18/01/18

La luna è il sole dei lupi


Nos vies, un livre, un film, une série terrible
Ah, plus jamais ça, ni fouet, ni corde
On lutte et malgré ça, garde la miséricorde
Bienvenue dans le cœur de nos bastions
Où vivre, c'est vivre sa passion, alors.
IAM – Danse pour le hood

Il giovane imprenditore che appare in televisione dice con enfasi alla conduttrice incantata: “La mia storia positiva è la dimostrazione che tutti ce la possiamo fare, basta volerlo”.
Prendo il giornale e lo lancio in aria con foga: “Col cazzo!”
Chi mi sta accanto durante questa scena mi guarda con sorpresa e poi mi sorride. Siamo alle solite, Luca che si incazza. Luca che non ci sta.
Non è solo questo. È che questa tiritera mi ha stancato; da almeno venti anni non la sopporto più. Queste improvvide dichiarazioni mi ricordano che allora ha ancora più senso, da parte mia e di tanti altri, muoversi nei bassifondi e non sotto i riflettori. Non prendere questa abitudine dannata di spacciare i propri buoni risultati personali come paradigma.
Che poi è una cosa completamente priva di senso. La vita non cambia se ci concentriamo sui nostri desideri come se dovessimo andare di corpo. L'attuazione dei progetti non dipende (solo) dalla forza di volontà, altrimenti ognuno di noi avrebbe tanta di quella roba funzionante in piedi da diventare odioso, sciocco, in un mondo affollato di eccellenze e di buone riuscite.

In questi giorni ho visto una donna anziana seppellita dalle buste del supermercato; mi ha spiegato che i suoi figli l'hanno lasciata sola, vivono fuori. Nessuno le fa la spesa. Ho incontrato un musicista, bravissimo, che non riesce ad incidere un disco da dodici anni ed è finito a suonare in una merdosa cover band dove deve pure fingere di amare i Queen e i Muse, lui che è appassionato di Steely Dan e Talking Heads. Nel supermercato dove vado, il più economico della zona, tra i clienti abituali c'è una prostituta che è una bella donna, parla bene, ha classe. È una nota prostituta, penso che mezzo paese avrà visitato il suo appartamento. Si dice che abbia una figlia che vive a Rovigo e fa la segretaria in uno studio medico: chiacchiere da supermercato, ascoltate per inerzie e per mio udito da licantropo.
E ancora, la proprietaria del negozio di intimo femminile all'angolo, seppellita dai debiti, imbruttita a morte nel giro di due anni, lasciata dal marito, costretta ad aprire anche la domenica mattina perché probabilmente è finita in mano agli usurai.
E io, me, io, sembra che io mi chiami Luca. Io che marco il mio territorio, lo spruzzo di rabbia e di pazienza, faccio la conta degli addii e segno le prenotazioni afferenti la stessa materia, mani in tasca anche d'estate, ancora schiavo delle Camel Lights, con i miei involontari esotismi da retroguardia, la mia maledetta storia personale con tutte quelle scorie infime che sembrano preoccupare più gli altri che me stesso. Se non riuscissi a compiere qualcosa come espressione, come divulgazione, la mia vita sarebbe invisibile come e più di quelle elencate sopra.
Dunque, per quel brillante giovane imprenditore abbiamo sbagliato tutti? Io, il commesso, la vecchia abbandonata, la puttana raffinata, la negoziante usurata, il musicista cinquantenne finito nella cover band di bambocci?
Non abbiamo creduto nelle nostre reali possibilità?
Abbiamo giocato male le nostre carte, quelle poche leggibili?
Siamo stati sfortunati e a un certo punto abbiamo iniziato a provarci gusto?
Ho molti dubbi. Però non mi sento di dare una risposta definitiva sull'argomento. È importante? Non credo.

