28/12/18

La musica non scompare


Quando il senso del vuoto ti mangia e ti dirige, la scelta della musica è importante. Fondamentale.
Tutti i grandi dolori della mia esistenza hanno avuto una loro colonna sonora, culla, panacea, foro di uscita. Tra gli artisti/maghi capaci di modellare il dolore, ho abusato di Bill Evans, Nick Cave e soprattutto John Martyn.
Oggi è il primo giorno che mi permetto un po’ di riposo, di elaborazione, e dunque è il giorno adatto per John Martyn. “A little strange” a ripetizione, la voce di John a scavare e accanirsi guarendo al contempo, la conturbante profondità del contrabbasso nel grembo liquido del piano elettrico. Buona parte della produzione musicale di John Martyn è magia che trascende di molto il comune ascolto di un disco. Il signor John Martyn è uno dei maestri del mio cuore, una costante ispirazione esistenziale, un modello di riferimento mai sfiorato da noiosi sentimenti di rinnovamento.

E poi mi stendo sul letto, gli occhi ad indagare le diverse tonalità di bianco del soffitto, la sigaretta spenta tra le dita della sinistra, un libro che non leggerò sul comodino, la mia anima seduta sul bordo del letto a guardarmi, a studiarmi, a instaurare nuove geometrie di sovrapposizione al corpo. La mia anima a indagarmi, proprio come una madre preoccupata.
E il pezzo scelto per ritrovare un frammento di pace che sia anche mattone e calce, il pezzo non può che essere “Outside in”, vecchio infallibile mantra. Amuleto, luogo incontaminato e frequente della mia storia personale. Il contrabbasso di Danny Thompson in “Outside in” è la voce che sento dentro, l’idea, la necessità di espressione. Da ragazzo, l’uso delle basse frequenze nella musica di John Martyn mi spingeva a pensare che esistono altre e diverse forme di spiritualità da coltivare e comprendere.

La scomparsa della figura materna è un dolore unico, privato e dolcemente incomunicabile, che si può solo lasciar intuire all’esterno. È una forma di vertigine e abisso che travalica le tappe del destino personale, è un universo parallelo che ti chiede presenza forte e l’alto valore del senso della vita. Non solo la tua, quella di tutti. Non è un urlo nel vuoto, è una traccia di sabbia ferma che unisce mari, mondi, idee, sensazioni. Non si può attraversare questo istmo senza vento e senza musica. E non si gode certo della facilitazione di non guardarsi allo specchio.

John Martyn era il nome in cima alle liste che davo a mia madre da ragazzino, quando la mandavo a sperdersi nei negozi di dischi di Napoli mentre ero a scuola. Quando tornavo a casa, sapevo che avrei trovato uno dei dischi che avevo chiesto. Le mie liste non avevano mai meno di venti nomi, perché volevo essere sicuro che trovasse qualcosa. E lei, docilmente, eseguiva, mi faceva contento. Le mie liste cominciavano con “John Martin – qualsiasi tranne” e io oggi mi sento così, “uomo adulto tranne”. Non è facile, non è solo la mia storia. La musica non può mancare, in giorni come questi. La musica non dovrebbe mancare mai, l’ho sempre detto.

©Luca De Pasquale 2018

23/12/18

Chris Rea e le scintille indifferenti di Natale


Le strade del quartiere sono invase di persone. Naturalmente invasate. Talmente frenetiche e parossistiche nei loro movimenti da sembrare stupide e asessuate. Infatti, nonostante le gonnelline, le scollature e le calze color strangolamento e morte, non provo impulsi sessuali verso le tante donne che mi sciamano ai lati, frontalmente, dietro, con i loro profumi arroganti da morsi in bocca a saliva secca.
E anche io, mi dico, che razza di uomo sono in strada, oggi? Un imbecille infastidito, perennemente tentato di spararsi una dose, con addosso nostalgie criminali palesi che non ho nessuna intenzione di ricusare.
In testa, come frequentemente accade, ho “Sfiorivano le viole” di Rino Gaetano con quel giro di basso ipnotico, e che fottuta nostalgia delle spiagge di silicio e delle notti perverse. E mi viene naturale pensarmi come un “sogno di follie venduto all’asta”. Chissà chi mi ha battuto, chi mi ha comprato. Ha importanza? Posso farmene un’idea chiara? Nient’affatto, e allora facciamo finta di niente, con una sigaretta tra le labbra e i miei 46 appoggiati pigramente alla tana dell’uccello in tasca, a mo’ di scrigno maledetto.

Ricordo un parente stronzo che una volta fece a mio padre la seguente affermazione: “Paolo, durante le festività i disadattati soffrono di più che durante l’anno”. Mio padre non rispose. Che profondità di pensiero, roba da brividi. Che sociologo, che antropologo, che testa di cazzo. A ripensarci, spero che quel parente sia morto. Non l’ho mai scelto, non l’ho mai conosciuto davvero. Aveva un fiato di broccoli confusi al tartaro ematico che mi dava la nausea ed era passato dal Movimento Sociale alla Democrazia Cristiana, con apparente tranquillità. Mi auguro che sia crepato male. Ci vediamo all’Inferno, sociologo inter familiare. Non si fanno questi pensieri a Natale, e dunque te lo dedico.

Da alcune bancarelle proviene una canzone sparata che detesto da anni, “Feliz Navidad”, qualcosa di inverecondo ed irritante oltremodo. Feliz Navidad lo dici a tua madre e te lo canti alla tavolata delle forti panze, il 25 a pranzo con tutti i parenti che detesti e ai quali hai fatto un bel regalo di facciata.
Dove vorrei essere ora?
A Perugia, per strada; e vorrei che fossero le quattro del mattino. Amo Perugia. Andrebbero bene anche Lucca, Udine, Campobasso, Asti, Novara. L’orario, sempre le quattro del mattino.
Vorrei sprofondare in un vinile di Van Morrison e finire richiuso nella copertina gatefold. Scomparire agli occhi di me stesso e farmi nota di disco, artwork fantasma. Sarà difficile che io sorrida con un panettone in mano sull’uscio di un appartamento di zona. Non ho mai capito se sono o meno un disadattato, mi sembra una definizione di comodo; certamente le feste comandate fanno di me un boia, uno spettro e anche una puttana.

Mi viene in mente, mentre passo accanto ad una patatineria unta e fragorosa, la frase “il contrario dell’amore è l’indifferenza”. Non ricordo dove l’ho sentita, certamente mi sento di condividerne l’assunto. Qualche anno fa pensavo di aprirmi una casa discografica che avrebbe dovuto chiamarsi “Scintilla Indifferente”. Sono sempre stato un collezionista di scintille, e non lo sapevo neanche. Tante cose non le ho capite in tempo. Ero troppo concentrato a leggere libri e dischi. Sì, perché io ho sempre letto anche i dischi: note di copertina, musicisti, produttori, studi di registrazione e anche ringraziamenti. Così facendo ho scoperto tanto e altrettanto mi sono incuriosito. Oggi la musica fruita è qualcosa in meno di una sega frettolosa, tutta emotività d’accatto e finta cognizione. Queste sono frasi da vecchio pazzo, ne sono totalmente consapevole e me ne sbatto con nonchalance.
Si sciaborda come vecchi eroi incompresi in un oceano di decadenza organizzata. Bastasse leggere per salvarsi, ci sarebbero molti meno coglioni in giro. Il problema non è quel che si fa, ma cosa si sente dentro. Se le parole non arrivano allo stomaco malato dell’anima, sono solo carta per pulirsi il culo e noi dei vuoti contenitori di contentini pubblici.

C’è qualcosa che mi manca e fa male, in queste ore. In queste notti di luci intermittenti, odore di bruciato e terrificante nostalgia per un’innocenza mai realmente consumata. Non capisco cosa possa essere e allora mi curvo come un tronco fragile e malato sulla mia rabbia-cappotto di cammello. Troppe scintille indifferenti mi hanno drenato il cuore su spiagge di silicio dove non ho mai scattato una sola foto.

