30/01/18

Il palazzo delle anime perse



Ho abitato per più di cinque anni in uno strano palazzo, che era costituito da appartamenti divisi in tante microcelle, chiamati erroneamente “monolocali” e affittati come tali.
Chiamavo quel posto “il palazzo delle anime perse”.
Non c'era un solo residente in quel purgatorio stinto che se la passasse bene. Divorziati, separati, appena cacciati di casa, alcolisti, disoccupati, puttane, persino un cantante lirico obeso e cocainomane. Oppure impiegati come me, quelli da mille euro al mese e anche meno, che buttavano quasi mezzo stipendio (non incluse le bollette) in topaie di quella risma e intanto, bene o male, si fottevano l'esistenza continuandola.
Spesso, sentivo i vicini litigare o anche, eventualmente, chiavare. Lei doveva aver visto dei film di Milly D'Abbraccio, perché diceva e sospirava le stesse assurdità della pornodiva, ma senza il famoso effetto a ormone uncinato che la suddetta incuteva in tutti noi maschietti onanisti in erba ai bei tempi. Lui grugniva come un maiale, per giunta a scatti. Ho avuto spesso voglia di andare ad ucciderlo. Sono serio: volevo ammazzarlo. Non c'è niente di più osceno e schifoso di un uomo che gode. Siamo ridicoli quando godiamo, noi eterosessuali: perché abbiamo paura di mostrare lati omosessuali nascosti con una voce magari incerta, biancastra, e allora ci convinciamo di dover gorgogliare e grufare. E poi non ci togliamo mai i calzini quando scopiamo, perché siamo dei mammoni idioti.
L'altro vicino, un cinquantaseienne divorziato che passava ore al telefono a urlare alla ex moglie che era una “schifosa troia”, si ubriacava quasi tutte le sere. Lo sentivo bofonchiare, parlare da solo, ruttare.
Io stavo poco in casa. Rientravo dal lavoro, facevo una doccia fredda (scaldabagno rotto in corto perenne), mi mettevo a scrivere fumando una sigaretta dopo l'altra, ascoltando musica in cuffia. Finivo a cenare sempre non prima delle 23 e rotti, sacramentando per quell'interruzione. Ogni tanto ricevevo delle donne. Alcune erano chiaramente destinate a non tornare mai più in quel postribolo, che non avevo abbellito in alcun modo. Era un piccolo regno animale; per carità, lo pulivo, ma restava la tana di un animale.
Ed io tale mi sentivo. E animale mi sento ancora oggi, nonostante le garbate apparenze. Le apparenze non c'entrano, con il sentirsi dentro un autentico animale, più che altro in gabbia.

Capitava che mi svegliassi al centro della notte con l'asma, per tutte le sigarette che avevo fumato, ma anche per un concreto, tangibile senso di spaesamento che raramente mi lasciava in pace. Guardavo allora la mia gatta che mi fissava curiosa, mi alzavo di botto, preparavo un caffè e cercavo di rimettermi a scrivere. E vaffanculo alla vigoria per il turno lavorativo del giorno successivo. Mi dicevo “questo posto è strutturato apposta per autodistruggersi con metodo”.
Di notte, a parte coiti occasionali, si sentivano tutta una serie di rumori poco identificabili, spesso violenti. Tonfi. Pensavo spesso che sarebbe stato più che legittimo che un qualunque abitante di quel regno deforme si uccidesse, in una di quelle notti che sembrano metterti spalle al muro con quella demoniaca domanda che ti rode nel cervello: “Che cazzo continui a fare?”
Anche nei momenti più cupi della mia vita, non ho mai pensato seriamente al suicidio, pur considerandolo in continuazione come un'opzione neutra come le altre. Laddove per neutra intendo “in qualche modo praticabile”. Detesto il suicidio, la considero una scelta indegna, eppure finisco per rispettarla. Sono anche obbligato a farlo, basandomi sulla considerazione che sento un forte interesse per tutto ciò che è legato a questo gesto.

