24/11/17

Molto meglio Gary Peacock del black friday e dei buffoni dell'interiorità


Oggi è il Black Friday. Non potrebbe fottermene di meno. Da questo punto di vista, sono ben contento di non lavorare più per una grande distribuzione. Di non poter essere travolto da tutte quelle formulette esortative atte a far arricchire il padrone e crepare l'impiegato, l'addetto, e quelle strane figure che sono degradata discendenza dei cottimisti.
Con un rimborso per un acquisto on line ottenuto dopo una contestazione dalla gestazione lunga e ridicola, mi sono consentito di andare a spazzolare alcuni cd di contrabbassisti poco conosciuti. Il più costoso era venduto a due sterline da venditori inconsapevoli. Black Friday il cazzo.
È raccapricciante la faciloneria con cui si può raccomandare ad un uomo di oltre quarant'anni di cambiare orizzonti, opinioni, modo di sentire, modo di porsi, sotto lo straniante vessillo della “furbizia utile” e del “lascia correre e pensa a te”.
Proprio perché penso (anche) a me non lascio correre affatto. Ma davvero è così arduo comprenderlo?
Quali si pensa possano essere i benefici effetti di uno snaturarsi fino a diventare deformi e soprattutto improbabili? Come quella storia del cercare di piacere a qualcuno e “mostrare il lato migliore”. Che poi non si sa mai quale potrebbe essere, ammesso che sia attivo e non agli arresti domiciliari dell'anima da tempo immemore.

È anche per questo che stigmatizzo senza tregua quelli che intraprendono attività artistiche o sedicenti tali per attirare l'attenzione e piacere. Non funziona. E se pure funziona, è tutto falso e minato alla radice.
Se, poniamo il caso, io dovessi piacere a qualche donna per quello che scrivo e per come lo scrivo, la percezione irreale della mia persona sarebbe il peggior inizio possibile. Un equivoco spiacevole, un misunderstanding, come si ama dire. Perché, nonostante uno provi e riprovi ad essere totalmente sincero e trasparente quando scrive, resta il fatto che la scrittura è una cosa e la vita un'altra, soprattutto nella sua declinazione quotidiana.
Può anche darsi -continuando a porre casi che non sussistono, ma serve il pretesto- che io incuriosisca qualcuno perché confesso abitualmente che sono solitario, che conduco una vita interiore molto ricca e che le mie passioni sono totalizzanti, potrebbe sembrare che io sia l'ultimo dei mohicani in quanto a perseguimento coerente di un percorso altro, lontano dalle masse.
Benissimo. Nel caso, lusingato.
Ma.
Ma c'è il resto. Il resto. Il resto di ogni giorno, il resto di me stesso, che poi supera di gran lunga “l'individuo che scrive”. E allora potrebbe scattare la delusione, si potrebbe scoprire all'improvviso che quello lì che scrive sul blog poi non è tanto frequentabile nella realtà.
E certo, perché non si vive di canti orfici, di anacoluti, di citazioni sul filo dell'esotismo, e anche l'incanto del contrabbasso può diventare nel confronto quotidiano un morbo incomprensibile.
È splendido che tu approfondisca tanto uno strumento tanto affascinante e misterioso come il contrabbasso”.
Uhm, sì.
Potrebbe, però, diventare tutto meno affascinante, quando si viene a scoprire che a una serata brillante posso preferire l'ascolto consecutivo di Gary Peacock per quattro ore; e che non ho neanche la smania dell'educatore orale o del confrontista nerd, per cui non passerei mai due ore a litigare con qualcuno su questioni legate allo strumento o, peggio, al gusto personale che è sempre soggettivo. E poi, anche, nell'immaginario collettivo un'anima sensibile deve sempre in ogni caso corredarsi; minimo un bel foulard e un appartamento un po' vissuto, ma comunque fascinoso, che sa di finto antico e di creatività, di abitudini eccentriche ma coinvolgenti e che trasmetta calore, non gelo e non distanza.
Associare alla scrittura un forte disagio economico va bene in letteratura, mica nel vivere quotidiano. La scrittura di un certo tipo non paga mai le bollette, a meno che non si sia così ruffiani da aver lasciato credere a un'identità multitasking. Questo per dire e ribadire che sono contrario, in modo molto fermo, a qualsivoglia forma di idealizzazione. L'espressione artistica, di successo o per pochi intimi non importa, non è un terreno su cui costruire e cementare, e non è, a maggior ragione, territorio che basti a formularsi un'idea rispondente di un individuo.

