26/12/17

L'autodistruzione di Frank Morgan (e la mia)


Quando acquistai quel cd di Frank Morgan, “A Lovesome Thing”, in un negozio dove il commesso non capiva un cazzo di jazz e voleva per forza rifilarmi un live dei Rolling Stones, di Frank Morgan non conoscevo la storia. Non potevo sapere della sua dipendenza dall’eroina, dei suoi troppi anni di carcere, della sua colossale autodistruzione. Eppure, qualcosa in quel disco –che avevo voluto ascoltare nonostante la riluttanza del commesso palmipede- mi comunicava dolore, desiderio di ripresa. E si sa quanto il desiderio di ripresa possa essere una delle peggiori e più beffarde forme di dissipazione e di tormento nella vita di un uomo.

Al tempo, la mia ossessione era un’altra. Era una ragazza che per farmi contento e per farmi impazzire ogni volta che ci vedevamo si presentava in minigonna e stivali. Un’accoppiata che non reggevo, che mi portava addirittura lontano da me stesso, se possibile. Più di quanto non lo fossi già. Erano tempi in cui mi autodistruggevo ogni giorno, cercando di toccare i punti più bassi della mia emotività, delle mie dipendenze da accelerazioni controproducenti, lotta con chiunque non condividesse le mie scelte sempre votate allo schianto e al rimpianto successivo.
Lavoravo controvoglia, evitavo gli amici perché sapevano di vecchio e di scontato, non mi confidavo, scrivevo fino a scuoiarmi, fumavo troppo, avevo ridotto le telefonate ai miei genitori a dei sussurri stanchi con buonanotte incorporata. L’annichilimento di un lavoro sempre uguale, basato su sfiancanti esortazioni a vendere, vendere e vendere mi stavano scomponendo in tanti piccoli spettri, ombre incarognite.
Per cui la mattina mi vedevo costretto a scegliere di esagerare. Esagerare sempre la portata delle cose, dei rischi, fino a perdere quasi sempre tutto. Dovevo prendere tutto prima del tempo e in dosi massicce, altrimenti sapevo che mi sarei spento. La ragazza in minigonna e stivali non mi amava. Si limitava a provocare in me una dipendenza esplicita, folle e anche vuota. Il sesso con lei mi ricordava cose che non capivo, segmenti di vuoto in perenne agitazione, cellule di oscurità carnivore che mi servivano per drogarmi, per non accettare la purulenta realtà quotidiana, con tutte quelle cazzate insopportabili sull’equilibrio, sul benessere, sull’attenzione obbligata a se stessi e agli altri. Fare sesso con lei, o aspettarlo, era come spararsi in bocca ogni volta, però senza suicidarsi. Un escamotage per nulla raffinato, tipico di chi non concepisce altro che la rivolta e il rifiuto di ogni schema, anche quelli buoni.