Da quella tana, il palazzo delle anime perse, devo ammettere che non ho mai considerato l'ipotesi di rivoltarmi contro la società civile in altro modo. Lo giudicavo impraticabile, ecco. E inutile, in quanto atto solitario, confuso, sciocco, utopistico. E a dirla tutta, la mia era una scelta di campo: volevo sentirmi un fottuto animale notturno da solo in un monolocale, non un baluardo borghese di chissà quali idee rivoluzionarie da salotto. La mia rivolta stava tutta in quello stile di vita che di bohémien non aveva proprio nulla. Si possono permettere pose bohémien quelli che scelgono uno stile di vita in un ventaglio di ipotesi, non chi ha una sola strada davanti.
Infatti, non è che fosse così eccitante vivere nel palazzo delle anime perse. L'odore di cibo, di talco, di lisoformio, di sperma e di sporcizia nelle scale impediva voli pindarici e occasioni di sciocca fierezza nella decadenza.

Una sera mi raggiunse nel monolocale una donna che mi piaceva. Non credevo in un possibile “noi”, per cui l'accolsi con gentilezza, ma senza trasporto. Mi faceva tante domande, indagava, cercava di capire perché quella vita, perché quel monolocale, perché non davo una mano di vernice alle pareti, tanti perché in sospeso e il suo forte profumo ad annebbiarmi le idee.
Iniziò a parlarmi della sua vita, del suo lavoro, dei suoi amici, dei suoi gusti. Tutto realmente interessante, ma nella testa mi ronzava solo un concetto crudo, apparentemente masochistico: “Non abbiamo niente in comune, meglio levare mano da subito, basta guerre sociali, di abitudine, di pensiero. Basta con la costruzione obbligatoria di amori e castelli di sabbia”. Già mi immaginavo a ringhiare in faccia a uno dei suoi amici dandy e mezzi rincoglioniti da corsi di cucina boreale, religioni orientali a dispense, meditazione ad ano tappato, tango a genitali profumati e altri palliativi per non uccidersi sul sagrato di una chiesa invocando l'ingiustificabile, vergognosa latitanza del Dio più ingrato, quello che crediamo costruito apposta per le nostre miserie e i nostri spasmi sentimentali, che siano dannati per l'eternità.
Mi piaceva quella donna. Avevo voglia di conoscere il sapore della sua lingua e dei suoi sogni, ma non volevo in alcun modo fare compromessi e mi sentivo, sì, una delle anime perse vaganti nel palazzo. Non la incoraggiai, la casa faceva il resto. Ma lei insisteva a pormi delle domande che mi mettevano in crisi, perché io sono uno stronzo completo, inteso come brava persona che finisce per non reggere la sua stessa crudeltà basica. E così, mentre lei mi raccontava della sua migliore amica e io mi sentivo uno scarafaggio incastrato in una mattina per scrivere, presi dai miei cd “Eden” degli Everything But The Girl e feci girare per lei, per noi, “Tender blue”. Una canzone che mi ha ucciso tutte le volte, tantissime, che l'ho ascoltata. Al contrabbasso Chucho Merchan. Roba da chiudere gli occhi e aspettare che la voglia del giusto passi, e che le fate svaniscano da dove sono venute, questo è un posto da puttane, da anime perse, qui qualcuno finirà per suicidarsi.

Due mesi dopo, un supplente che abitava al terzo piano si uccise nella sua microcella da 490 euro al mese. Cintura legata magistralmente al gancio del lampadario e ciao a Dio, non mi hai preso a tempo. Quel giorno ero di turno al lavoro, e la sera uscii con qualcuno che non ricordo. Qualcuno che mi impediva la crudeltà che comunque sentivo dentro.