Arrivato quasi a casa, da un’auto mi arriva in regalo una canzone di Chris Rea, “Driving home for christmas”. Non c’è niente da fare, la voce di Chris Rea è sempre un tuffo al cuore. Accusato da molti puristi rock di incidere dischi commerciali senza anima, privi di picchi e anche di coraggio, il buon Chris è assurto al ruolo di cantore roco di sentimenti ovattati e fantasticherie amorose insanabili. A me è sempre piaciuto, e in particolare i primi cinque dischi sono ottimi esempi di rock griffato ed elegante, con delle raffinate linee di basso ad opera di oscuri e brillantissimi esecutori provenienti dalla scena jazz inglese. A questo punto ho voglia di tornare a casa, affrettarmi come i tanti figuranti di questa strada, e mettere su “Deltics” o “Whatever happened to Benny Santini?”. Fingerò anche di essere Mick Hutchinson, Dave Markee o Pat Donaldson, e imbraccerò il mio basso immaginario come facevo da adolescente.
Accelero il passo, mentre ricordo quel cliente dj abbronzato e coglione che mi cantò “Josephine” in negozio, sbagliando tutte le parole: “Jossefine I wind you about love / Joseffine I send you all of love taking the best thing of you / Joseffine by my old window I think the things of you /I see the storm in my rain now but I can still fly”.
Quelle non erano scintille, quella era zavorra. Erano gli anni in cui mettevo il mio archivio mentale a disposizione della mia sopravvivenza, con un sorriso reale che ho voluto fraintendere fino a disprezzarlo. Invecchio, mi incarognisco giorno dopo giorno, sperpero scintille perdendole nel fumo di sigarette rituali. La voce di Chris Rea mi piace ancora, molto più della mia.

©Luca De Pasquale 2018




21/12/18

L'ombra nella casa del cuore


La notte è una distesa sotto di me, cui solo uno stupido darebbe il nome di una città e basta. C’è in gioco molto di più, forse troppo, e questa consapevolezza rende tutto confuso, impalpabile, pulsante. Una sigaretta dopo l’altra continuo ad osservare la distesa di luci, con il mare più immaginato che visibile, e intanto il cuore in subbuglio alza il volume e chiede la sua parte con modalità dittatoriali.

Ogni volta che devo rientrare dentro, mi rendo conto che vorrei restare fuori, io e la notte, in questa complicità sperimentata, erotica e totalizzante. Piazzare una macchina per scrivere su un piccolo tavolo e partire finalmente per il vaffanculo che ho sempre cercato, una vita che lo cerco, lo circumnavigo, lo corteggio, ci sbavo dietro. Un vaffanculo minimale e cubitale allo stesso tempo, di sicuro definitivo e cieco di rimorsi. Scrivere, scrivere senza impegni esterni, ricacciare gli angeli della protezione all’Inferno una volta per tutte. Riprendere la rabbia per i capelli, eliminare ogni traccia delle case in cui vivendo si sperava e sperando si viveva. Darsi una buona volta una risposta a quell’inquietudine amorosa che si spostava in enormi saloni d’ombra come un fantasma carismatico e proverbiale, inevitabile, come lo spavento da simulare.

L’ombra nella casa del cuore mi ossessiona da quando sono nato. Mi fa male e mi bacia quando sono in compagnia. Accelera i battiti delle voglie quando sono solo. Mi lava accuratamente come una madre ambigua. Mi porta a scrivere con uno strano sentimento addosso, “sto perdendo, devo fare presto”, che poi si riversa anche nel modo di amare o desiderare.
L’ombra nella casa del cuore è una pesante eredità di vizi raccattati tra insonnia e vagabondaggio; il più delle volte la sua ingestibilità genera mostri, peggio del sonno della ragione tanto citato. Il gioco criminale a farsi male. Il gioco deleterio di scegliere chi già sai che non resterà, perché l’amore che metterai in circolo non basterà mai a cementificare un luogo dove vivere insieme e lasciarsi andare alla vita.
E poi l’ossessione del sesso veloce, rubato, proibito nel gioco asmatico dell’errore, quel gesto che continui a ripetere come sputo in faccia alla fine, vicina o distante che sia.

L’ombra nella casa del cuore mi domina, mi regola, mi rende paradigma sterile di me stesso. Mi spinge a perfezionare l’amore in assenza e in potenza, e da vicino mi rende stupido, momentaneo. Le parole, per quanto spontanee, perdono forza, qualificandosi solo come percentuale espressa di un mondo interiore che ama specchiarsi nel non detto e poi rompersi la testa contro bastoncini di rossetto che non profumano più.
Ho la notte sotto di me anche stanotte, racchiusa negli occhi in una parola parziale, “panorama”; sento che manca qualcosa. Qualcosa che dovrebbe dominarmi diversamente e meglio. Respiro forte, largo, senza timori, non faccio in tempo a capire se sto cercando di tuffarmi o la mia è la solita preghiera di inghiottimento che faciliti rimozioni.
Lo so bene: dovrei scendere per strada, nutrirmi dei passi sul selciato umido, dimenticarmi, fare musica in testa e nelle stanze del cuore per non distruggere nomi, azioni, emozioni, persino intuizioni.
Forse mi hanno insegnato solo gesti elementari per affrettarsi e consumare. Abbracci, carezze, labbra. E promesse. Quelle maledette promesse che non ho mai sopportato, insolenti, dal fascino transitorio, chiodo fisso per le giornate sporcate da sole e polvere.

Per l’ennesima volta mi trovo a picco sulla notte e non so bene cosa accadrà. Per metà sono libero e per l’altra prigioniero. Gli impulsi sono cause di conseguenze, gli impulsi sono lame che squarciano le scenografie e da molto tempo non me lo permetto più. Mi sono abituato a consumare. Consumare più rapidamente che desiderare, e dunque fottermi. Sperperare, correre con i sensi accesi verso uno schianto che mi ripaghi almeno con le scene che preferisco, io da qualche parte, capace di osservare la notte sotto di me, sganciato da ogni dovere, responsabilità e merda del passato.
Dovrei scrivermi sulla pelle il libro –da non rilegare- della mia eterna ed inguaribile inquietudine. Non per celebrarla e nemmeno per scomporla. Piuttosto, per renderla parte di una libertà impossibile, impercorribile e funesta di ovvie distruzioni circostanziali.

L’ombra nella casa del cuore mi mette addosso una fretta detestabile. Mi rende un principe pugnalato in partenza. Un osservatore della notte con un coltello piantato nella schiena e uno specchio nascosto in tasca. È una vita che spero qualcuno mi dica “no, non preoccuparti, non c’è bisogno che rientri, resta lì fuori a respirare la notte finché non farà giorno”.
Invece mi tocca ricordare che il movimento sotto la notte finisce con il gesto di abbandonare i luoghi, le case e il buon senso proveniente dall’agognato senso di libertà.
Finisce che devi rientrare sempre, in mano quei fiori che vedi solo tu, trasparenti di tempo che non si compie, petali invisibili come gli occhi che ti spiano senza che tu te ne avveda, sguardi che ti feriscono in silenzio, proprio quando sei intento ad immaginarli e a crearci una storia da scrittore attorno.
L’ombra nella casa del cuore è un gioco crudele che mi ha reso bello alla riffa del dolore, tanti anni fa. Si gioca in due, ma la tacita regola è che uno dei due resti invisibile, incompiuto, fantasma d’amore, rimando a supposti errori di fabbricazione e lutti appesi ai muri come calendari, nelle case dove non si è mai dormito bene.

©Luca De Pasquale 2018

18/12/18

Esercizi di rivolta in nube di profumo scuro


Le strade sono gremite, ma i negozi sono semivuoti. L’euforia natalizia percorre le strade come un fremito già agonizzante, comportamenti codificati da esibirsi sotto luci viziose di stanca adrenalina. La sensazione è quella di sempre, corpo estraneo che schiva crepitanti sconosciuti gonfi di energia auto-indotta. Forse le persone mi schivano solo perché ho quasi sempre la sigaretta accesa. Non ci si guarda in faccia, eppure si ha il coraggio di pensare a cosa regalare per non fare figure barbine.

La mia compagna si ferma a guardare la vetrina di una gioielleria. Io mi allontano il giusto, e ovviamente accendo una sigaretta per aspettare meglio. Al di là del vetro c’è la titolare dell’esercizio che sistema alcuni monili in vetrina. Ha un seno enorme, e nel chinarsi le scappa una tetta dalla maglia di pizzo rossa. Scena patetica, senza erotismo, impossibile anche per un banale voyeurismo di rimbalzo.

Non le guardo le tette. Mi giro verso i cassonetti dell’immondizia. Mi chiedo se farò un’altra notte in bianco con il mio pallottoliere emozionale di merda. Sono in fase di bilanci da quando ho compiuto quarant’anni, e ogni anno sottraggo merce alle mie illusioni, sabotando serbatoi vecchi quanto la mia nascita; ogni anno dentro di me sbiadiscono volti che mi erano noti, voci che mi hanno carezzato, corpi che mi hanno eccitato fino a farmi venire voglia di crepare. Cos’è dunque la mia rivolta verso la società borghese che ho sempre disprezzato? Sparire, sparirmi, lasciar sparire. Confermare le previsioni: senza ambizioni si finisce per sguazzare nei margini, come licantropi, come principi decaduti, come demoni con la voce filtrata da un orrendo vocoder. Cos’è stata la rivolta verso la società borghese? Fottere di nascosto alle feste nelle stanze dove si posavano i cappotti? Rifiutare i pranzi in famiglia con i segnaposti schizzati di sugo e ipocrisia? Non predisporsi per fare figli, per parlare in pubblico con la sicumera dei peggiori? Cosa diventa la rivolta privata di un uomo quando il tempo passa?

