03/12/17

L'effetto "Power Play" trent'anni dopo


Nel 1987 avevo quindici anni. Da due anni bazzicavo tanto le sigarette (di mio padre) che la musica di Bill Evans. Mio padre possedeva alcuni rari 45 giri di Bill Evans con Sam Jones al contrabbasso e Philly Jo Jones alla batteria. Li avevo praticamente consumati io.
A quindici anni non potevo certo avere le idee chiare sul mondo del contrabbasso, e nemmeno sulla consecutio dei bassisti che si erano succeduti alla corte di Bill Evans. Scott LaFaro aveva praticamente demolito le mie timide simpatie per il pop e in quei giorni stavo cercando di approfondire la figura di Eddie Gomez. Inoltre, non avevo la minima idea di contrabbasso amplificato o meno e ignoravo ancora troppe cose. Non essendoci Internet, ero principalmente dotato di buona volontà e di quell'ostinazione equilibrata che sopraggiunge quando un'ossessione ha un suo senso ben preciso e addirittura un progetto di conoscenza alla lunga, anche se poco strutturato.

Nel dicembre del 1987, con mia somma sorpresa, il mio commesso di dischi preferito, uno dei miei primi formatori, mi informò che era appena uscito un disco solista di Eddie Gomez. Mi venne il batticuore.
E com'è?”, gli domandai.
Terribile”
Cioè bellissimo?”
No, una vera ciofeca”
Ah... ma come è possibile, scusa?”
Ci sono dei grandi musicisti, spesso bassisti, che fanno dei dischi solisti bruttissimi. Non te lo consiglio”
Capisco, ma dov'è? Dov'è, lo voglio vedere!”
Armando mi indirizzò verso lo scaffale “Novità Jazz” e dopo quattro o cinque vinili mi comparve la sorniona faccia latina di Eddie Gomez, accompagnato dal suo contrabbasso e da una bella donna che sembrava respirargli sulla spalla. La copertina era su sfondo violaceo/rosa e il disco si intitolava “Power Play”.
Non chiesi ad Armando di ascoltarlo. Presi direttamente le quindicimila lire dal portafogli e gli dissi che lo avrei portato alla cassa. Non fece una bella espressione, Armando. Sembrava davvero contrariato. Capendo l'antifona, mi sembrò naturale giustificarmi: “Magari hai ragione, tu sei molto più esperto di me, ma qui si sta parlando di un musicista che il contrabbasso lo fa cantare e io SENTO IL DOVERE di acquistare questo vinile, io devo sostenere questo marziano!”
Armando mi sorrise. Devo dirlo, fu un sorriso molto bello. Da fratello maggiore che accettava questa forma di devozione. Già, perché si trattava proprio di devozione, per non dire gratitudine. Eddie Gomez mi aveva sconvolto in “You must believe in spring”, così come Scott LaFaro mi aveva convinto che la mia anima e quello che ci vagolava dentro poteva avere un suono corrispondente nella realtà, anche se non grazie alle mie mani.

Piazzai il disco di Eddie come un totem sulla mia piccola scrivania, a casa. Lo aprii solo dopo una settimana e lo ascoltai con attenzione. Certo, non era propriamente jazz, non somigliava neanche un po' alla musica di Bill Evans, però mi piaceva. Data l'età e l'inesperienza di ascoltatore, non poteva non piacermi; e il processo di consolidamento della mia ossessione per lo strumento e il suo mondo contribuivano non poco a rendermi poco obiettivo e certamente di parte. Un aspetto da non trascurare riguardava il fascino che esercitava su di me la copertina. E certo. Raffigurava un mio idolo, lo strumento che amavo di più e una bella donna, su sfondo quasi viola. Non potevo chiedere di più.

In questi giorni, trascorso un trentennio da allora, ho riascoltato “Power Play” con addosso un senso di tenerezza e nostalgia. La devozione non è affatto scomparsa, semmai si è rafforzata. Naturalmente, sono consapevole che si trattava di un tentativo, da parte di Eddie, di unire una base ovviamente jazz con nuove e forse poco ponderate esigenze commerciali; in più, avevo rimosso che in questo album il grande bassista portoricano si cimentava addirittura, in un brano, con un basso elettrico verticale, il Merchant Vertical Bass.
So benissimo che Eddie Gomez ha dato il suo meglio -che è eccelso, tanto per ribadire- in altri contesti, non solo con Bill Evans. Però non riesco a considerare questo disco come uno qualunque, da conservare solo per devozione, appunto. Penso sia una questione di rapporto affettivo, che mi porta ancora oggi a difenderne strenuamente il valore e la portata, troppo facilmente contestabili, da me in primis.
Amo moltissimo dischi di contrabbasso solo, l'improvvisazione più selvaggia, il mio approccio uditivo verso il contrabbasso è di marca piuttosto free e questo potrebbe spingermi a dileggiare questo tipo di operazioni. Qualche volta accade, che il lavoro di qualche contrabbassista sia troppo commerciale o tradizionale per i miei gusti. Che la commistione di moderno e dogmatico mi sia indigesta, e ancor di più che una pulsione troppo “fusionara” mi disturbi addirittura. “Power Play” è fuori da questa ambigua galassia, è prima di tutto un tenero ricordo, un caposaldo di una passione vecchia quasi quanto la mia intera esistenza. Lo stesso discorso potrei farlo per un disco di Miroslav Vitous, “Majesty Music”, che non è certo uno dei suoi più riusciti. Sono i dischi con i quali ho cominciato, sono quelli che hanno sostituito i Duran Duran e gli Spandau Ballet (con tutto il rispetto), sono i dischi che mi hanno salvato dalla seccante dicotomia Queen/U2, sono i dischi della scoperta. Tra i quali, come è ovvio, ci sono dei capolavori che mi hanno cambiato cervello, orecchie e cuore. “Power Play” non è e non sarà mai considerato un capolavoro. Ma è mio, mi appartiene come tutte le svolte appartengono agli uomini che hanno la fortuna di viverle.

E così, faccio una pausa dai pensosi e intensi dischi che sto ascoltando in questi mesi, Moppa Elliott, Bob Magnusson, le collaborazioni del grande Chuck Domanico, la fissazione per il duo Dave Holland/Sam Rivers, Anders Jormin, Barre Phillips, Stefano Scodanibbio, George Mraz e mille altri. Come in tanti altri aspetti della mia vita, faccio un viaggio nel passato con curiosità e indulgenza, mi permetto di appassionarmi ancora a qualcosa che non è passato sotto il setaccio delle rimozioni, delle inversioni di marcia, qualcosa che neanche il peggior dolore è capace di sporcare, il sogno della musica e di musicisti chini sul loro strumento, intenti a cavarne fuori l'anima troppo a lungo sottovalutata, ignorata e circoscritta.
Questo 2017 è stato un anno duro, crudele, e non è ancora finito. Se non avessi diverse passioni, sarei alle corde. Se non credessi in quel che faccio, sarei un triste cadavere ambulante. Se non sapessi che l'anima di ogni uomo ha un suono, e non solo uno, che le corrisponde, non crederei nemmeno ai miei occhi nello specchio. E alla voce degli esseri umani.
È l'effetto “Power Play”, trent'anni dopo. Mica poco.


©Luca De Pasquale 2017








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