Giro per le strade in queste mattine di vento, per la terza volta consecutiva dimentico il telefono a casa e non me ne frega niente. La strada non ha mai smesso di insegnarmi la vita. Le facce della gente, i sorrisi sinceri o sforzati, le parole incerte o troppo veloci, i nomi sui citofoni, i nomi sulle facce che poi si dimenticano troppo facilmente.
Man mano che passa il tempo finisco per dimenticare. Tante facce e tante voci che mi hanno tenuto compagnia negli anni, ganci che sembravano cattedrali, arpioni arrugginiti che per qualche istante mi sono sembrati cuori da spremere e carezzare.
Sbiadiscono i volti delle chimere, vecchie infatuazioni si trasformano in secchielli e palette di estati mai vissute, e io leggo negli occhi di tanti il rimpianto futile per ciò che non sono diventato e non sarò mai: uno che recita bene la sua storia e poi passa alla cassa per incassare.
In queste mattine di vento, spietate e senza piacere, dove i passanti ti chiedono come ti porta la rabbia e se usi il burro di cacao, avverto una strana, inedita sensazione: quella di essere in pace con la mia guerra. Quando mi fa male la schiena respiro forte, il respiro diventa un rinculo di aghi e spaesamento di vecchio bambino, mi ricordo che mio padre è morto, che gli amori finiscono, che le scintille non sempre fanno fuoco, e che cercare definizioni per vivere meglio è proprio stupido e improduttivo. Quando il dolore è acuto e mi sembra di essere malato, mi risveglio: e rido, davvero rido, pensando che c'è chi mi guarda rammaricandosi per le cose che non posso fare e per quello che non sono diventato.
E io vorrei chiedere a questi empatici, ma di cosa ti rattristi?
Ti dispiace che io non possa viaggiare, farmi conoscere, valorizzarmi come pare che io meriti? E chi lo stabilisce che lo merito? Non ne sono mica tanto sicuro, non al punto da amarmi in nostalgia mentre vivo la mia guerra.
Gli amici sembravano trenta quando mi girava bene, poi sono diventati quindici, dieci e ora si contano sulle dita di una mano. E questo, toh, mi piace. La vita e la strada mi hanno insegnato che è giusto perdersi. E che non si possono amare troppe persone insieme, altrimenti si piange e poi si deve andare in cerca di amuleti, panacee e sorveglianti del cuore.
Mi piacciono le facce delle persone che incontro per caso, facce con nomi veri, quelli che non conosco, quelli che non sono trascritti su un documento. La sera leggo, studio. Non mi manca affatto uscire e andare in giro a conoscere e farmi conoscere. Leggo storie estreme, storie realmente accadute, storie di ribellione che a volte condivido, altre meno. Però devo capire. Devo capire cosa muove gli individui verso la strada scura e non quella (che appare) luminosa. Il mio cuore è molto più vivo della mia schiena, che soffre. Come soffre il mio corpo per il poco riposo notturno. Ma il cuore drena forte e quando respiro forte mi sembra di avere ancora tanto tempo a disposizione per contare le fiamme attorno e dentro di me.

Stasera il vento è quasi caduto. Ho saputo, e sono dispiaciuto, che sono morti Jean Salem e Daniel Lindenberg, due emeriti pensatori e studiosi francesi dei quali posseggo alcuni libri. Ascolto l'ultimo disco degli IAM, “Rêvolution”, potente, fluido, adeguato al mio momento di vita.
Leggo anche stasera storie vere di gente che si è fottuta per un'ideale, anche sbagliato, e che oggi è soggetto di irrisione da parte di coloro che nella loro vita non riescono a credere in altro che nel lusso, nello scorrere regolare -e quindi con una tumultuosità orchestrata e PAGATA- e nell'immagine sociale veicolata al meglio da quella -costruita, PAGATA- personale.
Devo capire, compenetrarmi, indagare. Cercare, cercare diverso, ed è ovvio che la luce a mia disposizione sia poca, intermittente, anche stronza.
Non rammaricatevi per tutto quello che mi sto perdendo, così mi dicono: concerti, viaggi, vestiti, comitive, sfide alla natura, weekend fuori, passioni violente in arnie protette con tanto di rete sotto il finto precipizio.
Ci sto abbastanza bene, a camminare radente i muri, marcando il territorio, ormai convinto che i miei tanto amati lupi sono adattissimi a gironzolare durante il giorno, leggere la sera e restare svegli di notte perché “la luna è il sole dei lupi”.


©Luca De Pasquale 2018













Nessun commento:

Posta un commento