Sarò certamente molto limitato in questo, ma la vita mi ha insegnato che non sempre la diversità può essere un collante, uno stimolo, un passo intrigante. Le affinità elettive possono lasciare presto il posto a un penoso raggomitolarsi sulle proprie posizioni, per non dire sul proprio stile di vita, che spesso è totalmente incompatibile nonostante le infuocate premesse.
Io stesso, quello che si definisce di ampie vedute, inorridisco se una persona che ha suscitato il mio interesse mi confessa con leggerezza di amare i reality show di Mediaset, se sui suoi profili social cita ammiccanti frasi di Fabio Volo, se pensa che Fabri Fibra sia un poeta e se crede a valori riciclati di una fasulla nuova politica lordata di populismo e di slogan da palasport.
Ben vengano le differenze, ma gli opposti non durano e non possono durare se si è sinceri nel confrontarsi.

Ho già scritto, anche recentemente, che sono davvero molto infastidito rispetto a questo continuo parlare dell'anima, di forme di spiritualità e di coraggio che poi nello scorrere dei giorni si rivelano dei merdosi bluff, particolarmente tempestati di dolosa incoerenza. È inutile discettare tanto di interiorità se poi si crolla sui luoghi comuni, sull'ansia bavosa del prossimo carico di benessere, e se si continua a giudicare qualcuno da quel che ha, che ha raggiunto e magari da come si comporta in società.
Noi lo paghiamo, l'ambiente dove siamo cresciuti. Quello che ci hanno inculcato sotto l'aspetto dei desideri, dei traguardi, delle relazioni. Io ancora patisco un'educazione aperta ma comunque borghese, dove lo scempio è sempre opera del maligno e dove la riuscita è una mistura insapore di interventi divini, forza di volontà e stronzate fumettistiche sul lungo occhio del fato.
Se ho fallito violentemente in qualcosa, non escludo di averlo fatto anche per mostrare l'altra faccia della medaglia, come a dire “okay, mi esprimo bene, ho passioni quasi esclusivamente culturali, sono di “buona famiglia”, non mi drogo e non bevo, non sono razzista e omofobo, posso citarti belle frasi da buoni libri, ma per quello che non ho raggiunto sono comunque la tua nemesi e quindi ci perderemo lo stesso”.
Facile parlare e scrivere di ricchezza interiore, quando poi siamo schiavi di un sistema che mortifica le nostre vere voglie e ci condanna ad essere degli sporchi selezionatori di affinità.
Le nostre vite si svolgono come squallidi colloqui di lavoro, dove ci alterniamo comicamente da una parte all'altra, scegliendo o subendo, accettando o minacciando. In questo frattempo, l'anima evapora e noi continuiamo a romanzarci sopra come imbecilli.
Smetterò anche io, di menzionarla in questo blog. Non credo di esserne poi tanto degno. Il fatto che io non sia uno allineato non mi rende certo migliore degli altri. Detesto i profeti dal ventre adiposo, dalla parola facile, estatici quando ci dicono, tra un gambero fritto e una crema al ribes, che la nostra anima deve venire fuori, quando ci invitano a pensare, meditare, debellare, smontare il male e intanto violentano le speranze di chi si sente ancora abbastanza vergine da crederci, nella purificazione interiore.

Stasera non esco e non uscirei. Non sono mica affascinante, non mi troverete mai in un locale del centro con un foulard viola scuro, lo sguardo cupo da tormentato e il cazzo nella custodia, pronto a essere sguainato quando parlare dell'anima diventa un morbo insostenibile.
Stasera è la serata di Gary Peacock, di quel disco in trio con Paul Bley e Paul Motian e di quel brano, “Noosphere”, che è una parte della mia anima e io non saprò parlarne.


©Luca De Pasquale 2017


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