©Luca De Pasquale 2018

29/01/18

Le notti a Napoli nei primi anni novanta



E se il vento sarà freddo
Un'altra estate arriverà
Cercherò di andare a tempo
Raccontando all my pain
Pino Daniele – Bonne Soirée

Le notti a Napoli, tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, sembravano non finire mai. Si viveva anche il giorno come se fosse notte. Si potrebbe dire “eravamo giovani” ed era dannatamente vero. Vivevo sulla cresta di un'onda continua, e poco importa che quell'onda fosse estremamente scura e carica di detriti personali e non. Le possibilità apparivano infinite, così come le combinazioni degli incontri, gli incastri del fato, le traiettorie dei desideri.
Dal 1989 al 1993 credo di essermi ritirato a dormire dai miei solo poche volte. Oppure rientravo all'alba. E quante albe ho visto, da Posillipo, da Mergellina, da qualche appartamento affossato nei vicoli del centro storico, da case di amici che ruotavano con la stessa velocità delle infatuazioni e della musica.

Già, la musica. Per quanto nuotassi sempre con più entusiasmo tra Jaco Pastorius, Jack Bruce e tutti i bassisti che ho sempre amato, la musica dei napoletani contava eccome. I primi otto album di Pino Daniele, la fissa per la valenza esistenziale e sensualmente decadente di Alan Sorrenti, il groove plebeo e irresistibile di Enzo Avitabile, le pagine delicate e jazzate di Nino Buonocore, la cavata profonda e orientale del contrabbasso di Rino Zurzolo, la voce di Gianluigi Di Franco con Tony Esposito, i dischi speziati di James Senese solista.
Sono legato a dischi che riempivano e dipingevano quell'epoca, quei giorni, quella sensazione quasi dolorosa di “tanta vita davanti, forse troppa”. C'era “Di notte” di Alan Sorrenti, quasi un manifesto. Si volava alto, forse troppo alto, con “Una città tra le mani” di Nino Buonocore, di un'eleganza imbarazzante, un disco che poteva accecarti e farti innamorare di chiunque, proprio come “Steve McQueen” dei Prefab Sprout. E c'era Pino, con quel “Bonne Soirée”, altro evidente manifesto delle infinite potenzialità emotive ed emozionali di quelle notti napoletane indimenticabili anche quando buttate al vento. Che strano disco, quello. Al basso c'era Pino Palladino, bassista incredibile. Tutte le canzoni di quell'album sembravano scritte apposta per le ore della notte e per l'alba, per i ritorni a casa con il cuore in tumulto, per gli azzardi onirici ad occhi aperti, per quella maledizione insostituibile che è sperare in nuovi fasci di luce ad ogni risveglio, anche il più amaro.
E io, con i miei Ray-Ban forse falsi anche di notte, con le sigarette rubate a mio padre, mi sentivo pronto a tutto, ad amare, a morire, a sfidare ogni legge di buonsenso, a fottermene di ogni regola una volta per tutte. Non c'era una lira al di fuori delle apparenze che la famiglia voleva tenere all'esterno, ma chi se ne fotteva. Viaggiavo su quei dischi, e con quei bassisti che andavano a impreziosirli mi muovevo a tempo: Rino, Pino Palladino, Jeremy Meek, Alphonso Johnson, Gigi De Rienzo, Polo Jones...

L'ombra della fine era sempre dietro l'angolo. Una fine improvvisa, assurdo, uno sperpero annunciato. Sperimentavo come si potesse vivere pensando, solo pensando, che ogni giorno può essere l'ultimo. Cominciavo a trovarmi bene con quell'idea. Rischiavo quasi sempre, in tutto. Pure nelle cose inutili. Perdevo spessissimo. Era bello perdere in quelle notti che non finivano mai e che ti offrivano la possibilità di cambiare solo disco, non la luce dentro. Coltivavo pensieri molto banali, uno dei quali verteva sull'impossibilità di finire dietro ad una scrivania con un lavoro di routine. Ero ingenuo e arrogante.
Piuttosto mi sparo in bocca”, avevo detto ad un caro amico. Non riuscivo proprio a capire come cazzo avesse fatto mio padre a fare l'impiegato modello per trentasette anni, per giunta con una paga che non valeva il suo scrupolo, il suo puntiglio e la sua onestà. Sapevo che lo avevano calpestato, preso in giro. Le sue amarezze, che intercettavo puntualmente, mi spronavano a vivere diversamente, senza attenzione a mantenere i rapporti, senza vincoli comportamentali e levate di cappello da schiavi. Quando mi innamoravo (o credevo fosse così), partivo sempre lancia in resta, come se quella fosse l'ultima azione a mia disposizione. Una volta spaventai una ragazza dicendole che se ci fossimo baciati avrei anche accettato l'idea di morire l'istante dopo. Lo dicevo senza pathos, ma con profonda convinzione, ottenendo un effetto straniante che non sempre giocava a mio favore. Ricordatevi, l'eccessivo romanticismo, quello vero e non quello da peluche e brillocco, si paga sempre un prezzo spropositato. L'irrazionalità terrorizza i giusti. Un uomo che ama la vita considerando la morte non è certo un buon partito, molto meglio incrociarlo per caso, lasciarlo parlare un po', intuirne la disperazione ma non di più. Mai di più, per cortesia.