Ascoltai il disco di Frank Morgan in una sera orribile, con lei che mi diede buca a un appuntamento che per me significava una dose. Mentre ascoltavo il disco, molto elegante e suonato benissimo, iniziai a provare un senso di gelosia e di fastidio per quel suo eludere noi due e le nostre dipendenze, lei provocare e io provare per poi dimenticare. Il disco girava e io pensavo a come procurarmi la mia dose di avulsione dalla realtà, da quella routine merdosa fatta di un badge aziendale, di sorrisi falsi al pubblico e quieta indifferenza verso fatti e cose della vita che invece non sopportavo neanche un po’.
Poi mi venne in mente che avrei dovuto informarmi su chi fosse davvero Frank Morgan. Non si comprano i dischi solo per ascoltarli. La musica dietro, e non necessariamente dietro, ha gli uomini, prima ancora che i musicisti.
Un link dopo l’altro, passai la serata con Frank Morgan e la sua storia. E man mano che leggevo, pensavo al fatto che è impossibile reggere alle aspettative altrui senza reagire, anche nel modo sbagliato. Frank Morgan, per il quale si erano sprecati paragoni con Charlie Parker, non aveva retto la pressione.
Io non reggevo la pressione. Vendi, vendi, vendi, sorridi. Non mi piaceva vendere. Io volevo partecipare la bellezza della musica, mica venderla. E quanto alla scrittura, mi avevano consigliato di ingaggiare un agente letterario. Ma per fare che? Non potevo pagarlo, un agente letterario. E poi è un ruolo che non ritenevo compatibile con il mio modo di pensare e con la banale consapevolezza che non scrivevo per ottenere visibilità, quello non è stato mai un pensiero per me e ho pagato questa scellerata mancanza di ambizione fino a scorticarmi vivo. Ma non sono affatto pentito, nemmeno oggi. Di scrivere romanzi non mi andava. Se scrivo un romanzo, a pagina venti inizio ad avere voglia di fare tutto a brandelli. Non reggo i miei personaggi e a volte nemmeno la mia fantasia. Prendo pezzi di realtà, ossessioni, inversioni, cadute, e ne scrivo. Costruire trame per me rischia di somigliare a tavolate indigeste, dove tutti mangiano e tu finisci per osservare, con la neve in tasca, la tachicardia e il bisogno di qualche risvolto animalesco liberatorio, come incontrare una ragazza in minigonna e stivali che giochi con la tua libido per confermarti quanto sei sciocco, violento nel mondo e spettrale nel riconoscere il tuo bisogno di essere amato.

Poco dopo le 23, la ragazza in minigonna e stivali mi chiamò. Mi disse che avrebbe potuto raggiungermi a casa mia. Le dissi che andava bene e che le avrei fatto ascoltare il disco di un grande musicista, non un live dei Rolling Stones. Chiusi la comunicazione con un senso di sollievo. Anche quella sera, dunque, avrei potuto spararmi in bocca senza morire, avrei divorato il gioco vanitoso di quella donna nei miei confronti, con rispetto, sarei stato animale dopo giorni e giorni di salamelecchi, chiacchiere inutili, stupidi sognatori del cazzo che mi suggerivano l’agente letterario o di somigliare a qualche scrittore in voga.
Quella sera, però, non facemmo sesso. Il disco di Frank Morgan mi spinse a comportarmi in modo ossequioso, morbido, come se la incontrassi per la prima volta. Ricordo che le dissi che avrei voluto strappare il badge aziendale e buttarlo nel cesso, che non mi andava di lavorare per dei padroni dei quali non conoscevo neanche la vera faccia. Le dissi che non ero affatto un venditore di musica. Le spiegai perché detestavo la figura dell’agente letterario, perché gli scrittori napoletani mi stavano tutti o quasi sullo stomaco, e anche di come mi fosse difficile fingere di voler conoscere degli editori tutti orientati a una retorica del leggere che invece mi faceva schifo come e più del consumismo che i suddetti fingevano di combattere con la cultura.
Le dissi anche che la trovavo bella. Sembrò quasi non gradire.
E ancora, ricordo chiaramente le mie parole circa i rapporti che intrattenevo nella mia vita in quel frangente temporale: “Non voglio stare dietro alle aspettative altrui e ancor meno alle mie. Non ho un senso di famiglia e non lo desidero. Te lo dico sorridendo… io sono fottuto. Mi rendo conto che non è nei miei piani quello di acquietarmi. Sono povero, combattivo e soprattutto sono un animale”
“Ma stasera non lo sei, vero?”, mi rispose maliziosa e forse spazientita.
Non l’ho mai più rivista dopo quella sera.
Mai confessare qualcosa a caso, per smania di dichiararsi autentici. Mai fidarsi della commozione del vero.
È così, non ho mai più rivisto la ragazza in minigonna e stivali.
Il disco di Frank Morgan è ancora qui. Frank Morgan è morto. Io no.


©Luca De Pasquale 2017

Nessun commento:

Posta un commento