31/12/17

Documentari notturni, gradi nascosti


Oh la meta l'ho raggiunta è là
ma cosa mi darà
Idealizzare lascia il sale in bocca non ci credere
L'unica linea è questo feeling mi ammazzerà lo so
La voglia è la pazzia l'idea.
Mario Biondi

Fino a qualche anno fa, ero solito tracciare un bilancio ad ogni fine anno, iniziando l'opera di revisione e comprensione delle cose e dei fatti qualche giorno prima della fatidica notte di S. Silvestro.
Non sono mai stato uno facile ai grandi propositi; le mie rivoluzioni sono state più interiori che dimostrate, e soprattutto non sono mai state pacifiche o neutre, qualcosa che morisse era da mettere in conto. Nessuna rivoluzione può nutrirsi solo di parole e di buoni sentimenti: chi propugna visioni del genere è un mistificatore o semplicemente un credulone in vena di reclutamento emotivo. Un disastro.

Quest'anno non mi ha detto un granché di esteriore, non c'è un evento che la mia memoria faccia prevalere su altri, non ho trovato la pietra filosofale e nemmeno l'ho cercata. Da un punto di vista umano, ho conosciuto delle persone valide e ho anche patito delle delusioni annunciate. Mi rendo conto che le persone attorno a me sono invecchiate anche loro, e questo si riscontra in rapporti a loro volta invecchiati male, con un dialogo stitico, pigro e basato su preconcetti cristallizzati nel tempo. Le mie tare saranno sembrate sempre le stesse, con delle rughe in più. Il mio scarso movimento sociale e fisico sarà di certo apparso un po' il rifugio del condannato e avrà rafforzato l'idea, presente in alcuni, che la mia indole sia improntata a scelte e traiettorie solitarie, cosa questa non del tutto campata in aria.

Le persone devo prenderle un po' alla volta, singolarmente, senza confusione, senza vociare, senza guide ad ogni angolo. Preferisco i rapporti privati alle occasioni pubbliche. Non mi entusiasma granché trovarmi in più di quattro o cinque elementi ed evito come la peste qualsiasi forma di assembramento che somigli a un ritrovo di vecchi compagni di scuola.
Al contempo non riesco ad evitare una certa irritazione che mi prende quando sono in presenza di persone entusiaste e troppo verbose. L'entusiasmo spinto al parossismo, l'ideologia della spensieratezza obbligata per sconfiggere il male, queste sono cose che non riesco ad accogliere, se non con una goffa diffidenza.

Questo 2017 mi ha confermato che il mio campo d'azione è costituito da un insieme di margini per metà immersi nel buio, e che la ricerca è la mia ossessione, la mia unica vera ossessione. Nulla mi basta e nulla mi ferma. Appena padroneggio qualcosa, devo andare alla ricerca di altro e sconosciuto; e questo anche emotivamente.
La mia scrittura, poi. Mica mi ci liscio il pelo, con la mia scrittura. Spesso non sono soddisfatto. Altrettanto spesso la sbrano, la rinnego, la ricuso, la annego nel giorno dopo. Soprattutto, la dimentico. Come amo dimenticare me stesso. Ho dimenticato i libri che ho scritto, davvero dimenticati. Come se non fossero miei. Il mio blog è come se offrisse una sola nota, quella del giorno in cui la scrivo. Le altre non contano, superati i due giorni di età. Non le rileggo mai e non mi rileggo mai in genere. Al momento, non ho progetti editoriali in mente e non li voglio tra i piedi nel prossimo futuro. Non sono nelle condizioni esistenziali di voler finire in un libro. Il piccolo brivido erotico e onanistico di vedere il mio nome su qualcosa di rilegato è scomparso; è molto più erotico e vivificante campare alla giornata, senza chiedersi cosa gli altri desiderano da te. Tanto, l'era delle aspettative è stata sbranata dai lupi e allora mi sento molto più libero.

In apice a questa nota ho stranamente citato una canzone di Mario Biondi che mi è sempre piaciuta. Mi sento, in questo ultimo giorno dell'anno, come l'andamento di quella canzone; una mezza bossa sussurrata, cullata da un'orchestra quasi invisibile, una canzone che domani non riascolterò più e che con il fondo della mia anima c'entra poco o nulla. Eppure mi piace.
Mi piacciono molte cose che non dovrebbero piacermi; non sempre me la vivo bene, non sono un titano e sono portato a pensare senza farmi sconti.

