10/11/17

Notturno legna bruciata


Credo che il diavolo gestisca diversi lounge bar dell'anima, quasi sempre sotto mentite spoglie. Sono lounge bar con i tavoli traslucidi, con un design aerodinamico e sulfureo, cupo e sensuale. Sono punti di ritrovo dove incontri gente con la quale non parli, il futuro è un'idea assente nelle conversazioni, c'è solo l'attimo, la casualità, la complicità immediata e senza domani, c'è il modo di guardarsi da condannati che funziona sempre, si sa.
Frequento questi lounge bar, non prendo mai la stessa ordinazione, torno a casa sempre da solo e con ricordi uncino che userò nel sonno, nelle distanze, nei cambiamenti d'idea, negli abbandoni, nelle cose che scrivo e che mi invadono come cenere per poi sparire.

È qualche sera che mi attardo sul balcone, perché quell'odore di legna bruciata mi fa davvero impazzire. Legna bruciata e freddo secco, persino le luci lontane hanno un odore inconfondibile, l'odore dell'illusione destinata a svanire. Anche le rinunce hanno un odore, dolce e letale, beffardo come un sogno che non puoi pagare a chi te lo avrebbe affittato anche a poco.
Sul balcone, di notte, occhi all'insù e olfatto ipersensibile, dimentico quasi tutto ed è una magia storpia che mi piace troppo per farla smettere.
Ormai preferisco questi odori ai profumi femminili che mi eccitavano, che mi hanno spesso impedito di ragionare. Preferisco l'odore della legna bruciata nel buio a quello delle utopie giocattolo a sonagli, l'odore di un'età ingenua che non tornerà mai più e che bisognerebbe smettere di rimpiangere.

Sul balcone, in piena notte, sono nella condizione che preferisco: senza protezione. Senza rete. Senza futuro e senza passato. Uno che non ha paura di perdersi. Uno senza faccia che non ha paura delle mareggiate di ritorno. Uno che vuole scrivere senza più fottersene delle copertine, dei ringraziamenti, dei debiti formativi, delle chicche intellettuali che non servono più a niente, sotto il manto della notte invernale.
Uno che è parte di quell'odore di distanza, e dunque è qualche volta sì e più spesso no.

Ieri notte mi sono addirittura seduto contro il muro del mio balcone. Ho fumato qualche sigaretta. Dentro la luce era spenta. Ho pensato a una serie di cose che non legavano bene tra loro. Ho pensato, “mi resteranno non più di venti anni di vita”. Pochi e molti insieme. Magari mi sbaglio. Ho pensato che non sono mai contento di quello che scrivo, anche se durante mi piaceva.
Poi ho pensato agli eroi letterari di Lermontov, alla loro seducente solitudine, a Pecorin, per esempio. Mi sono ricordato della mia ossessione per le gonne scure al ginocchio. Dei tanti oggetti ai quali ero affezionato da bambino e che non ho più: la lampada blu a forma di cagnolino, l'hotel di legno, la Renault Alpine in miniatura, le cartoline del Piemonte che mio padre portava da Mirafiori dopo i viaggi di lavoro. Ho ripensato anche a quando, da ragazzo, dopo aver conquistato qualche ragazza che mi dicevo di amare alla follia, consideravo la partita con la vita in pari e mi dicevo con sprezzo del pericolo, imbevuto di un ebete stoicismo: “Adesso posso anche crepare, sono qui, venitemi a prendere adesso”. Ho ripensato a tutti gli sporchi e ridicoli colloqui di lavoro che sostengo, i sofferti tentativi di non reagire con violenza alle cazzate che si raccontano, a questo assurdo equilibrio tra vitalismo e malinconia che finisce per tenermi in piedi.
Seduto contro il muro, con le gambe gelate, mi sono anche reso conto che tanti anni fa credevo di poter amare il mondo intero, pensavo di averne la stoffa, mi sentivo capace di fare dei distinguo, certo, ma di poter evitare di lesinare qualcosa a qualcuno. Mi sono sottoposto a dei veri e propri tour de force affettivi per dimostrarmi di non essere uno che se ne scappa, un vigliacco con la patta aperta e il torace trasparente, un costume di carnevale animato che va solo a squadernare equilibri preesistenti.

Esistenzialismo e rabbia sono luoghi comuni da andare a cercare negli occhi degli uomini difficili. E dopo non c'è nemmeno l'odore di bruciato che tanto mi piace. Ognuno frequenta la spiritualità che si attaglia meglio ai suoi bisogni, e così faccio anche io. Non è esistenzialismo, non è rabbia, sarei già morto se fossi caduto in quelle trappole.
Il mio dio è nelle pieghe delle notti invernali, la sua scia è l'odore di legna bruciata, di pioggia che non cadrà mai, l'odore di dio è nella sconfitta continua dei momenti migliori. Dio è le mie mani fredde, la mancanza di protezione totale, le luci di case forse solo nella mia fantasia, il fruscio delle ombre in casa, attorno alle mie cose, ai miei dischi, Dio è un disco di Bill Evans con gli occhi al soffitto e tutta la grazia delle delusioni nello sguardo.
E cos'altro sono i nomi delle persone amate, se non una collana che non si chiude mai, un'ossessione carnivora, la malattia del filo e delle perle trovate nel fango, nella tristezza di un pomeriggio mezzi muti e stanchi, e poi finisci a scrivere e innamorarti con l'irrazionalità a termine di un equilibrista.

Vivo di notte. Di giorno sono dolente e indolente, cinico, stanco abbastanza da darmi comunque da fare. Ma vivo davvero solo di notte, senza controlli, senza forme da salvare, senza dolori da evitare e evitarmi, senza sentirmi un ingrato, un bastardo, un ladro che non ruba per sussistenza, piuttosto per brivido e per autodistruzione.
Riesco a compiermi nell'errore e anche nella ricerca.
Leggo spesso dei bei libri, di notte. Ma è un'esperienza strettamente personale, intima, e il giorno dopo non sono certo invaso dalla voglia di parlarne e di condividere. Come se volessi condividere con altri l'amore per una donna e i nostri gesti insieme. Impossibile. La divulgazione mi interessa, ma non al punto da cadere nell'isteria e nella smania. E poi, quello che per me può essere un pezzo fondamentale nell'albero motore dell'anima per altri può rappresentare uno sbadiglio, un graffio, pulviscolo, addirittura una caduta di stile, un buco nell'acqua.
Il giorno in cui elargirò qualche minima ricetta mutuata dal mio benessere personale sarò davvero un uomo finito, una scimmia cauterizzata capace solo di passare da un'ombra all'altra senza la minima eleganza.
Anche il mio modo di vivere la notte, labbra sui vetri, occhi nel lontano, arti freddi, musica a basso volume, il tabacco, il senso di perdita e di incanto insieme, è roba che non funziona al di fuori di me, e che comunicata evapora come la litania di un fantasma.
Chissà dove bruciano la legna notturna delle mie visioni. Chissà se sono io che brucio, i miei amori, i miei sogni, le mie parole, il mio inutile stoicismo di fronte alla grettezza del male. Chissà se un dio senza nome brucia la legna di notte per me, quando sa che sono su quel balcone a non farmi male, a compiermi come posso. Chissà se è Dio che brucia, esaltando la mia banale colpa, quella di non credere a nient'altro, almeno per ora, che al mattino seguente.
Senza protezione, s'intende.


©Luca De Pasquale 2017



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