22/11/17

Solo fuoco sull'acqua


C'è un tizio che mi invia via mail per sei volte di fila una recensione del libro che ha scritto. Tale recensione è uscita su uno di quei giornalini che annunciano i migliori eventi in città, concerti, mostre, nuovi modi di cucinare l'astice, eccetera. Questo tizio è lo stesso che da anni mi chiede chi mi piace di più tra Camilleri e De Giovanni e io gli rispondo sempre Saverio Strati, che lui non conosce e non ha certo nessuna intenzione di farlo.
La recensione, come quasi sempre in questi casi, è scritta da schifo. Non si capisce di cosa parli il libro; francamente, mentirei se dicessi che la cosa possa interessarmi in qualche modo. Ad ogni buon conto, se il libro del mio conoscente si annuncia una broda, a garantire che sia poco interessante ci si mette anche la casa editrice, specializzata in un genere che trovo agghiacciante, il “neo-giallo attualizzato”.
Alla sesta email consecutiva, lo qualifico come spam e la questione è chiusa una volta per tutte.

Mi sento sempre più insofferente verso il mondo degli scrittori e degli editori, che -tanto per essere chiari- è qualcosa di puramente immateriale e comunque respingente. Sarà per la questione della disoccupazione. Ritengo che un disoccupato non possa occuparsi attivamente di procacciarsi contatti e contratti editoriali. Se non raggiungi certi livelli di notorietà, si tratta di un mestiere da fame, scrivere. La scrittura è diventata una questione per ricchi o comunque per gente che a fine mese ci arriva. Come variante, potremmo dire che la scrittura è anche a disposizione di chi si vende bene e poi, come ho avuto modo di verificare di persona anche recentemente, non sa fare un cazzo.
A chi mi dice ancora “dovresti imparare a venderti bene”, rispondo che tra vent'anni sarò morto. Non mi giocherò gli ultimi vent'anni di vita, se pure mi saranno concessi, con la bava alla bocca e le natiche in fiamme. Vorrei crepare libero e senza padroni. Almeno, senza troppi padroni. La questione è chiusa per sempre. Me la caverò. Me la sono sempre cavata. So quello che faccio, passo e chiudo.

Dal terrazzo si vede l'inverno. Si vede, si tocca. Lo vedo e lo ammiro, intanto mi lucido quello personale, quello che mi porto dentro. Da una settimana mi sveglio che sono fuoco sull'acqua e anche viceversa. Solo dopo quattro o cinque ore che sto in piedi riesco a incrociarmi allo specchio, perché mi lavo senza avere la tentazione di riflettermi nel grande e inutile specchio del bagno.
Mi lavo ascoltando un disco di Stan Getz, sempre lo stesso, che gira in camera da letto. Talmente morbido che uno non uscirebbe più di casa. Al contrabbasso c'è George Mraz, un semi-dio, suono riconoscibile, impronte digitali in poesia. Quando il disco è quasi finito, prendo ed esco. Solo al ritorno mi rendo magari conto che avevo una vertigine, che dovevo scorciare la barba, che il colletto della camicia era sprofondato nel maglione. Importa qualcosa, ha qualche rilevanza? Al supermercato mi chiedono sempre di prendere le cose in alto, manco fossi un giocatore di basket. Ero alto alla mia epoca, oggi sono medio. All'epoca il mio cuore era un guerriero, oggi è un evaso che fa resistenza e si nasconde in luoghi pericolosi, dove è più difficile che ti cerchino e ti mettano un maledetto collare.
Quando sono per strada, con altre persone, mi auguro sempre di non incontrare individui troppo convinti di sé, perché non so mai quanto posso reggere. Spero di non incontrare noiosi poeti in pectore, vecchi amici pettegoli, predicatori del buon senso, streghe scosciate con rose tatuate sui polpacci, e per esteso gente che non ammette di essersi ridotta in pezzi, speculando sulla buona fede dell'ascoltatore. Spero di non incontrare altri scrittori perché non li ho mai tollerati e questa è l'atroce verità, preferisco mille volte i musicisti e in particolare i jazzisti, perché bene o male hanno sempre quell'aria esistenzialista che riesco ad amare ancora. Spero di non finire in quelle trappole profumate che mi hanno sempre preso a metà, o la parte di sotto, più facile, o quella di sopra. Spero invece che anche una bella giornata di sole e freddo secco mi sorprenda con qualche temporale improvviso e violento e mi condanni a fermarmi sotto un portone, fumare due sigarette di fila e scambiare assurde facezie con esseri umani che non vedrò mai più.
E sì. Perché quando esco, o meglio tutte le volte che esco io so di essere uno che non incontrerai mai più. E non certo perché morirò presto, non mi incontrerai più per ben altri motivi. Non sono uno che marca presenza negli stessi posti, potrei anche impazzire per questo.
Nei supermercati, nelle farmacie, nelle tabaccherie, nelle file alla posta, c'è quel disco di Stan Getz che mi ossessiona, il suo sax che è vento caldo sostenuto dai profondi contrappunti di Mraz, e allora divento languido, cretino e in ogni caso taciturno. Poi mi viene da ridere, perché sono sicuro che ho una vertigine, un buco nella barba, un guanto che si è sfilacciato, l'anello al dito sbagliato e che faticherò a riconoscere le monete quando dovrò pagare perché non vedo niente e inizio a rassegnarmi anche a questo.
Gli uomini impeccabili mi hanno sempre annoiato. Quelli con la cravatta annodata alla perfezione, le solite paroline di “lavorese” e cordialità ammorbata sotto la lingua. Quelli che hanno la voce impostata per apparire più virili e carismatici, che si fingono costantemente impegnatissimi per far risaltare le loro sporadiche e superficiali attenzioni al resto del mondo o a una donna che vogliono sedurre. Donne, sappiate che la maggior parte di noi uomini fa davvero pena. Le nostre tattiche sono così sciocche che è impensabile non ve ne accorgiate. Se ci cadete, significa che volete caderci. L'ho sempre pensato.