Ho perso quasi tutte le persone di quegli anni sventati, da Ray-Ban anche di notte, quegli anni di baci con il permesso, di foga, di ingenuità e di eterna utopia; eravamo carne da macello, ci hanno massacrato. La classe del 1972 ha incassato una serie di sconfitte violente e impreviste, sognavamo troppo per sperare di restare davvero in piedi.
Come potevamo uscirne vincitori? Patrizio, io, Sauro, Federica, Isabella e gli altri giravamo in una Ritmo ascoltando la cassetta di “Bonne soirée” a tutto volume.
Ho un'immagine precisa di me in quelle notti: seduto a fianco di Patrizio, che guidava, con la sigaretta perennemente in bocca, gli occhiali da sole, e la testa mossa come un tacchino ascoltando quella cassetta e particolarmente “Boys in the night”, che era un po' il nostro inno privato. Cercavo di andare a tempo, lì mi aiutava Pino Palladino, avevo la testa di un bassista anche se non sapevo suonare che due giri elementari e giocavo con la pentatonica. Avevo anche comprato un basso fretless di costruzione italiana, uno ZeroSette senza tasti.
Ricordo ancora lo stupore del negoziante: “Ma sei un principiante e ti vuoi comprare un basso CIECO?”
Sì, perché all'epoca il basso senza tasti in Italia veniva ancora nomenclato come “cieco”; e del resto la definizione calzava, perché uno agli inizi rischiava di prendere note a capocchia. Ma che potevo farci? Ero cresciuto con Jaco e con i dischi di Paul Young con Pino Palladino al fretless, era una scelta assurda quanto inevitabile, quella del basso “cieco”.

Qualche anno fa ho saputo che poi Federica e Patrizio si sono sposati, si sono trasferiti al nord e hanno avuto due figli. Non li sentirò da venticinque anni almeno. Federica mi aveva fatto capire che provava qualcosa per me, e questo mi era bastato a continuare a fumare, girare la città di notte e non togliermi mai i Ray-Ban. Patrizio, evidentemente, l'ha voluta sul serio e non ha mai fatto un passo indietro.
Associo il sorriso di Federica a quel verso di “Vita mia” di Pino Daniele, dal suo album “notturno”: “Vita mia ti giuro, sono tante le autostrade, il colore del giorno sulle macchine bagnate fa andare via il sonno”. E quanto era vero. E poi arrivava la svisata di Pino Palladino. Mi bastava.

Ogni tanto mi capita di incontrare qualche reduce di quegli anni. È triste capire che si fa fatica a salutarsi e che siamo tutti cambiati, tutti in qualche modo corrotti, sviati. L'effetto nostalgia è un tappeto di spine che cerco di evitare, ma finisco per precipitare altrove nella smania di fuggire. Non accetto l'idea che sia passato tutto questo tempo. Mi sento ancora un ragazzo, ed è per questo che sento di mandare per le strade un sosia, un alias, una fotocopia. Perché adesso le notti finiscono prima, l'insonnia non è più alchimia e orizzonte, e se inforcassi gli occhiali da sole con il buio mi darei solo del coglione. Mi è rimasto un solo vizio, oltre le sigarette: quello di sentire forte le cose dentro, quasi fino a squarciarmi, rivoltarmi come un calzino, rivoluzionarmi. Però che contegno: vivo terremoti e tempeste e da fuori sembra che io non muova un passo. E questa, più della nostalgia che ho imparato a raccontare, è la mia più grande vittoria.

