22/11/17

Luoghi dell'anima


Come ho scritto più volte, se dovessi indicare un mio luogo dell'anima direi che è la notte.
La notte è uno stato dell'anima, ma anche una città, una fortezza, uno strapiombo sul mare, una finestra sull'interiorità, un transito di ore scure dal valore trascendente.
Stasera mi vedo nello schermo del pc, e la scena in se stessa non direbbe niente, se non scrivessi dalla mia città notturna. La sensazione è quasi piacevole; quella di essermi smarrito. Quella di essere mossi da qualcosa che tace, è vero, e che nella scrittura trova un suo momentaneo e irrinunciabile compimento.
Vivere la propria città notturna, il proprio luogo dell'anima, insegna a saper aspettare. Ad ascoltarsi. A non buttarsi via per una manciata di mangime e qualche pacca sulle spalle. L'ambientazione notturna di se stessi è comunque una strada. Mi muovo come un sonnambulo, scrivo come tale e smetto di scrivere sveglio nei sogni, una luce impegnativa accesa al centro esatto del buio.
Scrivere di notte vale molto di più. Riesco anche a sentire il rumore delle mie dita sui piccoli tasti, il fruscio della stoffa del pullover sul bordo della scrivania, lo sfrigolare del fiammifero, la prima boccata all'ennesima sigaretta. La testa è un orologio, le lancette non le vedi ma ci sono. Il tempo a disposizione non è poi tanto.
Non scrivo niente di particolare e di nuovo, non è questa la mia intenzione. Sto costruendo il mio regno, le mie strade, ho stanato varie ossessioni per bruciarle accanto al mare, senza altari, senza pubblico. Sono ripartito da zero, ricordando quello che sosteneva un grande scrittore, “gli occhi nel buio riescono a costruire più delle mani”. Ed è vero.

Gli anni sono passati. Un numero imprecisato di giorni e notti. Volti, voci, storie, amori, arrabbiature, tormenti, rifugi, persino viaggi per dimenticarsi. Ho cambiato più case che idee. Ho perso qualcuno per strada. Continuo a perdere. Facevo l'errore di ricominciare da zero. Sbagliavo incanto. Non si ricomincia mai da zero, si può pensare di ritrovare qualcosa solo quando anche i numeri sono scomparsi. Giocare alla vita non implica calcoli.
Mi sono trovato tante volte in case, in stanze, accanto a una poltrona vuota, a una finestra dietro la pioggia, a seguire il rumore del vento e trasformarlo in identità di sonno e oblio. Non riuscivo mai a ricominciare. Ripetevo il dolore e il suo schema, esattamente come non lo desideravo.
Ora il dolore è diverso, differente, non si confronta con vecchie idee e abitudine al disincanto; ora il dolore non è neanche scrittura e tana, è movimento, è fame, è poco tempo, è l'occasione dilatata di un nuovo ciclo che distrugge contrappesi, zavorre, parole stanche, vendette ridotte a moncherini senza vita. Ora il dolore è sapere che gli occhi di notte funzionano, scavano, catturano, rivoluzionano. Non è un hobby metafisico per uomini persi, è il rumore della mia vita che cambia velocità, è la fine di un vecchio incubo mai confessato pienamente, quello di non essere altro che un errore in perenne rivolta.
Il dolore cambia lato e anche prospettiva, diventa attivo, creativo, è il passo lungo in una visione senza appigli, nuda, sentita.
Ho trovato il luogo dell'anima, lì mi riposo, li progetto quello che basta, quello che voglio, nelle sue stanze smentisco l'immagine che curavo, dismetto i vecchi abiti da cerimonia solitaria, stringo la mano all'ombra, l'accetto, mi sforzo di vedere quello che non riesco a catturare, senza fingere di odiarlo.
Non ho molto tempo e non so quale sarà il prossimo movimento: già questi sono nuovi sogni.

©Luca De Pasquale 2017

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