Ho rabbia dentro che basterebbe all’intera Legione Straniera, ma quello che è strano è che tale rabbia non si nutre di rivendicazioni, bensì di nuovi giorni da affrontare senza stupidità. Cerco il combattimento, l’emozione, e non voglio morire invano, laddove per invano intendo senza onore, senza menzione dell’anima, senza lasciapassare di fantasmi. Non c’è nulla di peggio che spegnersi senza aver combattuto. Ora il mio combattimento è sradicarmi, cambiare ogni cosa, disconoscere, agire sotto copertura di risvegli nella nebbia di altri luoghi, volutamente soggiogato da capricci indominabili dell’altrove. Volgarmente parlando, sono qui ma ancora per poco. Sono qui senza esserci e stavolta è perfettamente inutile simulare affiatamento con le strade, con i respiri, con le abitudini. È già molto tempo che non abito dove cammino, che non faccio numero dove pure continuano a contarmi.

I miei sono esercizi di rivolta in nubi di profumo scuro. Cerco di perfezionarmi, di non fallire la portata dell’inganno ottico, visuale, di taglio schifosamente esistenzialista.

Mi allontano dalla scena delle tette calde in vetrina. E penso, mentre non mi conto i passi, che prima o poi tornerò a scrivere. Sarà con uno stato d’animo diverso dalla mia abitudine conclamata, quella dell’espressione libera usata per sovvertire il destino. Qui non si sovverte un cazzo, e non si fa neanche bassa resistenza. Qui si deve trovare il ritmo adatto a suggellare l’armonia tra cammino personale e trampolino interiore divorato dalle tarme.
Già so stasera che musica ascolterò. La Crus, Scott Walker, Morphine, Lele Battista, Prefab Sprout, Hugh Cornwell, e sicuramente chiuderò con gli adorati Swayzak a notte fonda. Non musica per viaggiare fuori, piuttosto musica ad hoc per sondare limiti osando il nuovo.

Non mi piacciono le donne che si truccano troppo o che stravolgono il loro vero volto per diventare porcellane sofisticate. Non mi piacciono le donne che si dilaniano nel nascondere i segni del tempo.
“Le cose cadono nell’inverno, le persone cadono nell’inverno, la città cade nell’inverno, tu cadi nell’inverno. Chissà che qualcosa non cominci a cambiare”, canta Lele Battista.
Sono quasi arrivato a casa e calcolo nervosamente che dall’ultima paglia sono passati solo venti minuti. Mi è stato detto che morirò di tumore ai polmoni. Mi hanno detto tante cose. In genere, me ne sono sempre strafottuto, qualche volta trovandomi male. Da un negozio di stereo viene fuori una musica orrenda in levare, che sembra perfetta per uno di quei trenini da festa di compleanno o nozze d’oro in cui vuoi far sentire il cazzo duro a chi ti precede.
Il cazzo duro come marmo, il cuore nero, eroico e romantico. Questo sognavo nell’onnipotenza delle illusioni giovanili. Sognavo di vivere in un mondo dove non avrei mai potuto incontrare tacchini in vena di citazioni e paurosi esemplari di conformisti fatti a sole di funivia. Volevo essere Puskin. Ma anche Myskin, Pecorin, Raskolnikov e soprattutto Stavrogin. Invece troppo spesso sono Kirillov, con qualche spolverata di Edmond Dantes. Una torta farcita a stimoli esterni da vomitare. E intanto il mio naso cresce, con mio spauracchio estetico. A volte sono un nauseante borghese, un mezzo pavone con la coda tra le cosce. Non l’ho mai ammesso prima, ma piacere alle donne mi serviva soprattutto per togliermi di dosso il senso di morte, che invece aumentava ogni qualvolta perdevo i freni dei miei sogni.
Detesto i miei sogni, troppo belli per il mio cinismo, troppo ingenui per le ferite da ostentare, troppo veritieri per non tentarli, e dunque sbagliare.
Sbagliare, sbagliare, sbagliare. Morire con menzione, incisa a fuoco nel blocco di ghiaccio della mia storia già scritta. Solo esercizi di rivolta in profumo nero.
E intanto il naso cresce, come la crudeltà delle notti.

©Luca De Pasquale 2018

14/12/18

Gli arguti indagatori del passato


Si sta per chiudere un anno duro, spietato, un anno di stravolgimenti logistici, fisici, di chiusure definitive e di buoni propositi invecchiati cancellati da lavagne immaginarie. Si chiude un anno in cui certe cerchie rinsecchite sono crollate come palafitte e se ne sono aperte di nuove. Salomonicamente, posso dire che non è stato l’anno migliore della mia esistenza, ma neanche il peggiore. Come al solito, mi sono ritagliato in diverse occasioni il ruolo del cattivo, questa volta con sensi di colpa limitati. A saperla prendere, passare per una creatura devota alla battaglia e non al gesto concavo verso il mondo ha i suoi lati positivi.

Con l’avvicinarsi dei cinquant’anni trovo che sia più facile fottersene dei meccanismi in cui si viene assorbiti senza richiesta di assenso, anche solo formale. A tre anni dai cinquanta si gioca in casa anche quando ti si punta il dito contro. Sono senza Dio, senza patria, senza credi, senza pazienza? Sì, è vero, dunque? Quale il problema? Vuoi polemizzare? Io no. Vuoi tirarmi un pistolotto che mi aggrovigli i testicoli? Io lo scanso, e senza meriti. Mi riservi il posto peggiore in platea? Ma io lo spettacolo non voglio neanche guardarlo, regala il palco topi a qualche conoscente o qualche vecchia fiamma. Dici che sono la pecora nera della famiglia? Caspita. Un attimo però: quale famiglia? Perché non ho mai riconosciuto –e forse conosciuto- tale leggendaria entità. Non credo nei valori della famiglia e non per questo sono una strega da bruciare in piazza. E poi, diciamocela tutta, non accetto strigliate accorate da cornuti, adulteri, scialacquatori, accumulatori di app, gente che ancora crede nelle vacanze organizzate e nella nuova politica. E men che meno posso accettare decaloghi da chi crede al ministro di Twitter, al passacarte in cravatta lilla e ai giallisti napoletani o a quegli chef del cazzo che hanno invaso il mondo con i loro piattucoli per gente affetta da pellagra.

Credo però che la perla del 2018 sia una, una su tutte. Parlando con alcune persone della mia giovanile appartenenza alla B.O.D.A. (Brigata Operaia D’Assalto, Napoli, fine anni ottanta), uno dei partecipanti alla chiacchierata se ne esce con questa frase incredibile: “Io credo che ANCHE questa cosa si spieghi con quello che ti è successo da bambino”
“E che mi è successo da bambino che possa spiegare le mie idee sociali?”
“Eh, tu non lo sai, ma anche questo dipende da quello che hai vissuto quando eri inconsapevole”.
Ma certo. Allora, che so, mi piace Stevie Ray Vaughan perché a otto anni non ho digerito un’oliva; oppure ho letto gli scrittori russi perché una volta a tredici anni mi sono tirato una sega su una colf dell’est europeo. Questi indagatori delle retrovie esistenziali, questi rabdomanti delle cause psicologiche nascoste, ebbene, hanno davvero fatto il loro tempo. I miei genitori erano dei socialisti moderati, per fortuna non craxiani. Non sono cresciuto in un ambiente operaio. Gli operai li ho conosciuti solo dai diciassette anni in poi, prima di allora solo le estenuate mollezze di un ambiente che mi accettava rifiutandomi in continuazione e segnalandomi bassamente la mia diversità strutturale. Mi piacevano le ragazze di Posillipo, mica le cassiere del centro storico. Mio padre mi parlava di Pascoli e Carducci con toni bucolici e devozionali, non mi ha mai raccontato del ’68, che probabilmente visse appartato con qualche donna mai dichiarata. Nella mia cerchia non ci sono mai stati pasionari, se vogliamo escludere quei figli di papà con la bava alla bocca e lo slogan ad effetto nascosto nel cappuccio della felpa o tra i peli del pizzetto caprino. Quelli dell’occupazione liceale, per intenderci: delle autentiche teste di cazzo. Ricordo solo che alle occupazioni era più facile scopare. Si scopava sui banchi, mettendo delle sedie contro le porte delle aule vuote. Noi maschi non ci preoccupavamo dell’orgasmo femminile e ce ne venivamo dopo pochi colpi, ansanti e stronzi come la nostra maledetta, grottesca ingenuità.