©Luca De Pasquale 2018










27/01/18

Se non ti piace John Taylor ti ammazzo



Molti anni fa mi capitò, tra i clienti squisitamente “telefonici”, un maniaco di John Taylor, il bassista dei Duran Duran.
Esordì quasi per caso, in una mattina di Giugno del 2011.
Reparto Dischi, Luca”
Ciao, proprio te cercavo...”
???”
Ciao, tu non mi conosci, noi non ci conosciamo, però mi hanno detto che tu sei l'unico commesso napoletano di dischi esperto di basso”
Chi te lo ha detto?”
I tuoi colleghi. Senti, comunque, proprio per questa tua caratteristica ti devo fare una domanda molto importante”
Dimmi pure”
Ti piace John Taylor?”
John Taylor dei Duran Duran?”
LUI! Ti piace? Eh, ti piace?”
L'uomo ansava forte, sembrava che dalla mia risposta dipendesse il futuro andamento della sua esistenza. Sentivo il suo respiro difficoltoso nel telefono, era inquietante.
Sì, mi piace. È un ottimo bassista, di sicuro uno dei migliori bassisti pop della sua generazione. Molto sottovalutato, per quanto mi riguarda”
L'uomo esitò, poi proruppe in un esagitato “MA DICI DAVVERO? Oddio... io e te siamo uguali! La pensiamo uguale! Siamo davvero uguali!”
Che entusiasmo! Senti, posso esserti utile in qualcos'altro? Sai com'è, c'è gente alla postazione, non posso stare molto al telefono...”
Ma certo, scusami... però prima voglio dirti che io penso che John sia il migliore bassista del mondo... da sempre”
Non esageriamo, però ti ripeto che lo stimo. Le sue linee di basso sono affascinanti e hanno un preciso senso all'interno dei Durans... e poi c'è l'esperienza Power Station dove ha dimostrato la qualità del suo lavoro, per giunta sotto l'occhio di Bernard Edwards degli Chic, non so se mi spiego”
ESATTO! Oh, Cristo Santo... oh, Cristo d'Iddio... io amo John Taylor! E dei suoi dischi solisti che mi dici? Eh, che mi dici?”
Senti... ora devo chiudere”
Posso richiamarti nei prossimi giorni? Eh?”
L'uomo ansava come se fosse nel pieno di un rapporto anale nella posizione birmana, per cui non me la sentii di deluderlo ulteriormente.
D'accordo, magari non domani”
Ti chiamo dopodomani! Sei di turno dopodomani? Ah, uh, iiih, oh!”
Sì, ci sono, dalle dieci e mezza puoi chiamare”
Grazie Luca, grazie... Oh, Dio, un altro che come me pensa che John Taylor sia il miglior bassista del mondo!”
Non ho detto questo... comunque a presto”
Ciao Luca, ciao e grazie, ciao sotto il segno di JOHN TAYLOR!”
Chiusi la comunicazione con lui con un sottile senso di inquietudine, mi sembrò che quel tipo fosse davvero un esagitato. Se gli avessi risposto che John Taylor non mi entusiasmava, si poteva ragionevolmente pensare che sarebbe venuto in negozio ad uccidermi, magari con una mannaia.
Ne capitavano tanti, di personaggi un po' sciroccati, di esaltati che collezionavano solo stampe cinesi dei Queen, di gestori solitari di fan club di Umberto Tozzi, di finti parolieri che sostenevano di aver cenato a Parigi con Peppino Di Capri, etc. Uno in più non avrebbe causato danni aggiuntivi, e almeno gli piaceva un bassista, questa era certamente una nota di merito che non potevo saltare a piè pari.

