07/11/17

L'oscurità delle parole


A volte mi accorgo di aprire un documento vuoto e di non sapere come iniziare e cosa scrivere. Questo è il rischio che corrono tutti coloro che non scrivono direzionati ad un pubblico particolare, specifico o immaginato. Mi rendo conto che se apro un documento vuoto e poi esito non è che viva il blocco dello scrittore, semplicemente ho necessità di scrivere e non ho fatto ordine dentro preventivamente.
Da ragazzo, mi immaginavo dopo i quaranta a scrivere su commissione, per contratto editoriale. Avevo un'idea “pura” della scrittura e di chi scrive. Ad esempio, ero convinto che uno scrittore non potesse occuparsi anche di promozione, immaginavo un codice che vietasse tutte le vergognose autopromozioni alle quali assisto oggi. Difficilmente reggo la scena di piccoli e medi scrittori che con le copie dei loro libri si affrettano a raggiungere le librerie di zona (e non) dove effettueranno una presentazione, magari introdotti da qualcuno che -nella miglior tradizione odierna- del loro libro se ne strafotte e non l'ha neanche letto.
Il mondo editoriale, con rarissime eccezioni, non è quel che avevo creduto da “giovane” e non risponde nemmeno alle descrizioni, già sconsolate in verità, che ne facevano tanti anni fa spiriti lucidissimi come Bianciardi, Flaiano, Cassieri e pochi altri.
Oggi lo scrittore deve essere anche -e largamente- imprenditore di se stesso, dopo la fatica della scrittura deve viverne una ben più squallida, quella di convincere gli altri, spesso uno alla volta, a dargli fiducia, a leggerlo, a comprargli quel cazzo di libro faticosamente redatto, passato sotto i gangli deprimenti di qualche editor sfasato e sotto le ossessioni monocromatiche di qualche editore che si crede Giasone ed invece è solo un coglione o giù di lì.

Tutti questi sforzi per non guadagnare nulla, anzi andandoci anche a perdere, tra biglietti di metro e bus, pizzette fuori, nervosi caffè e qualche taxi figlio dell'imprevisto. Tutto questo per libri dalla tiratura limitata, perché senza nome non chiami a te il popolo che dice di leggere alacremente, libri che durano qualche mese e che finirai a presentare dopo un anno davanti a cinque persone, delle quali due sono lì per caso, per non tornare troppo presto dalla moglie, dal marito, dai figli, alle bollette e al sesso finito.
Le percentuali di guadagno sono da fame, non ci paghi nemmeno un pranzo intero, e capita pure che il piccolo editore di turno finisca per lamentarsi che non ti sei impegnato a sufficienza per procacciarti occasioni di pubblicità, sgualcite presentazioni con amici prezzolati e pubblico figurante. È successo più di una volta. Non è il comportamento della singola persona ad inquietarmi, è il fottuto sistema che non mi piace e non mi appartiene.

Le obiezioni generiche che vengono poste a quei pochi che la pensano come il sottoscritto sono sostanzialmente due:
1- Ma chi ti credi di essere, David Foster Wallace? Dovresti essere invece grato di aver pubblicato senza dare un contributo economico! Oggi è la prassi, non lo sai? Io ho dovuto pagare per il mio saggio sugli armadi lituani!
2- Non fare del vittimismo! Oggi funziona così!
Rispondo a queste due gratuite e frequenti asserzioni senza alterarmi, perché non mi reputo affatto un imperdibile talento letterario, a differenza di molti miei colleghi noti e meno noti. Nella mia ottica, uno scrittore che paga un editore per pubblicare è solo un povero imbecille che svilisce e mortifica il suo lavoro, anche se non si tratta di un inedito di Calvino; quanto al vittimismo, è lo sport nazionale e non mi accodo a questo cancro senza possibilità di estinzione. Sarei, solamente, propenso a che gli editori diversificassero le loro proposte, valorizzando magari anche quelli che scrivono “altro” e che magari -non alludo a me anche se sembrerebbe- non possono permettersi spese extra per pubblicizzare la loro attività o non fanno parte di alcun circoletto letterario dagli ideali marcatamente progressisti, il tutto in un mare di candida tendenza all'ovvio, con “candida” che vale qui come “infezione”.

Naturalmente, non posso dire di conoscere il mondo editoriale nelle sue interpretazioni “verticistiche” (parola che si usa molto, ho notato), ma posso dire di aver fatto una discreta esperienza in materia di piccola e media editoria, caratterizzata da tutta una serie di difetti incancreniti e letali: blanda e dilettantistica emulazione delle major, velleitarismo, nepotismo di scarsissimo livello, provincialismo, totale inavvedutezza circa i ruoli da assegnare, cecità distributiva, incesto mal riuscito tra spirito imprenditoriale e avventata ossessione per la divulgazione della parola in genere, superficialità emotiva e relazionale, pericolosa tendenza a guardare solo da una parte, squallida intenzione, celata male, di caricarsi in scuderia qualche nome di richiamo o qualche giornalista utile alla bisogna.