Questa storia che il mio veleggiare tra moti anarchici e ribellioni proletarie sia stata figlia di qualche trauma infantile me la sono legata al dito, ma senza prendermela. Solo che sono rimasto sconvolto, sconcertato da quanto le persone ci tengano a trovare sempre delle spiegazioni del menga, anche senza possedere un solo elemento di riflessione. Con questo atteggiamento revanchista da chef dell’anima, allora tutto si spiega nel passato, anche come si caca al mattino sulla tazza. E allora, dai, dimmelo: perché porto ancora il pene a sinistra? Perché il primo mio voto andò a Democrazia Proletaria o perché mio padre mi negò un abbraccio nel 1976? Perché tifo per la Fiorentina? Perché volevo essere mio padre per fare l’amore con mia madre? Perché delle donne mi eccitano le mani? Perché non ho mai imparato a masturbarmi con titanico trasporto? E perché mi piace chiudere con le persone che non mi danno niente? Per vivere l’ennesima trasposizione aggiornata del suicidio? Non so, siamo in campo aperto, spariamola grossa, a cazzo di cane, finché l’altro non crolla.

Questo 2018 sta finendo e non ne sentirò la mancanza. Il mio cuore si è indurito e di notte lo sento pesante nel petto, come una zavorra di sabbia colorata su cui reinvestirò comunque. Sono anni e anni che non faccio più parte della B.O.D.A. e non so che fine abbiano fatto i romantici e velleitari compagni sovversivi del tempo. Quel che ricordo bene, fin troppo, è che nessuno di noi aveva niente da perdere già allora. Ci consideravamo spacciati, fottuti, senza futuro, carne da macello, demoni. Io mi sentivo il cavaliere delle lunghe ombre e del mio regno poco illuminato, pensarlo significava darsi carburante. Usavo la mia parte oscura per garantirmi porzioni salvifiche di operaismo nichilista, un’apparente contraddizione. Volevo essere reietto, sul serio e senza sconti. Non ho mai negato che in quella ricerca continua di scontro con il mondo borghese e funzionante ci fosse un’altissima percentuale di forza autodistruttiva che voleva schiumare fuori, ma da questo a sentirmi uno chef mentale che mi spiega perché sono stato di estrema sinistra ce ne passa. E va detto che in quanto ad estremismo e voglia di levarmi dai piedi stereotipi e ambulacri delle classi agiate, oggi sono certamente più concentrato e veemente di ieri, per via di una struttura formata, di una corazza più volte perforata, ma mai abbandonata.

“Non ti fare nemici”, mi ha detto un vecchio cliente lumacone nel 2017, credendo di darmi un prezioso consiglio. Consiglio che in questo anno morente non ho seguito per niente. Dovrei essere davvero un coglione, se credessi ancora nelle strategie funzionali e fittive alla mia età. I giochi sono fatti, su quel fronte. Se c’è ancora speranza di rendere monco il boia di passaggio, sarà una questione di valore e non di tattiche micragnose.
Se avrò ancora voglia di piacere, di appassionare, sarà per emozione e non per contabilità. Non si può piacere a tutti. Spesso ci annunciamo come belle sorprese, ma siamo trappole, delusioni, equivoci, giochi a smarrimento.
Sai che c’è? Che la nostra bellezza si perde sempre, nelle stupide prove di via crucis quotidiana, nelle nostre difficoltà a sbarcare il mese, a garantirci piccole porzioni di sogni che ci aiutino a dimenticare l’uomo nero dietro la porta della nostra vecchia vita assistita. No, sarà difficile ritrovarci, guardarci con interesse, riscoprirci, guardarci negli occhi senza pregiudizi.
Molto più facile perdersi in stupide, puerili e avventate spiegazioni da decerebrati. Le sentenze sono come i peti, le rilasci ignorando che la puzza peggiore è la tua.

©Luca De Pasquale 2018

13/12/18

Test attitudinali amorosi


La sera che andai a casa di Dunia me la ricordo. Presi il taxi poco dopo la mezzanotte e avevo in testa un brano di Erik Truffaz, “Mechanic cosmetic”. Pioveva forte e il tassista non disse nemmeno una parola, contrariamente al solito. Non mi ero certo portato il pigiama e lo spazzolino, figuriamoci. Solo un pacchetto di sigarette di riserva. Mai restare senza sigarette al centro della notte. Ma sapevo che non sarei rimasto a dormire, e che sarebbe stata una di quelle serate intense e promettenti senza continuazione, uno dei tantissimi splendidi inizi della mia vita. Non è che non volessi impegnarmi, non ho mai avuto questo tipo di ritrosie; semplicemente l’idea che mi ero fatto è che entrambi eravamo individui problematici, carichi di aspettative scoscese, imprevedibili e di carichi sospesi che andavano a sconfinare nella vanità, nel bisogno di soffrire e far soffrire.
Dunia era bella e dosava la sua sofferta bellezza concedendo briciole del suo tempo a chi insisteva nel desiderarla. Il resto era tempo bianco concesso ad amici innocui, rassicurazioni collaterali del suo vivere.
Io ero accigliato, giù imbastardito, eccitato dal dolore interiore, guidato dall’odore delle mie ferite, borderline nella strafottenza elevata a regola di sopravvivenza. Quella serata fu un incontro tra predatori alfa solitari, feriti e per nulla disposti a percorrere la notte in reale compagnia.

Durante la cena Dunia mi chiese “ti piacerebbe occuparti di qualcosa che non siano dischi?”, e la domanda non mi piacque, perché a mio giudizio sottendeva una critica piuttosto ovvia e superficiale. Cercai di approfondire il motivo di quel tipo di domanda, scoprendo che lei reputava un “commesso di negozio” uno che si negava ad altre forme di gratificazione. E Dunia, dichiarandomi stima per le mie potenzialità, finì di offendermi. Il suo “potresti fare ben altro” non mi suonò per niente bene e per fortuna quella sera, come tante altre, l’anima e il cazzo continuavano a non rivolgersi la parola. E che cosa avrei potuto “fare”, secondo lei? Uno dei mestieri dei suoi amici, per esempio? Dottore, notaio, avvocato, assistente universitario, ricercatore, regista bisessuale, manager di neomelodici pentiti, grossisti di carni finti estimatori di Bill Evans? Se fossi stato all’epoca un avvocato praticante, mi avrebbe chiesto di restare a dormire? Il sospetto mi rese sfuggente come una saponetta e decisi di tornare gioiosamente alle mie occupazioni tipiche. Quella notte, lo ricordo perfettamente, terminai con soddisfazione una ricerca sui migliori bassisti di blues elettrico degli anni novanta. Una cosa che mi gratificava, ma per la quale nessuno mi avrebbe mai pagato. Per una come Dunia, io mi accontentavo di aumentare le mie conoscenze, tenendomi alla larga da quel che contava davvero, le gratificazioni: economiche, sociali, relazionali.

Sembrano passati secoli da quella notte, e guarda caso mentre scrivo sto ascoltando Erik Truffaz. Piove anche oggi, il vetro lacrima mentre l’esecuzione live di “Mechanic cosmetic” mi conferma per l’ennesima volta che il Miles Davis elettrico, pur criticatissimo, ha inventato un universo da cui è impossibile uscire, soprattutto nelle dinamiche di tromba e basso elettrico. Non ho notizie di Dunia da anni. Non le ho mai cercate e nemmeno chieste agli sparuti conoscenti comuni che infestano i social. Uno dei miei sogni più potenti è che le persone che conosco non si conoscano tra loro. Provo un brivido di raccapriccio ed estenuazione ogni qualvolta mi si dimostra che persino una metropoli finisce imbottigliata in logiche da piccolo paese.
Infatti, una delle frasi che più mi mette addosso paura ed angoscia è “ma tu per caso mica conosci…?”
No, non conosco. No, per carità. Non me lo chiedere più. No che non mi hai visto a quella festa o a quel maledetto party matrimoniale. E che liceo hai fatto? Non ricordo. Che università hai frequentato? In quegli anni sono rimasto chiuso in casa, mi viene da rispondere, ora smettila di rompermi il cazzo con i questionari sui gradi di separazione.