Oltretutto, non potevo negare una questione fondamentale, e cioè che non avevo mai disprezzato John Taylor, anzi. Le sue linee di basso mi piacevano più della sua band di appartenenza; inoltre avevo già fatto coming out da tempo riguardo il primo disco dei Power Station, con lui al basso elettrico, l'altro duraniano Andy Taylor alla chitarra, il batterista degli Chic Tony Thompson (musicista mostruoso) e il redivivo Robert Palmer alla voce. Il tutto prodotto da un mio idolo, appunto Bernard Edwards, bassista degli Chic e rinomato produttore.
Amavo alla follia quel disco sin da bambino. Seriamente. Certo, sull'isola deserta avrei comunque portato “Unison” di Jean-François Jenny-Clark e altre cose più serie e seriose, ma i Power Station continuavano a piacermi, e pure parecchio. L'album era uscito nel marzo del 1985; in quello stesso mese avevo imposto a mia madre di comprarmi l'audiocassetta. Ricordo che andammo in Galleria Umberto a comprarlo da Ricordi. Consumai quella cassetta fino a smagnetizzarla, e imparai a memoria tutti i giri di basso e le potenti sincopi percussive del grande Tony Thompson. Di certo, preferii il progetto Power Station a quello degli Arcadia di Simon Le Bon e Nick Rhodes, anche se loro potevano contare su una maggiore eleganza formale e pure sul prezioso basso di Mark Egan.
Dunque, non ero vergine rispetto a John Taylor. Il basso in “New Religion” dei Duran Duran comunque mi aveva marchiato, a dodici anni. Il tipo, allora, poteva continuare a telefonarmi.

Puntuale, due giorni dopo il maniaco di John Taylor mi telefonò in postazione. Conversammo amabilmente, con qualche interruzione, per quasi un quarto d'ora, tempo nel quale riuscì ad informarmi che lui i cd di John li aveva acquistati su un fan site dei Duran Duran, tutti in edizione giapponese. Mi chiese se li avevo anche io, e lo sentii godere fortissimo quando gli risposi che di Taylor solista purtroppo non avevo nulla se non “Feelings are good and other lies” in “semplice” edizione americana e il 45 giri di “I do what I do”, tratto dalla colonna sonora di “9 settimane e mezzo”.
STRANO CHE UN CULTORE DEL BASSO COME TE NON POSSEGGA QUESTE MERAVIGLIE. DEVO PREOCCUPARMI, LUCA?”
Il tono era nuovamente inquietante, sembrava che mi stesse minacciando di lapidarmi in servizio o di inviarmi uno squadrone della morte. Gli spiegai che non li avevo non per cattiveria, ma solo perché costavano troppo in quanto edizioni giapponesi, per giunta fuori catalogo. Si calmò subito: “Il fatto che stimi il grande John ti qualifica per quello che sei, una grande persona”

Quello era un periodo strano della mia vita. Le cose al lavoro andavano di merda, tirava una brutta aria. Non mi sentivo soddisfatto, anche se per uno come me quella della soddisfazione è una condizione irraggiungibile, inutile frustrarsi. Ero indietro di un fitto, non avevo pagato un paio di bollette, mi accompagnavo ad una donna che non mi amava neanche un po' ma a quanto pare -un po' come me- voleva vedere come andare a finire, e c'era un'altra donna in mezzo, Cianea (il suo nome spiega più di ogni altra cosa il carattere e le propensioni affettive) che era a sua volta impegnata ma che mi provocava continuamente. Giocavamo come il gatto con il topo, io inseguivo e lei rinculava e viceversa, in un gioco a farsi male. Si era creata una tensione sessuale quasi psicotica, che non incanalavamo verso l'atto e che serviva a tenerci sulla corda e ad esasperarci oltre la soglia della follia. E così, mentre la mia “compagna momentanea” mi tradiva impunemente, io giocavo con l'altra a impazzire. Per giunta si trattava della donna di un mio ex compagno di scuola. Una situazione imbarazzante, ambigua, masochistica, delicata, fondata sul deliquio carnale non applicato. Un supplizio, una delle forme di punizione che preferivo, quella di giocare sporco con donne che giocavano ancora più sporco di me.
Inutile dire che nel dualismo tra le due donne non la spuntò nessuna e alla fine persi io. Come annunciato e forse come voluto. Ed è proprio in questo quadro complesso o troppo facile che le telefonate del maniaco di John Taylor diventarono quasi rassicuranti, simpatiche. Quasi lo incoraggiai a continuare; fu forse per merito suo se riscoprii il disco dei Power Station e alcuni dei Duran Duran, trent'anni dopo o quasi.

