20/11/17

Un incontro nella ridotta notturna


Benché fosse già primavera, la notte sarebbe stata lunga, uno spazio di tempo pressoché illimitato; prima dell'alba potevano succedere tante cose, esattamente Drogo non era in grado di specificarle, ma certo lo attendevano parecchie ore di incondizionato piacere. Aveva cominciato infatti a scherzare con una ragazza vestita di viola e non era ancora mezzanotte, forse prima del giorno sarebbe nato l'amore...”
Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

Non sento niente e sento troppo.
È sempre stato così.
Non riesco a capire che sapore ha la mia bocca. Sembra amaro e poi vira verso il troppo dolce. Non mi sono mai capito a fondo. La guardo e non mi accorgo nemmeno di come è vestita. La guardo, scompaio nella scena, riappaio quando smette di parlare. Dico quello che penso e sento, ma è probabile che sia la scena a parlare, la notte attorno, le finestre che sbattono per il vento, i lampi sul mare che pochi distinguerebbero dai fuochi d'artificio di una sera di festa.
Scompaio e riappaio nella conversazione, ma anche dentro di me. Ci sono e non ci sono, come sempre. Voglio e non voglio, come sempre. Costruisco e rinnego, mi faccio piccolo ma il senso di presenza breve nel mondo è gigantesco e allora mi perdo di nuovo.
Tutto quello che ho vissuto fino a questo momento conta molto e al tempo stesso niente. Non ripeto gli errori, non ricalco le gioie. Non confondo nomi, storie, odori, progetti. Non mi porto avanti nel passato e non mi rifugio nel futuro. Sono una serie di “non” che valgono come monumenti da abbattere, orizzonti da chiudere in fretta e rendere souvenir per gli attimi di silenzio che seguiranno.
D'inverno, mi piace avere una sciarpa davanti alla bocca e parlare il meno possibile. Anche stanotte. Perché ogni parola si ferma e non procede, e la mia voce sembra il dignitoso lamento di un uomo ferito sul ciglio della strada, uno che ti potrebbe dire tutti i nomi delle stelle e poi crollare su un banale calcolo matematico o peggio su una promessa.

Mentre ascolto la sua voce, mi viene in mente che tante volte ho quasi sperato di non essere ascoltato e considerato. Soprattutto di notte. Perché mi è troppo agevole parlare liberamente a luci basse, quando poi di giorno sono clandestino, inappartenente, casuale, anche inappetente. Di giorno studio come nascondermi, pur restando in piena luce. E questo lei non lo può sapere.
Quanta libertà può contenere un uomo?
Quanti significati possono avere le parole?
Cos'è parlare liberamente, se non costruire una scala nel vuoto?
Mi chiedo anche questo, mentre sento la mia voce farle delle domande e per fortuna non prevedere le risposte. Non sono domande retoriche. È solo la mia voce, senza altre propaggini. Adesso pagherei per non avere un nome e nemmeno una storia. Mi piacerebbe non avere proprio niente di spiegabile, di riconducibile. Comparire dal nulla e seguire l'istinto. Nient'altro. Senza istinto sono fregato. Senza istinto sono banale. Senza movimenti istintivi, mi sento già morto. In notti come queste, ragione, prudenza e cautela sono ferite, ricucite male e con arroganza.

Poi mi calmo. Respiro lentamente. Fumo. Non vorrei avere la bocca. L'ascolto, taccio, fumo. Sono abituato a pensarmi senza tratti. Sono abituato a sognare persone senza faccia. I migliori incontri sono quelli che si fanno nella ridotta della notte, lontani da tutti e anche da se stessi.
Poi mi scopro a dirle una verità che mi perseguita da anni: “Vorrei non avere alcun nome. Venderei la mia storia per un cappotto. Quando in me nasce un desiderio, sembra tutto così perfetto ma manca sempre un tassello fondamentale, l'azzardo del futuro. Sogno bene quando sono in prigione, in libertà rendo meno e tu questo non lo sai, non lo puoi sapere e non lo dovrai sapere”
Lei mi guarda, non mi chiedo cosa stia pensando, so solo che ricordo un brano musicale nei minimi dettagli. Ma chi sia l'autore e il titolo mi manca, parte di memoria cancellata. Non ritroverò quel brano, allora. E non ritroverò questa notte.

È iniziata molto presto. Ero poco più che un bambino quando ho scoperto che mi incantavo alla finestra a guardare le luci notturne. Mi piaceva guardare la strada deserta sotto casa, i lampioni sotto la pioggia, le insegne accese dei negozi chiusi. E mi aspettavo sempre che spuntasse dal nulla una ragazza, magari desolata, delusa o triste che avrei potuto rendere protagonista della mia notte. E che avremmo potuto condividere un momento di estrema vicinanza, di combattuta eternità, di tempo sospeso da ricordarci per sempre. Poi mio padre mi richiamava all'ordine: “Che fai lì vicino? Vieni a guardare il film”. Non avevo il coraggio di rispondergli che stavo solo cercando di figurarmi l'amore, quel tipo di amore particolare, quello tra sconosciuti, l'unico che non mi appariva minato alla base.

Se si cerca sempre libertà, se si cerca sempre di dimenticare, il futuro è imperfetto, esposto alla crudeltà, il futuro è un momento che guizza troppo avanti nei momenti di verità e sincerità, ma sarà divorato da qualche animale selvatico di passaggio. La mia fuga perpetua si serve dell'istinto, solo di quello, e per questo annulla il futuro nello stesso istante in cui lo considera.
Forse è vero che ogni essere umano prende dalla madre l'anima, e con quell'anima ereditata e derivata impara a vivere. Io ho preso un'anima ribelle, istintiva, l'ho lanciata avanti al mio quotidiano, oltre il recinto del giorno, senza neanche imparare le regole più elementari e utili.
Il bello, il desiderato, il cercato, i regali migliori del destino, sono tutte cose che mi fanno soffrire. L'istinto mi fa a pezzi e il cuore arretra. E viceversa.
Per questo, quando mi dicono che sono una bella persona finisco per essere recalcitrante, addirittura omertoso nelle risposte. Perché mi sono sempre sentito un animale notturno, forse abituato a prendere carezze da donne senza volto, una poesia senza autore, una musica senza strumenti, una richiesta d'aiuto non giustificata da nessuna concreta emergenza.
Mi sento mentre le dico che scrivere per me è una dannazione. Forse non mi crede. Potrebbe pensare che sia una di quelle pose disperate fini a se stesse. Eppure è vero, quasi incomunicabile. Mi sento anche mentre le dico che considero l'amore un'aggressione spirituale insostenibile.
Faccio la sentinella sulla ridotta est di una notte qualsiasi, la sigaretta in bocca, il cuore in mano come un sasso colorato da lanciare lontano nel mare per far sorridere una ragazza.
Non ho mai preteso altro.


©Luca De Pasquale 2017

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