Sono certo che Dunia avrà incontrato in seguito uomini con un più accorato equilibrio tra potenzialità espresse e risultati conseguiti. Sarà bastato quell’equilibrio ostentato a farla godere di più. Non è una questione di centimetri o di quanto si è ruvidi quando si fa sesso. Del resto, anche io ho goduto molto di più con persone che si avvicinavano maggiormente alla frattura con il mondo e all’equivoco irrisolto con il concetto di futuro. Mi ha eccitato la precarietà, la menzogna, il giocare banalmente, mi ha eccitato il profumo sconcio del fallimento annunciato. Ho preferito il sincero “scopami, che poi non mi rivedrai più” alla vergognosa trafila di domande ispettive sulle caratteristiche, sulle abitudini, sugli obiettivi. Gli incontri sentimentali dovrebbero differenziarsi dai colloqui di lavoro, e invece a volte sono anche peggio, per via dell’infame paura di prendere cantonate e di non poter affondare i sentimenti nelle sicurezze concrete. Ho conosciuto tonnellate di persone incapaci di lasciarsi andare perché preoccupate delle conseguenze, delle somiglianze, delle distanze. Mi è difficile comprendere, ancora oggi.

Sarà perché parto dal presupposto che non c’è apparente vicinanza che possa resistere alla proterva trappola della disgregazione improvvisa. Anche i migliori sogni possono imbarcare acqua. E poi chi ci somiglia troppo è noioso e non necessario. A meno che non siamo quei tipi di individui che cercano uno specchio sul quale masturbarsi, per poi poter parlare d’amore senza sensi di colpa.

©Luca De Pasquale 2018

12/12/18

Giocarsi male la carta della saggezza


La febbre è alta, lo sguardo appannato. Non capitava da un po’. Devo passare dal letto ad una sedia, alternativamente, ogni due ore. Provo ad ascoltare un po’ di hard rock classico e pure Texas Blues, ma ho troppo mal di testa. E allora, sceso il buio, spengo la luce e davanti a me ho tutte le finestre accese del quartiere. Vedo delle persone anziane darsi da fare in cucina, bere qualcosa, prendere medicinali. Sotto le mie finestre c’è una ragazza –che non riesco a vedere- intenta a raccontare via WhatsApp ad un’amica che ha conosciuto un tizio figo che le avrebbe detto “e d’altro canto tu sei una bellissima ragazza”. Lei insiste su questa parte della narrazione, ed è tutta eccitata dal dettaglio del complimento ricevuto.
Siamo tutti troppo sensibili ai complimenti e alle lusinghe: in fondo è ben poco dignitoso.

L’attimo della giovinezza vola via in un attimo, mentre sei intento probabilmente a sperperarlo. Sembra davvero ieri, ma non è così. Forse quel complimento che la ragazza racconta l’ho usato anche io, quando ero giovane e non ci facevo caso. Mi è sempre piaciuto buttarmi via distrattamente, mi faceva sentire vivo.
Superato l’attimo magico e promettente della giovinezza, ecco che inizia quella fottuta giostra tutta tesa al salvataggio e alla conservazione.
Ci si salva nei modi più disparati:

-         Inventandosi una nuova fede o un movimento politico;
-         Investendo i propri figli di un valore trascendente e devozionale, oltre che cieco, egoista e sconsideratamente esibizionistico;
-         Spingendo gli hobby tra le cosce della passione, in modo da renderli valore spendibile agli occhi degli altri;
-         Abbandonarsi ai privilegi raggiunti e assestarsi mestamente sulle poltroncine foderate del ceto sociale di presunta appartenenza;
-         Iniziare a frequentare associazioni, club, librerie, negozi, circoli di Burraco o più volgarmente di scopone;
-         Viaggiare compulsivamente e fotografare ogni cazzo di panorama, piatto, indigeno, pista, mareggiata, tavolino;
-         Andare a tutti i concerti senza più scegliere, continuando a fotografare in modo ossessivo suonatori di melodica indie e vecchie cariatidi che sbaglieranno la firma sull’autografo;
-         Innamorandoci di chi ci avvolge di un manto protettivo, quasi una sorta di rimborso di tutte le inculate ricevute a vario titolo.

Si potrebbe continuare per fogli e fogli. Trovo tutto questo inquietante. Ascoltando la ragazza giù vantarsi dei complimenti ricevuti, mi rendo conto ulteriormente che non accetto in alcun modo il mio invecchiamento e la vecchiaia in generale, il cui assioma con la saggezza mi crea un profondo imbarazzo e un senso di repulsione intellettuale. Chi la vuole questa sdrucciolevole saggezza? Per cosa, per morire meglio e senza dannarsi? Mi sembra una vigliaccata, sperare di rassegnarsi a poco a poco con la scusa che si tratta di ineluttabile saggezza. Non sono pronto ad invecchiare, anche se spesso sono stanco di vivere, detto senza drammaturgia, in modo asciutto. Non stanco di vivere in assoluto, stanco di farlo in una società che non solo non condivido, ma che potenzialmente estenua la violenza, la ripicca, il rifugio, l’ammutinamento, il fuoco fatuo dell’isolamento. La società moderna, fomentata dal progresso tecnologico impostato su velleità deliranti, mi disgusta e non mi sento a mio agio. Si finisce con il combattere contro i mulini a vento, venendo sovrastati dallo spossante cumulo di luoghi comuni minacciosi e leggi non scritte tese a scoraggiare atteggiamenti realmente difformi e di contrasto, pena la disgrazia, il tormento e le tasche vuote.

Lo spettro della vecchiaia non si può certo allontanare con atti gratuiti di epicureismo stracco, come andare in un centro massaggi e farselo succhiare da un’odalisca, pagata per dirti che hai l’uccello grosso e sei dolce. Quanto alla società, è bene essere consapevoli che non si guarisce con le utopie salivari. Da ragazzo, mi fece molto male rendermi conto che la maggior parte dei proletari volevano essere borghesi e avere accesso ai privilegi che a parole venivano demonizzati e stigmatizzati. Da persona proveniente da una famiglia relativamente povera e poi molto povera, posso dire di non avere incontrato molti poveri che mi convincessero e che riuscissero, se non altro ai miei occhi, a reagire alla loro condizione con la dignità incrollabile. No, quasi sempre ho intercettato quello sporco desiderio di scalata sociale che mi ha fatto soffrire un tempo e ora è elemento basilare se devo scegliere di frequentare o no qualcuno.

Parole della febbre?
Non saprei. Il termometro segna 38e6, il freddo dentro si agita come acqua in una bacinella. Sono un brivido umano che guarda oltre una finestra. Non sento il sapore delle sigarette e questo è un oltraggio. Sento però l’odore di quel mondo fuori perennemente intento a farsi scarpe e posizioni, e nonostante il naso chiuso posso dire che si tratta di sterco e merda. Un mondo dove la furbizia è un valore, usando la parola “furbizia” per evitare quella più sgradevole, “arrivismo”. Ho capito molto presto, forse troppo presto, che la società civile ha come valore fondante lo scaricabarile circa il presunto fallimento o mancato inserimento di certi individui. Se non ti sei appassionato agli studi, è colpa tua, c’è qualcosa che non va in te. Se sei rimasto senza lavoro, indaga a fondo, magari a pagamento, e scoprirai che hai delle precise responsabilità. Il ritornello ossessivo è “le possibilità ti sono state date, sei tu che te le sei giocate male”. Assolvi l’ambiente circostante e condannati. Questo ti chiede la tanto decantata società civile. Meglio un singolo che si dilania, piuttosto che pericolose ribellioni, anche solo verbali. Se non sei un’eccellenza in qualcosa, hai mancato passaggi determinanti e sei condannato a tormentarti per l’eternità in cerca del tuo errore. Se lo fai, sarai simpatico a tutti e ti verrà tesa una mano, anche se sporca ed unta. Se non ti cospargerai il capo di cenere, sarai bollato come arrogante e inadeguato. E allora sarai costretto a rinascere in continuazione, pur di non diventare un assassino. Non tutti hanno questa vocazione al martirio. Ed è per questo che mi giocherò male anche la carta della saggezza, quell’inutile troia sulla bocca di tutti.