Mi ritrovai solo nel mese di agosto, in ferie, senza soldi per partire e senza donne. Non dimenticherò la sera del 14 agosto 2011 in cui, al colmo dell'esasperazione e in procinto di chiamare una escort improvvisata per giocare a Ken e Barbie, decisi di sparare a duemila il cd dei Power Station, lasciandolo rimbombare sinistramente nelle strade afose di una Napoli deserta ed esistenziale. Credo che la batteria di Tony Thompson si sia sentita fino a Castel Dell'Ovo.
Solo a notte alta, definitivamente sconfitto in quel modo che amavo tanto, mi concessi l'ultima sigaretta a luci spente, accompagnato da “Long hot summer” degli Style Council, indimenticabile perdizione di tutta una vita caracollante tra una purezza impraticabile e il giocare sporco solo per perdere.

©Luca De Pasquale 2018











26/01/18

Thunder Thumbs: l'evoluzione perpetua di Louis Johnson



La tecnica slap'n'thumb nel basso elettrico da ragazzo mi entusiasmava, mi gasava, la vivevo come una sorta di rivincita del basso, per troppi anni relegato al ruolo di comprimario o di semplice accompagnamento. Almeno, quella era la mia idea giovanile.
E così, trascorrevo ore ed ore ad ascoltare dischi in cui la “tecnica del pollice” era portata in primo piano, esasperata fino al parossismo. Ascoltavo rapito gli assoli di Marcus Miller, da David Sanborn in poi, i primi dischi di Stanley Clarke, tutta la produzione del grande Larry Graham, iniziando dalla sua militanza con Sly&The Family Stone e focalizzandomi con i dischi incisi con i Graham Central Station, impazzivo letteralmente per Mark King e i Level 42, iniziavo anche a familiarizzare con Neil Stubenhaus, Nathan East, Will Lee, Neil Jason e altri meravigliosi turnisti che usavano quella particolare tecnica.
Poi, non ricordo nemmeno come, mi imbattei in Louis Johnson. Ah sì, lo ricordo invece: lo scoprii come ospite in “Time Exposure” di Stanley Clarke, lavoro in cui i due titani delle quattro corde duettavano in almeno un paio di brani maledettamente percussivi e, mi si passi il termine, orgiasticamente “negri”.

Louis Johnson perpetrava sullo strumento una tecnica slap estremamente aggressiva, spesso usando un guanto di pelle tagliato alla mano destra, ma tutto era fuorché un fenomeno da baraccone: si trattava di un musicista completo, dotato di un intuito ritmico formidabile e di una duttilità assurda anche solo a pensarsi. La tecnica slap era certo la punta dell'iceberg di una certa ricercata scenicità, ma Louis era anche un grandissimo accompagnatore e oltretutto un musicista colto, profondamente addentro alla materia funk e anche jazz. Il suo pollice destro figlio del tuono era riconoscibile ovunque, si differenziava dagli altri super-slappatori per una sorta di “rincorsa” della mano destra che alimentava a dismisura l'effetto percussivo sulle corde; le sue figure ritmiche non erano mai particolarmente prevedibili e i suoi assoli giocavano sull'alternanza di virulenta icasticità slap e di densa fluidità nella tecnica fingerstyle. Un portento, senza alcun dubbio. Tanto da reggere ai primi posti delle mie preferenze bassistiche anche quando entrai in overdose di slap e, complice l'ascolto profondo del contrabbasso, compresi che galvanizzarsi per un assolo slap di venti minuti non bastava e lasciava tanti vuoti irrisolti anche nel processo di sviluppo del gusto.

