29/12/17

Quaderno viola di sorpassi mancati


Sono verdi i suoi occhi
e viola la sua voce.
Federico Garcia Lorca

E alla fine finisco da un barbiere di paese perché non sopporto più i miei capelli. Mi rado, anche, dopo due mesi di pazienza buttata alle ortiche.
Dal barbiere c'è un ragazzo omosessuale che non deve tagliare i capelli ma sta lì a parlare dei fatti suoi. Racconta di aver conosciuto un bulgaro di diciotto anni che ha la fidanzata napoletana e dovrebbe essere etero, però loro due si sono baciati. E si sono baciati pure con le lingue belle bagnate. La descrizione mi fa rabbrividire di orrore, non perché si parli di baci francesi tra due uomini, non potrebbe fottermene di meno; quello che provoca il mio orrore è il raccontare la propria intimità come se si parlasse di un programma televisivo o di una partita.
Usando quel tono, il ragazzo non si rende conto che non importa se gli ha infilato la lingua in gola o glielo ha preso in bocca con il rossetto da puttana, conta invece la pornografia del considerarsi libri aperti in luoghi pubblici.
Non mi sento imbarazzato, ho sentito ben altro in vita mia, ma scalpito per darmela a gambe. Il richiamo è altrove; e io in quell'altrove proprio non posso andarci. La mia presenza non è solo presenza, in quell'altrove; è scompiglio, sbaraglio, inversione. E allora non è fattibile.

Per strada, incontro uno che quasi non mi riconosce, con i capelli corti, senza barba e pure senza occhiali. Mi dice che dimostro 35 anni e non 46. Non sono uso eccitarmi per questo tipo di complimenti; li facevano anche a mio padre, che poi è morto in un periodo in cui tutti gli dicevano che stava benissimo, esteriormente. La somiglianza con mio padre aumenta di giorno in giorno, me ne accorgo. La bocca, le spalle, anche il naso. Ci differenziamo per i dieci centimetri di statura a mio favore e per la mia disillusione sul prossimo, verso il quale papà riponeva sin troppe speranze. Ci differenzia il fatto che a mio padre la mia disperazione di stare al mondo lo destabilizzava; come il mio modo di amare e di appassionarmi, che lui trovava eccessivo e votato allo sfacelo.
Mentre il tipo mi racconta alcuni pettegolezzi che dimenticherò nel giro di qualche minuto, in testa mi ronza un vecchio pezzo dei Koop, “Jellyfishes”, una languida porzione di nu jazz con il contrabbasso di Dan Berglund sugli scudi. Ascoltavo i Koop in una buona fase della mia vita. Ero giovane e affamato di tutto, mi sembrava di poter fare ogni cosa, sfogliavo ogni giorno l'ideale margherita per indovinare il nome della prossima donna che il fato mi avrebbe regalato per dimenticarmi.
Non sono mai stato un seduttore. Non ho le physique du rôle, e poi non sono mai andato in palestra perché per me è un luogo di perdizione e di puzza di sudore. Parafrasando un film che amo moltissimo, “Il sorpasso” di Dino Risi, posso dire che non sono il Bruno Corona di Gassmann, piuttosto il Roberto Mariani di Jean-Louis Trintignant. Con un sorpasso troppo azzardato sulla mia vita, sarei io a precipitare sugli scogli.

Una volta cercai di raccontare a mio padre che una donna sposata mi aveva proposto di vederci quando il marito partiva per lavoro, vale a dire una volta ogni due settimane. La donna era un noto avvocato della città. Io avevo ventun anni e lei trentotto. Ero entusiasta di essere stato scelto da una donna adulta. Glielo dissi e lui, portando le mani avanti come per respingermi, mi rispose che di queste mie storie morbose non voleva saperne niente, in quel momento e mai. Ci rimasi male, ma gli diedi subito ragione. Mio padre coltivava degli ideali, anche nei sogni, cercava di farli combaciare; io non ho mai coltivato altro ideale che sfuggire a cose già preparate, fatte su misura per contenermi. L'oltre mi chiamava, lo sbagliato, il rischioso, il troppo, l'ambiguo, io correvo la corsa delle ombre mentre mio padre cercava solo pace.