©Luca De Pasquale 2018

11/12/18

Hazet 36 esistenziale


Prendo l’influenza, subisco prima un violento attacco alla laringe, poi alle mucose, con temperature bassissime, infine arriva la febbre con il solito subdolo sciame di brividi. Ed è così che la luce fuori sembra una cartolina mal riuscita di una città estranea, ostile, un luogo senza ventre adibito però a putrefare per inerzia il senso del passato.
Costretto a restare in casa, ho anche la sfortuna di incappare nella telefonata di un vecchio cliente, Timoteo Sasso detto “l’Avellineta”. Incurante della mia voce abissale e del non celato fastidio nel tono, mi chiede informazioni sulle mie “moderne attività” e poco dopo, senza essersi soffermato ad ascoltare la catatonica risposta, mi domanda se posso procurargli le edizioni deluxe dei primi cinque album degli “URAIA HEPPA”, edizioni che riesco a guardare nella scaffalatura del mobile mentre sono al telefono con lui.

In altri tempi mi sarei attrezzato per vendergli le mie copie e tirare avanti una settimana con più argent de poche, ma questa volta proprio non mi va e per giunta l’Avellineta l’ho sempre considerato un coglione. Questi vecchi rapporti di conoscenza sono viziati da pregiudizi, anni passati senza nessun incremento di confidenza. Le conoscenze sono conoscenze e per quanto mi riguarda contano poco, sono soggette al meteo come all’oblio, alle divergenze d’opinione come alle ragadi anali che impigriscono.

Stessa sorte, o quasi, per i lettori di questo blog, che si interscambiano e si avvicendano come fantasmi dei quali spesso e per fortuna ignoro le fattezze. Di sicuro c’è chi ha mollato per i motivi più svariati (smarrito interesse per lo scrittore, coda di paglia, disgusto per le provocazioni e per le note più oltraggiose, noia contenutistica, permalosità politica) e ci sono le new entry, anche loro legate a delle variabili che non mi va di prevedere e prevenire. Dato che questo è un blog, non si scinde mai quel che si legge da chi lo ha scritto, e allora è chiaro che il “piacere” della lettura va facilmente a farsi fottere. Anche perché non mi si vede in giro, non sono un prezzemolo, non scrivo le mie idee sui social da tempo immemore, ormai solo copertine di dischi e qualche dipinto o scultura, che pure hanno iniziato a stancarmi.

Un tempo, i miei scritti “dannati” accendevano le fantasie di qualche donna che con pervicacia simulava un interesse verso l’uomo, ignorando –o fingendo di farlo- che certe idealizzazioni non prevedono l’applicabilità. Un tempo avevo trentuno anni e ora ne ho quasi quarantasette. Non sono single e non sono a caccia di rarefazioni sensoriali che facciano il verso a qualche malinconica pagina di Keats. Non lavoro più al pubblico, a completare la rottura della frittata di charme. Non profumo più di avventura estemporanea e differente, bensì di problemi. E quel profumo stanca in primis chi se lo porta dietro.

Quando avevo trent’anni ero un credulone, anche se giocavo a fare il cinico. Se una donna mi diceva che non aveva dormito per me, le credevo immediatamente e mi accendevo d’immenso come una candela senza cervello. Iniziavo a scrivere copiosamente, continuamente. Sbrodavo passione in prospettiva. E mi innamoravo perdutamente dell’atmosfera che si poteva creare con quella donna, per quella donna. Oggi, e già da parecchio, diffido, diffido senza paranoie e dunque quando la vaporizzazione esistenziale si dissolve sono già lontano, magari intento a fare qualcosa che non contenga charme, mistero ed estenuazione del potenziale fiabesco. Buona parte del potenziale fiabesco è dato dalle possibilità, dai luoghi, non dall’essenza delle persone. Questo l’ho capito. Scriviamo delle poesie alla luna illudendoci di essere sinceri, quando in realtà siamo delle discariche ambulanti cariche di paure ataviche, di solitudine stanca di masturbarsi, e quanto ai nostri credi sono dei fluffer, se non dei vibratori che ci inseriamo negli orifizi appositi per non cedere al male.

Tutte le volte che un’illusione comincia a ronzarmi attorno alla testa come una mosca, la abbatto a colpi di Hazet 36. Tra me e le fantasticherie c’è un clima da anni di piombo, e dunque, coerentemente, devo usare la Hazet 36, da perfetto “idraulico” modernizzato.
Dovrei usare la Hazet 36 anche con chi mi chiede come mai non scrivo più per emergere. È una domanda oziosa e sciocca. È una domanda intrisa di perbenismo, accomodante e basata sul nulla. Come se io andassi ad una mensa di poveri a chiedere come mai non abitano a Via Petrarca. Come entrare in un centro di accoglienza e chiedere vox populi perché non è stata utilizzata per lo sbarco una nave da crociera. Molti hanno difficoltà a tararsi rispetto agli altri, procedono per inerzia con le loro infestanti domande, con curiosità friabili, inconsistenti. Parliamo spesso, ma non ci diciamo che poco, un volenteroso, galante nulla. E non ammettiamo mai, anche sotto tortura, che l’insofferenza è il nostro peggior vizio, sempre in agguato dietro la paratia degli interessi personali da soddisfare.

La febbre stronca tanto la telefonata dell’Avellineta quanto la mia vis polemica monodose. Ridacchio mentre cerco una sigaretta, nel ripensare a quante volte mi è stato detto “non posso fare a meno di leggerti”, per poi mollare qualche giorno dopo. Ma anche “vorrei aiutarti tanto a pubblicare”, come se fossi un torso monco devoto all’autodistruzione e all’inanità. Vecchi pregiudizi, conoscenze, un profondo distillato di noia, la mia dimensione Hazet 36 esistenziale.

©Luca De Pasquale 2018

09/12/18

La perversa ipocrisia borghese delle feste comandate


“E cosa compri a Clara, mica un altro pullover come l’anno scorso? Ah, ah, ah, non ci posso credere!”
Il solito ornitorinco natalizio da strada mi passa accanto, con la sua schifosa sigaretta elettronica e la sua lazione piccolo borghese da strapazzo. Penso subito di intervenire, “compra a Clara quello che cazzo ti pare, ma sottraiti alla mia vista”. La mia allergia alle feste comandate è storia vecchia. Quest’anno è diverso, però. Quest’anno sono l’animale che ho sempre voluto essere. Per ogni convenevole, una dose rinforzata di assenza. Per ogni luogo comune, strenua opposizione e nessuna partecipazione. Per ogni obbligo sociale, il rifiuto con tanto di noia esibita.

Questo intendo, colloquialmente, per “non avere nulla più da perdere”. In sostanza, fottersene della figura che si fa e del perplesso pensiero altrui. Mai indossati slip rossi a Capodanno. Mai iniziato l’anno con una scopata filmata tramite mezzi caserecci. I pranzi natalizi in famiglia, un incubo di ipocrisia senza ritorno. Le abbuffate con seguito di peti e rutti, non ci sono mai passato. Non ho mai regalato qualcosa a persone che mi stavano sul cazzo, anche se parenti stretti. No, anche quest’anno non finirò a parlare di computer, di calcio, di donne e di infimi salvinismi twitterati con qualche coglione in risalita di geografia interna. Non fingerò di stupirmi per il docciaschiuma gusto sodomia comprato dal profumaio all’angolo. Non fingerò di voler leggere l’ennesimo nuovo libro dello scrittore italiano o cittadino in odore di riscatto personale; che andassero a crepare al confine le persone in cerca di riscatto, il riscatto è un’idea borghese che non vale niente, è solo conformismo che urla sotto una maschera di costoso fango e merda secca. Per fortuna, nessuno oserà comprarmi un disco, a meno che non lo chieda io. Non vorrei ritrovarmi tra le mani qualche tenorino con il sospensorio o qualche banda di invertiti (intendo intellettualmente) albionici con fragranza alternativoide.

I giorni delle feste comandate, che orrore. Non basterebbe l’opera omnia di James Ensor a descrivere la deformità dei comportamenti, delle smorfie esteriori ed interiori, la grana grossa dei discorsi e dei pensieri, l’amore infingardo per i soldi da spendere. Persino in ospedale ho sentito parlare di regali, di minuti gratis, di tariffe convenienti e pure di boxer rossi a contenere grandi voglie di piccoli membri. Umani e genitali.