Anche oggi mi sono preso la mia razione di Getz e Mraz, e non so quale demone minore si è divertito a farmi scendere in faccia una mezza frangetta da ebefrenico. Me ne accorgo alle tre del pomeriggio. In più, ho detto buonasera a qualcuno anche se erano le undici del mattino e ho scansato due incontri che non volevo si realizzassero. Prima o poi qualcuno mi romperà di nuovo le scatole con la letteratura, la narrativa, l'imitazione di qualche campione di vendite, sono anche certo che quel cretino con il libro recensito mi chiederà di nuovo chi mi piace di più tra Camilleri e De Giovanni. Non mollerò, gli risponderò che preferisco Saverio Strati.
Ho un nuovo hobby: spedire curriculum. Ne spedisco di continuo, ma presto dovrò inventarmi qualcosa di più creativo. Che so, magari ci inserisco degli emoticon, una fetta di prosciutto, un jpeg porno, una poesia del mio amministratore di condominio o, come fanno in tanti, potrei divertirmi con quelle multi-qualifiche che vanno tanto di moda:

Lettore edace sin dai primi vagiti, esperto di basso elettrico e contrabbasso in connotazione discografica perché non strumentista, free thinker, night talker, darkness thinker, rabdomante mancino dell'anima, tabagista plurifocale, blogger, correttore di bozze ma è meglio scrivere creative editing, divulgatore senza tesserino, non patentato ma capace di volare con lo spirto gentil, replicatore di situazioni emotive e sentimentali degne di Valerio Zurlini, nipote immaginario di Stig Dagerman, esperto nel non arredare monolocali, ex cassintegrato, ex portavoce di finte rivolte, nipote immaginario di Jean-François Jenny-Clark, charmizzato dal cinema francese, disinvolto bugiardo per noia, amante selezionato per frasi epocali come “ti amerò per sempre ma ora c'è lui”, nipote di nessuno. Disponibile al trasferimento su territorio nazionale anche se preferirebbe la Fortezza Bastiani. Grazie e vaffanculo cordialmente”

Tante parole per dire che sei un uomo. Anzi no, fuoco sull'acqua e qualche volte viceversa. Mah.


©Luca De Pasquale 2017





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