sua onestà. Sapevo che lo avevano calpestato, preso in giro. Le sue amarezze, che intercettavo puntualmente, mi spronavano a vivere diversamente, senza attenzione a mantenere i rapporti, senza vincoli comportamentali e levate di cappello da schiavi. Quando mi innamoravo (o credevo fosse così), partivo sempre lancia in resta, come se quella fosse l'ultima azione a mia disposizione. Una volta spaventai una ragazza dicendole che se ci fossimo baciati avrei anche accettato l'idea di morire l'istante dopo. Lo dicevo senza pathos, ma con profonda convinzione, ottenendo un effetto straniante che non sempre giocava a mio favore. Ricordatevi, l'eccessivo romanticismo, quello vero e non quello da peluche e brillocco, si paga sempre un prezzo spropositato. L'irrazionalità terrorizza i giusti. Un uomo che ama la vita considerando la morte non è certo un buon partito, molto meglio incrociarlo per caso, lasciarlo parlare un po', intuirne la disperazione ma non di più. Mai di più, per cortesia.

Ho perso quasi tutte le persone di quegli anni sventati, da Ray-Ban anche di notte, quegli anni di baci con il permesso, di foga, di ingenuità e di eterna utopia; eravamo carne da macello, ci hanno massacrato. La classe del 1972 ha incassato una serie di sconfitte violente e impreviste, sognavamo troppo per sperare di restare davvero in piedi.
Come potevamo uscirne vincitori? Patrizio, io, Sauro, Federica, Isabella e gli altri giravamo in una Ritmo ascoltando la cassetta di “Bonne soirée” a tutto volume.
Ho un'immagine precisa di me in quelle notti: seduto a fianco di Patrizio, che guidava, con la sigaretta perennemente in bocca, gli occhiali da sole, e la testa mossa come un tacchino ascoltando quella cassetta e particolarmente “Boys in the night”, che era un po' il nostro inno privato. Cercavo di andare a tempo, lì mi aiutava Pino Palladino, avevo la testa di un bassista anche se non sapevo suonare che due giri elementari e giocavo con la pentatonica. Avevo anche comprato un basso fretless di costruzione italiana, uno ZeroSette senza tasti.
Ricordo ancora lo stupore del negoziante: “Ma sei un principiante e ti vuoi comprare un basso CIECO?”
Sì, perché all'epoca il basso senza tasti in Italia veniva ancora nomenclato come “cieco”; e del resto la definizione calzava, perché uno agli inizi rischiava di prendere note a capocchia. Ma che potevo farci? Ero cresciuto con Jaco e con i dischi di Paul Young con Pino Palladino al fretless, era una scelta assurda quanto inevitabile, quella del basso “cieco”.

Qualche anno fa ho saputo che poi Federica e Patrizio si sono sposati, si sono trasferiti al nord e hanno avuto due figli. Non li sentirò da venticinque anni almeno. Federica mi aveva fatto capire che provava qualcosa per me, e questo mi era bastato a continuare a fumare, girare la città di notte e non togliermi mai i Ray-Ban. Patrizio, evidentemente, l'ha voluta sul serio e non ha mai fatto un passo indietro.
Associo il sorriso di Federica a quel verso di “Vita mia” di Pino Daniele, dal suo album “notturno”: “Vita mia ti giuro, sono tante le autostrade, il colore del giorno sulle macchine bagnate fa andare via il sonno”. E quanto era vero. E poi arrivava la svisata di Pino Palladino. Mi bastava.

Ogni tanto mi capita di incontrare qualche reduce di quegli anni. È triste capire che si fa fatica a salutarsi e che siamo tutti cambiati, tutti in qualche modo corrotti, sviati. L'effetto nostalgia è un tappeto di spine che cerco di evitare, ma finisco per precipitare altrove nella smania di fuggire. Non accetto l'idea che sia passato tutto questo tempo. Mi sento ancora un ragazzo, ed è per questo che sento di mandare per le strade un sosia, un alias, una fotocopia. Perché adesso le notti finiscono prima, l'insonnia non è più alchimia e orizzonte, e se inforcassi gli occhiali da sole con il buio mi darei solo del coglione. Mi è rimasto un solo vizio, oltre le sigarette: quello di sentire forte le cose dentro, quasi fino a squarciarmi, rivoltarmi come un calzino, rivoluzionarmi. Però che contegno: vivo terremoti e tempeste e da fuori sembra che io non muova un passo. E questa, più della nostalgia che ho imparato a raccontare, è la mia più grande vittoria.

©Luca De Pasquale 2018










2 commenti:

  1. Anche io avevo i ray ban falsi, e anch'io ascoltavo bonne soiree. Bellissimo post, grazie.

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    1. Grazie a te per la lettura e il commento. I Ray Ban falsi, che nostalgia...

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