Cammino di nuovo da solo. Oggi non c'è pioggia. Dimostro quarant'anni netti. Non di meno, non di più. Chissà quanti ne ho dentro. Non ci perderò la testa. Ripenso alle confessioni del ragazzo gay. Se fossi rimasto un po' di più lì dentro, penso che saremmo arrivati alla confessione principale, e cioè che il ragazzo bulgaro doveva essere ben dotato e lui quel cazzo lo desiderava. La gente gira troppo intorno a certi contenuti che sono chiari e di cui non bisognerebbe mai vergognarsi. Ho sempre cercato di essere sincero. Dissi a una donna che mi piaceva che era vero, la conoscevo poco, ma avevo in compenso voglia di essere un suo strumento di piacere. Lei si offese, sostenendo che la stessi trattando da troia. Un errore madornale, perché tra i due, semmai, la troia volevo essere io. Non mi sono mai sentito un principe e nemmeno un rospo. Ero giovane, irruente, sconsiderato. Oggi sono solo irruente, ponderato nella mia sconsideratezza. Non basta mai, però.

L'anno sta finendo. Me ne accorgo perché sono in diversi a farmi gli auguri per un 2018 ricco di gioie, soddisfazioni e “rimborsi”. Rispondo sempre “grazie, vedremo”.
Una persona mi ha detto che nel 2018 dimostrerò il mio vero valore. Il mio vero valore è un pensiero che sento come un punto debole. Non so e non voglio stabilire il mio valore. Mi sembrerebbe di farmi fuori, se trovassi una bilancia adatta a pesarmi. Quando qualcuno cerca di spiegarmi come desidero, come prendo, come amo, io allora scelgo di graffiarmi il cuore in un tempo presente che metta al centro la vita, non i miei bisogni. Non posso inserire la mia frenesia in un menù da presentare a qualcuno. Non posso farlo.

Chissà cosa direbbe mio padre, che non riesco a disciplinarmi. Che calpesto la mia sensibilità nella fretta di fregarmi, di svolgermi, e che sentirmi chiamato altrove mi fa sentire in colpa con quello che ho creato fin qui. E che cosa direbbe, se finalmente ammettessi che non posso affrontare tutto con la gestione disinvolta dei peggiori rischi, che molte cose si sono dimostrate più grandi della mia sfrontatezza? E che scrivere non è messaggio, è piuttosto impronta, passo notturno. È questo sorriso che somiglia sempre più al suo, ma il suo era dolce, fiducioso e il mio invece è amaro, casuale, è un temporale, è un'attesa, è scegliere il riposo nel disordine e la confusione durante gli ordinati banchetti altrui.
E sì, ho i capelli corti. Mi sento per metà, dentro. Sacco pieno, sacco vuoto. Domande, schivate, traversate senza comunicare, pause di voce, corda, colore viola e pioggia sui vetri.
Viola e arancione sono i miei colori interiori prevalenti. Kandinskij sosteneva che sono i due colori più instabili in assoluto. Mescolati, nelle giornate in cui mi sento di più, fanno me o qualcosa di simile.
Ogni giorno scrivo il mio quaderno viola di sorpassi mancati. Scrivendo, resto legato alle parole che rimangono dentro, le migliori. Le parole che non si rinnovano, che non si vendono, le parole più sincere, quelle che pregano affinché non vengano scalzate dal movimento, parole viola che sanno quanto possono cambiare il corso della vita, quante lacrime possono contenere e quante evitarne. Chiamo questo precipizio il mio equilibrio. Almeno per quest'anno che mi sta salutando, riconoscendomi nonostante i capelli corti.


©Luca De Pasquale 2017


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