Mi dico, io pigmeo, io sconosciuto, io cupo scrivano e negato per l'autopromozione quanto per la blandizia, io squattrinato principe delle tenebre, mi dico che non ci sto, non mi piace. Prevenendo l'ovvia reazione, “allora fottiti e non pubblicare mai più”, dico che se ci fossero in giro più scrittori ed operatori culturali disposti anche a fottersi, non ci troveremmo in questo guano di lingue che frullano, favori che si replicano e controreplicano, con tutta una serie di scrittori inesportabili per quanto sono bolsi, prevedibili e di consumo e un bestiario di figure editoriali completamente inadatte ad espletare le loro nobili (una volta, una volta) funzioni.
Non alzo il calice al sistema, pur nella mia piccolezza il sistema me lo chiavo da dietro, naturalmente al buio e senza vaselina. Poi, come una mantide potrà anche divorarmi.

Sia chiaro, non dissimulerei mai cose improprie e assurde, dichiarando che fuori la porta c'è un esercito di editori pronti a contendersi la mia rabbia, le mie gite al Suicidio Village, la mia violenza di classe, il mio odio per le diseguaglianze sociali e per l'ignoranza dei comodi, questo non potrei mai dirlo. Gli scrittori piccoli come il sottoscritto hanno però delle occasioni, ogni tanto, soprattutto se almeno riescono a scrivere in un decente italiano, non considerando la presunta bontà e spendibilità delle loro narrazioni. Ed è qui che casca l'asino, perché le occasioni fanno l'uomo venduto. Una “rinascita” diventa uno sprofondo, un'improvvisa fiducia si trasforma in sperma secco e fiele, l'entusiasmo di sentirsi in pista può far sbarellare e trascinare in territori di cinica, inutilizzabile inappartenenza morale, ideologica, comportamentale.
Non bisogna avere troppa voglia di recuperare terreno, di rifarsi, di ricostruirsi un ruolo che non esiste, quello dello scrittore che arranca per cercare consensi. Che si affilia per comodità, per pavidità, per ego impotente ma esigente.
Lo scrittore non può essere un piazzista o un pr. Anche se oggi piacciono queste commistioni insulse, considerato quanti improvvisati cazzoni si qualificano come polipi della cultura, capaci di tenere le mani in pasta ovunque. Ma se la pasta è di merda e non di mandorle, tale rimarrà nonostante gli sforzi e i patetici abboccamenti.
Poi, i maggiori editori potranno anche fottersene di contribuire cospicuamente, con scelte indegne, all'inginocchiamento poco dignitoso di fronte alle mandibole edaci del pubblico generalista, che chiede sempre più casi umani e sfiziosi e sempre meno scrittori di coscienza. La gente vuole ridere leggendo, raramente vuole leggere. La gente vuole innamorarsi di storie che somiglino alle proprie vicende personali, non riflettere in esteso e soprattutto non nelle tenebre del dubbio.
Niente vittimismi, sia chiaro. Solo occhi aperti e schiena dritta, così alcuni fori restano opportunamente chiusi.

In conclusione, una breve riflessione su questo blog, arrivato al suo settimo anno di vita. Molte, forse troppe cose sono cambiate ma siamo ancora qui.
Non sono lo stesso di sette anni fa, per fortuna, anche se la formula della prima persona è la scelta di campo, autobiografica o meno che sia.
Forse, sette anni fa mi sentivo uno scrittore “promettente”. Poi mi sono accorto che questa nomenclatura era detestabile e l'ho abbandonata rapidamente. Oggi mi reputo solo un uomo che scrive, che cerca di farlo come meglio può e con un'onestà che non dovrà mai diventare rassegnazione e la fasulla calma olimpica dei rinunciatari.
Le mie ispirazioni sono aumentate di numero, anche se la filigrana è quella di partenza, attingo dai musicisti quanto dagli scrittori, se non di più. Inseguo una mia assurda idea di classicismo meticcio, dove Jaco Pastorius canta con il suo basso su Strindberg, dove Jean-François Jenny-Clark sostiene con la sua eleganza libera le ossessioni di Thomas Bernhard, il tutto sotto lo sguardo intoccabile di Scott LaFaro e Stig Dagerman. Sono nomi grossi, e infatti le chiamo per quel che sono, ispirazioni. Ispirazioni inaudite verso cui nutro rispetto e senso della misura. 
Cerco di mutuare il linguaggio del contrabbasso e lo slang del basso elettrico dai musicisti che mi hanno fatto crescere e portarlo, modificato ma non infedele, nella scrittura. In fondo, si tratta di un progetto a suo modo molto ambizioso.
Non sempre sono efficace, spesso mi ripeto (qualche volta apposta), preferisco le riflessioni alle trame, capita che io mi perda nel mio Inferno privato pur di cogliere un fiore. Tento di non essere una persona oscena, e non mi riferisco certo al turpiloquio, che uso nei giorni dispari di luna piena. Sono un artigiano della notte, e per adesso mi basta e mi avanza.
Ci sono dei momenti, dopo che ho scritto, in cui riesco a sentirmi soddisfatto: è quando mi avvicino alla finestra un po' stanco, mi accendo una sigaretta, in casa domina la profonda cavata di un contrabbasso, la nostalgia mi seziona in tanti cubetti di ghiaccio e li mette sul fuoco, e riesco ad abbracciare e carezzare il volto di qualcuno senza sentirmi un pezzo di merda o un uomo già morto da anni.

©Luca De Pasquale 2017

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