Ma Louis Johnson, come del resto i già citati Larry Graham, Stanley Clarke e naturalmente Marcus Miller, era diverso, così come due altri bassisti criminalmente trascurati dalla “critica ufficiale” (?), Nathaniel Phillips dei Pleasure e Buddy Hankerson, in transito negli Aurra.
Il suo contributo nei dischi degli altri, e da qui si misura spesso la reale qualità di un bassista, è stato fondamentale con Michael Jackson (è lui che ascoltate ruggire in “Off The Wall” e “Thriller” soprattutto), con il munifico Quincy Jones (“The Dude”, che perfetto groove), con Sergio Mendes, con George Duke (divertentissimo un suo solo live che si trova su You Tube), e ancora con Earl Klugh, Grover Washington Jr., Herbie Hancock, Herb Alpert, Donna Summer, i magnifici Rufus, i Power Station giapponesi (da non confondersi con l'omonimo supergruppo prodotto da un altro bassista di qualità superiore, Bernard Edwards)... Ovviamente Louis Johnson va ascoltato con i Brothers Johnson, creatura funk di successo condotta in porto con il fratello George, chitarrista di valore; i loro album, all'incirca una decina, propongono un funk con venature commerciali ma foriero di immancabili e torride parti bassistiche davvero esaltanti per chiunque ami le basse frequenze.

La sua attività come solista, invece, si è limitata a due album, uno a nome “Passage” (1981), di chiara ispirazione religiosa, condiviso con la moglie Valerie e con ospiti come Ricky Lawson e John Robinson e l'altro, “Evolution” (1985), particolarmente pop ma con alcuni imponderabili esercizi di stile al basso. Quest'ultimo lavoro è stato ristampato dalla sempre lodevole etichetta Funky Town Grooves con una traccia aggiuntiva.
Louis si è spento il 21 maggio 2015 a soli sessant'anni, ed è stata una grave perdita per il mondo della musica tutto e per la scena bassistica, rimasta orfana di uno dei suoi mentori, irresistibile testimone di un'era irripetibile, in cui i migliori bassisti, soprattutto neri, reinterpretavano e rafforzavano la lezione primigenia del grande padre “pollicione” Larry Graham e del numero uno in assoluto dello strumento sotto i cieli del soul e del funk, Mr. James Jamerson.

Personalmente, non sono mai riuscito a contattarlo, anche se ci ho provato diverse volte. Sognavo di poterlo intervistare e carpirgli qualche segreto, principalmente gli avrei chiesto come era nata quella mistura di aggressività e capacità di osare che gli era valsa un posto nell'olimpo del basso elettrico. La notizia della sua morte, quasi tre anni fa, mi colse di sopresa e mi addolorò molto; è difficile accettare, anche quando si diventa adulti, che un proprio mito lasci questa valle di lacrime. Un pensiero volutamente puerile mi spinge, però, a immaginarlo nel paradiso dei bassisti, magari seduto a un tavolino sotto il sole con James Jamerson, Jaco, Jack Bruce e tanti altri.

Gli dedico, per ora, questo sentito ricordo e vi invito a riscoprirlo come session man più che come star, prezioso e centrale, puntuale, implacabile. La sua testimonianza bassistica è un patrimonio che non va sperperato ed è una lezione costante, nonché un monito utilissimo per tutti quei giovani bassisti che si sono convinti che slappare come dannati per due ore su bassi a cento corde sia musicalità e dono. Ci vuole ben altro: Louis aveva tutto quel che serviva ad un bassista per sposarsi con il suo strumento, anima e corpo.
Non ti dimenticheremo, Thunder Thumbs.

©Luca De Pasquale 2018