L'altroieri notte non riuscivo a dormire. Che novità. Mi sono alzato per fumare una sigaretta, non si sentiva un rumore nel raggio di chilometri. Mi è venuta voglia di ascoltare un brano che adoro da tanti anni, “Lament”, nell'interpretazione di Mark Murphy. Una di quelle struggenti canzoni notturne su cui ho costruito un regno emozionale senza volerlo. Ma bene ho fatto a non cercare il cd di Mark Murphy, perché mi sono imbattuto in un documentario per anime insonni, addirittura sul lupo rosso americano, che rischia seriamente l'estinzione. Da subito, ho dimenticato che ora fosse, quanto ero stanco, e a cosa stavo pensando prima di fumare. Credo sia ormai risaputo che amo i lupi. Amo particolarmente lo sguardo di questi splendidi animali, bellissimi e demonizzati, rovinati dal simbolismo e dalle paure umane, animali magici che riescono ad emanare anche una profonda malinconia, che io percepisco in pieno.

Alle quattro è finito il documentario. Il sonno mi era passato completamente e così mi sono messo a scrivere. Avevo da dire e avevo da dimenticare. Avevo da scompormi, da evocare, da dannare, da ricostruire e infine da spegnere. Alle sei del mattino mi sono messo a letto come un bravo bambino, né soddisfatto né scontento.
Di quest'anno ho poco da dire e scrivere, qualcosa da dimenticare, ho seguito delle strade che ho sempre avvertito come le uniche percorribili, non sono mai stato violento, persino nei rifiuti, nella scontentezza, in nulla. Non c'è stata forma violenta che io non sia riuscito a dominare esteriormente. Un progresso? Non saprei. Le mie passioni sono violente; forse ho imparato a non renderle evidenti.
Camminare per il mondo con tutte le passioni in evidenza è un gesto romantico da sognatori seriali, non ravveduti e per questo anche stupidi. Ho imparato a mollare questo canovaccio ad altri sognatori. Non mi bastava più fare la sfilata con tutti i miei poco comunicabili amori in bella esposizione, come al mercato delle emozioni, quello che va quasi sempre deserto.

Dall'anno nuovo non mi aspetto niente che non sia già stato detto per i precedenti. In fondo, le speranze migliori si somigliano tragicamente, e come rituale non si va molto più lontani dallo sfoggiare intimo rosso per accogliere altri 365 giorni sull'altare domestico di un'onda calda di piacere sessuale.
Credo che sia fondamentale non finire in copioni scritti da sconosciuti, meglio essere caratteristi nella propria vita che attori incipriati in recite altrui. I miei valori spirituali restano inalterati nonostante gli agguati degli ultimi anni: non c'è nulla che abbia scalfito la voglia di girare per le strade con uno sguardo disincantato e curioso, malinconico quanto si vuole ma non vinto. Non mi sento immortale. Non mi sento più giovane come un tempo, e questo è solo un bene.
Continuerò ad amare il jazz, i lupi, la Fiorentina. Non smetterò di fumare. Rivedrò per la sessantesima volta “La prima notte di quiete” di Zurlini, se capiterà. Il mio libro preferito è intoccabile: “I demoni” di Dostoevskij. Continuerò a preferire le piccole città alle metropoli e gli uomini silenziosi ai chiacchieroni. La fascinazione della notte non finirà mai. Come il senso di colpa inguaribile per il troppo che voglio, il troppo poco rispetto alla società.
È molto pericoloso ritagliarsi il proprio senso di libertà nei dintorni dei porti, di passaggio per piccoli ristoranti a conduzione familiare e motel per amanti. È pericolosa l'accoppiata sigarette/jazz, perché fa carattere, archetipo. È pericolosissimo amare infinitamente uno strumento dal registro così grave, perché ti induce a pensare diversamente, scavando, dilaniando le proprie barricate ogni volta. È un azzardo tifare tanto per una squadra di calcio così incompiuta ed è così facile innamorarsi di quest'assurda fedeltà ogni giorno. È pericoloso guardare negli occhi le persone, perché l'amore non è uno schema chimico in fondo a un libro, piuttosto un arco di tenebre che si sporge nella luce per cercare l'unica freccia senza reali intenzioni di colpire.
Sono vulnerabile, come e più di prima. Amo il jazz, la vita e la notte. Forse non ho capito niente del mantenere e anche del prendere, ma nel riconoscere ho le mie stellette, i miei gradi. Di colore scuro, mai esibite, il prossimo pasto simbolico per un lupo rosso americano di passaggio prima di scomparire.
Buon anno.


©Luca De Pasquale 2017




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