A metà di via Cilea la nausea per il circondario, per la vittimistica esaltazione del rituale imposto, per i passanti posseduti dalla fretta di togliersi il pensiero dei regali di facciata, mi impone di fare dietrofront e cercare vicoli dove disperdere il mio fumo, il mio rifiuto, la mia armata solitudine. Mi intravedo prima nello specchietto retrovisore di un’auto, poi nella vetrina di un negozio di abbigliamento: oggi sono un mostro. Occhiaie, spettinato, con dei denti che per la prima volta mi sembrano da coniglio. Provo per questo un’istintiva repellenza per la mia immagine. Come cazzo mi sono permesso di uscire di casa con quest’aria da pitale intasato? Come ho potuto? Eppure, un tempo mi piaceva piacere. Era quella sensazione a darmi erezioni e tregua, infinitamente più del sesso, che da anni tradisce un peregrino sostrato piccolo borghese nel suo essere eseguito in finta libertà. Tutte queste persone che si cospargono di olio e passano ore ed ore in palestra per presentare a se stessi delle decenti prestazioni sessuali non sono meno ridicoli di quelli che si accingono a tentare la strada del “giallo intelligente” e che ti parlano del loro libro in uscita come di un figlio di Apollo.
Sono in tanti, in troppi, a credere che il sesso sia la loro ora d’aria, l’unico e raro momento in cui viene fuori la tempra reale, lo spirito senza vincoli e altre stronzate di questa risma. Il sesso è forse il momento in cui si qualificano per quel che sono realmente, dei piccolo borghesi annoiati con l’estensione dell’esotico a fungere da pietra filosofale. Semplicemente grottesco e ingiustificabile, oltre che stancante. Se bisogna partecipare obbligatoriamente alla farsa della liberazione tramite i sensi, allora preferisco vendermi palesemente e fingere pure di godere, che è compreso nel prezzo.

Tornato a casa, corro subito allo specchio. No, che strano; non mi trovo più il cesso a vento di prima. Sono un passabile ultraquarantenne, testa calda zero sociale cuore di partenza. Passabile. Non un oltraggioso cesso pallido con occhiaie da onanismi in esubero. Ma allora… era la strada a rendermi ignobilmente brutto? Possibile, perché ora sono passabile. Sono questi giorni a rendere brutti quelli che come me non vogliono popolare queste strade, non vogliono stappare bottiglie e sturare i genitali sotto corone di luci comprate dai cinesi per risparmiare. Le strade di Natale imbruttiscono quelli che come me si rifiutano di votare, di idolatrare figure di pseudo-riferimento, di incoraggiare giovani arroganti a mangiarsi il mondo mentre quelli di mezza età se lo prendono tutto in culo. Le strade di Natale, ipocrite da sempre e borghesi per traslato di fermentazione umana, rifiutano i reietti decenti come il sottoscritto, quelli che sul sistema ci hanno pisciato sopra senza che tale entità se ne accorgesse nemmeno.

Cristo, non mi sono mai illuso di fare numero. Chi si sottrae alla parata era previsto già dall’inizio che mancasse; le teste calde scivolano su una buccia di banana, se riescono ad evitare l’olio di ricino.
Passa il tempo. Gli inviti alla calma sono diminuiti, perché si crede che alla mia età subentri una sorta di rassegnata marginalità. Col cazzo. Aumenta la consapevolezza, che non è rassegnazione, affatto. Consapevolezza, come ho spesso scritto, dei bassifondi. Vale a dire, sono nei bassifondi ma non scomparirò a comando.
Non ho mai creduto alla forza dei grandi numeri. Alla convinzione dei movimenti e dei movimentisti ancor meno. Non credo alla sacralità del bene privato e privatistico, spacciato per difesa degli equilibri. Non ho mai creduto a quella cazzata della bontà che si esalta durante le festività. In questi periodi, chi fa schifo peggiora e chi prova a rialzarsi respira la fecale degli individui dei piani alti. Non c’è giustizia possibile che non contenga in sé il raccapricciante germe della sovversione. La giustizia divina è un film onirico che teniamo acceso sul comodino per evitare di suicidarci. Non c’è giustizia in una società minima, minimalista per perversione, sudicia di compromessi e avida di mostri da sconfiggere grazie a sgraziati e vaniloquenti crociati. Santa Claus non salva nessuno da questo marciume, così come il pompino pov il primo giorno dell’anno. Non il regalo alla nonnina. Non la beneficenza che urla. Non scrivere d’amore per poi sborrarsi addosso ego e sperma, dimentichi di chi ci sta vicino e aspetta quieto una nostra distratta carezza.

©Luca De Pasquale 2018

07/12/18

A guardare il vento


Incrocio una donna con un profumo fortissimo, all’angolo di una strada che ho percorso per anni e avevo dimenticato. Il profumo è così penetrante che mi stordisce e sono costretto prima a rallentare e poi a fermarmi. Resto stupito, scelgo di non girarmi e mi chiedo anche perché sono così sensibile ai profumi delle donne. È una storia vecchia. Vecchia quasi quanto me. Sono ipersensibile ai profumi femminili quando mi segnalano una donna che avrei potuto o dovuto conoscere. È così, sono il Des Esseintes delle occasioni perse, delle porte girevoli, delle vite sfiorate. È così da quando, precoce e inutilmente titanico, iniziai ad interessarmi delle donne. Quelle che mi attraevano di più erano non tanto quelle che non potevo avere, quanto quelle che riuscivo ad immaginarmi al fianco.
Ci sono donne che nello sguardo tradiscono una notte dell’anima. Altre che sembrano pregare silenziosamente per una gentilezza d’animo mai trovata, o per una passione che hanno vissuto solo attraverso coiti da festa in palestra. La donna di stamattina, in altri tempi l’avrei inseguita per tutta la città, pur di non privarmi del suo profumo, e per ritrovare nei suoi occhi quel lampo di potenziale interesse che per me ha sempre rappresentato un dono del tempo e del respiro. Invece no, ho semplicemente vacillato. Mi sono tenuto la sensazione addosso, senza darle continuità mentale ed emotiva, e senza avviare la fastidiosa procedura delle fantasticherie. Solo che, per l’ennesima volta, ho preso atto del fatto che non mi piace perdere l’equilibrio per il profumo di una donna. Non è questione di controllo, forse si tratta di gestione interna delle numerose infiltrazioni esistenziali che mi rendono uno di quei muri sbrecciati dalla salsedine, erosi dal vento del possibile. Sensazioni che mi sono portato dietro per una vita intera e che non hanno mai interrotto la caccia sfrenata all’incontro da fallire, all’errore per cui struggermi ad libitum.

Ho incontrato donne con le quali non avrei voluto praticare del sesso, ma solo, più semplicemente, passare una notte a parlare o a guardare il vento fuori. Perché il vento si guarda, lo garantisco; soprattutto se si respira in due in uno spazio senza futuro.
Ho incontrato donne per le quali ho laicamente pregato affinché la mia presenza le destabilizzasse per renderle più sincere. Ho incontrato donne che speravo di desiderare con forza, per poi constatare che tutto quel che volevo era che mi sfiorassero, che si accendessero di quella luce fantastica e seducente che è il non incontro.

Tutti questi alberi di Natale accesi dietro le finestre, che strano senso di malinconia. Camminare per le strade della mia città e desiderare pienamente l’altrove, un altrove assolutamente non esotico, un luogo di mutamenti, di svolte, di diversità troppe volte annunciate. Respirare il proprio diritto al cambiamento di scena, alla rescissione di ogni vincolo pregresso e stanco per definizione, svuotato di senso dalla sua stessa involontaria legiferazione.

In questa corsa nevrotica e di facciata alla celebrazione del proprio luogo natio, sono in aperta controtendenza. Chi scrive per enfatizzare la bellezza, anche contraddittoria, della mia città non è persona affine a quel che sono. Io scrivo in nome dell’altrove, non vincono mai le radici sulle proiezioni e sui desideri, sono in fuga e chi si ferma a declamare poemi di appartenenza mi annoia a prescindere. Sono per le piccole città dove le notti sono più luminose, per la minore densità abitativa e per il minore consumo di ipocrisia. Sono per le stanze d’albergo senza crocifissi e senza specchio centrale sul letto, dove l’unica speranza possibile è il vento che si alza dopo il tramonto. La stanzialità è follia e anche paura.

Non so se farò in tempo a dimenticare tutto. A farmi dimenticare senza volgari rimorsi. Non so se farò in tempo a rimuovere strade e volti dalla labile memoria degli addii troppo a lungo cercati. Quel che è certo è che non abito nella mia città e nemmeno dentro me stesso come un maniaco avvezzo a riflessioni autocentrate; abito dove nessuno mi aspetta, abito nel profumo delle sconosciute, nelle stanze d’albergo con le lenzuola blu oltremare, abito ancora nei numeri di telefono da cui non potrò mai più rispondere.

La donna del profumo di oggi, dove avrei potuto e dovuto conoscerla?
Ad una festa di amici comuni?
In un ufficio, in una coda alla posta?
La sorella di un conoscente? La cugina di una ex fiamma? Al binario della metro? In ospedale, al cimitero?
La potenza del mio sguardo interiore si espleta nel riuscire ancora a costruire regni di dignità sul no, sull’assenza, aggirando le trappole della curiosità fine a sé stessa. A capire, finalmente, che una cosa è la malia dell’altrove ed altra è inseguire chimere, fantasie, idealizzazioni senza costrutto.
Ho costante bisogno di spiazzarmi, di deviarmi, di percorrere le strade meno battute, se non invisibili ad occhio nudo. Strade senza illuminazione. Strade che non rischiarano i passi, ma che ti permettono una parte del vero sogno da vivere, camminare nel vento e guardarlo a testa alta, sono nato per amare il disegno imperfetto delle emozioni e per questo, diamine, cadrò con molto onore. Anche in una notte senza stelle, attraversato dalla dolce morte di un profumo veloce e lontano.

©Luca De Pasquale 2018

03/12/18

Procellae nautas vexant


Oggi, mentre fumavo fuori il padiglione dell’ospedale, è passata velocemente accanto a me una barella con sopra una donna morta. A ruota, sono comparsi al mio fianco i due figli, lui che sembrava un mio coetaneo e lei molto più giovane. Piangevano senza sosta. Sorreggevano quello che dava l’idea di essere il padre. Mi è arrivata una ventata di dolore in faccia, molto peggio dei piccoli schiaffi del freddo pungente patiti sin dal risveglio. E ho respirato l’odore della morte, quel puzzo secco e acre che si risveglia nelle lacrime delle persone.

Nel corridoio che mi portava al reparto femminile, mi è tornata in mente una cosa che mio padre mi diceva in continuazione, anche a sproposito: “Luca, procellae nautas vexant”. Non so perché, ma quell’esternazione mi provocava sempre ilarità. Come del resto le canzoni russe che mi citava, o le esortazioni delle prostitute nei bordelli che aveva frequentato da giovane con fiera regolarità. Sì. Mio padre era un giocherellone con il cuore funestato dalla malinconia, sentimento menomante che cercava di scacciare nei modi più disparati, sovente acquistando cose inutili o facendosi fottere da mercanti d’arte senza scrupoli. Non ho mai saputo giocare a lungo come riusciva a fare lui; parole sue, “tu sei molto più cupo di me”. Mio padre era un uomo che riusciva a contentarsi di piccoli obiettivi per sbarcare la giornata: un giro a Chiaia con le giacche più eleganti, un paio di mocassini, una marina un po’ oleografica di finto ottocento napoletano, un nuovo deodorante austriaco esclusiva della profumeria più sontuosa del quartiere, e poi le sigarette, e questa è l’unica pratica distraente che ci abbia mai accomunati.

Non ho mai visto in mio padre un eroe. Per niente. Lo consideravo un uomo fragile ed elegante, da proteggere. Da proteggere e da accontentare nei suoi capricci, nei limiti del possibile. Per fortuna, non ho mai visto in lui l’abisso, nonostante tutto il suo vissuto. Mio padre non era il mio capitano e nemmeno il mio specchio: era semplicemente mio padre ed io l’ho amato profondamente, spesso sacrificando qualcosa del mio abisso, almeno ai suoi occhi. Per quanto sapessi che aveva intuito buona parte dei miei fili scoperti e del mio furore distruttivo e autodistruttivo, gli ho risparmiato le pagine peggiori del mio navigare in direzione ostinata e contraria, fino all’autolesionismo evidente. In un certo modo, lo omaggiavo nascondendogli le idee ed i comportamenti da scorticato vivo che non ho mai celato agli altri.

Non ho mai detto a mio padre che mi sarebbe piaciuto spararmi in bocca durante un pranzo di Natale, davanti a tutti, per protesta, usando l’orrore per svegliare la triste monotonia della paura altrui.
Non gli ho mai detto che ho cercato a lungo una sua ex fiamma perché volevo conoscerla e capire cosa avesse amato in lui.
Non gli ho mai rivelato le mie tattiche di rovina, sedurre le donne degli altri, insolentire i superiori e le persone influenti, mai scopare per piacere ma solo per spine e ricordi dolenti da preparare come dolci. Non gli ho mai detto che quel mondo che tanto lo attraeva, quello raffinato e alto spendente che lo faceva sentire al sicuro, io volevo vomitarlo nella scrittura, negli ammutinamenti, nelle fughe nei villaggi vacanze dell’indigenza ingenerosa, e che di quel mondo volevo servirmi per dannarmi prima che la vita potesse incularmi a suo piacimento.

Finita la visita, incrocio di nuovo la famiglia che ha subito il lutto. La ragazza piange ancora. Piange moltissimo e si danna. Caccio una sigaretta dal pacchetto, scalcio una carta. Piove fittissimo. La vita è una commedia quasi mai a lieto fine e queste maschere di dolore che mi passano accanto irridono il buonismo, il fatalismo urticante, annullano le pur atroci differenze tra ricchezza e povertà. Come un bambino sciocco, mi ritrovo a pensare alla mia morte. Che pure verrà. Non credo alla luce, non credo alla vicinanza a Dio, non credo e basta. Come un bambino sciocco, mi ritrovo a pensare in cosa mi piacerebbe trasformarmi dopo la morte fisica, ammesso che esista questa possibilità.
Vento invernale sul mare in tempesta. Lupo nero. Fulmine che cade ogni tre notti e non si innamora mai. Vorrei trasformarmi in un orario della notte. Le quattro del mattino andrebbe bene. Ma anche in un viaggiatore taciturno. Un metronotte con l’hobby della filatelia. Mai in uno scrittore di successo, quello mai. Accetterei di buona lena anche di trasformarmi in un demone anarchico, uno di quelli che non deve dare conto neanche al diavolo. Un demone della vendetta. Nemesi.

Continuo con le mie fantasticherie infantili, mentre continua a piovere sempre più impercettibilmente e la ragazza si aggrappa al possente torace del fratello. Chi mi piacerebbe incontrare dall’altra parte?
La lista è lunga. Patrick Dewaere, Serge Gainsbourg, Stig Dagerman, Jean-François Jenny-Clark, Phil Lynott, Aiace Telamonio, Henry Miller, Gary Thain, Marcel Jacob, Bernard Giraudeau, Max Stirner, Jaco Pastorius, Lard Cregar, Luchino Visconti, Valerio Zurlini, Jacques Mesrine, Mick Karn… e poi tutto si interrompe perché squilla il telefono e devo rientrare nel ruolo del giorno. Che non so bene quale sia, ma non si avvicina neanche un po’ a questo modo di rimestare nell’irrazionale in cerca di punti fermi.

Più tardi, mi ricordo di una donna conosciuta molti anni fa. Faceva coppia con uno che conoscevo. Era una donna sicura di sé, disinvolta, provocante, giocava molto, troppo. Trasudava una potenza sessuale sconcertante, quasi respingente. Ti poteva dare l’idea, a te uomo, di poterti asservire con una carezza, con una promessa calda e sconcia, quasi da annullamento della volontà. All’epoca ero consapevole del fatto che facendo sesso con lei sarei morto, nel senso che dopo sarei andato alla deriva senza più desideri, uno schiavo sazio con la passione del cappio. L’idea di annullarmi in un pomeriggio o una notte venendole addosso mi allettava. Lei si sarebbe ripulita della mia frenesia e io ai suoi occhi avrei perso anche il semplice e pletorico valore di cazzo. Una volta cenammo insieme, e lei con occhi di brace e vizio mi disse, aspettando il secondo: “Ti piacerebbe scoparmi, lo so benissimo”
“Non lo nego, ma a che gioco stiamo giocando? Perché sei qui?”
“Perché mi piaci, ma la soddisfazione di far soffrire Alberto scopandomi non voglio dartela”
“Lascialo prima di scoparmi, allora”
“Non sto al tuo gioco”
“Nemmeno io al tuo”
“Tu sei pericoloso, con questa tua smania di sbagli”
“Mai pericoloso quanto te”
Un dialogo serrato, alla fine grottesco. Non abbiamo mai scopato. Come si suol dire in queste zone, la cosa mi è rimasta “in canna” per un tempo sufficientemente lungo da rendermi un totale coglione, nella mia considerazione. Tante chiacchiere sull’infinito, certamente, ma anche io ho ascoltato spessissimo la voce del padrone, vale a dire il mio uccello.

Arrivo a casa. Non faccio più test autodistruttivi. Ho fame. Di quello che sono non me ne frega un cazzo da tempo. Mi muovo. “Procellae nautas vexant”, spesso su richiesta. Vedi che stronzo. Stavolta no. Quasi ci resto male. Tenterò la carriera di demone senza lacci. Sperando non ci siano graduatorie anche nei fumi dell’oblio.

©Luca De Pasquale 2018