17/11/17

La trappola delle aspettative

Mezzo pomeriggio.
Indosso il mio pullover preferito, molto vissuto, sto ascoltando un vecchio album di Franco Ambrosetti e metto in repeat “In memory of Eric”, un pezzo strepitoso con -c'è bisogno di dirlo?- Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso. Traccia sognante, anno di incisione 1974. Avevo solo due anni. Quante cose mi sono perso in tempo reale.
Adoro questi dischi jazz dei settanta, intrisi di spiritualità quasi involontaria, si trattava in fondo “solo” di grandi musicisti che si esprimevano liberamente, senza forse prevedere l'impatto su uomini come me, ben quarantatré anni dopo. Ambrosetti a flicorno e tromba, Daniel Humair alla batteria, Jasper Van't Hof al piano elettrico e JF, gigantesco, sublime anche quando diligentemente si limitava. Nel brano che ascolto a ripetizione, la sua propulsione è densa, immanente, inesauribile. Quante perle nascoste nel jazz europeo (e non solo) dei settanta.

Darei qualsiasi cosa per poter lavorare in un negozio di dischi specializzato in jazz. Ma dovrei trovarmi a cavallo tra il 1969 e il 1977. Così non è, quindi vaffanculo all'idea di continuare a vendere dischi in genere.
Il disco di Ambrosetti, come tanti altri di quell'era, inducono alla riflessione e a un quieto giostrarsi tra pensieri e considerazioni. È musica per pensare, non è musica di asettica compagnia, non va bene per pulire casa, è troppo dilatata per assecondare pulsioni fisiche impellenti. Ci pensi sopra, sulla seta della tromba di Ambrosetti, davvero un grande musicista, e sul velluto di JF.
Sono consapevole che i rapporti, qualsiasi tipo di rapporto, si basano sulle aspettative. E questo è un atroce vizio di forma, oltre che un errore piuttosto stupido. Le aspettative uccidono l'ignoto, attutiscono la curiosità, bloccano i movimenti. Impediscono, in sostanza, lo svolgimento sereno (anche se tempestoso) del proprio destino e influiscono negativamente anche su quello altrui. Le aspettative nei rapporti sono il bel vestitino borghese cui nessuno di noi sembra disposto a rinunciare.

Sperando di non sbagliarmi clamorosamente, non ho nessun tipo di aspettativa. Nessuna aspettativa a prescindere. Giuro. Non mi aspetto protezione, affetto, solidarietà, comprensione, amore incondizionato, scintille ed eruzioni, noviluni e promesse sotto la luna. E non voglio essere molestato con lo studio dietrologico di ciò che sarebbe lecito aspettarsi o meno dagli “altri”, questa entità che in bocca, durante i discorsi, diventa sempre una poltiglia informe senza nessuna nobiltà.
Le chiacchiere su cosa sia l'amore, l'amicizia, la profondità, la differenza tra fare l'amore e fottere, il labile confine tra manipolazione ed egoismo, tutta questa roba mi deprime profondamente non appena fa la sua sciagurata comparsa tra lingua e bolo di bocche conosciute o sconosciute. Mi deprimono anche le manie religiose che finiscono per dominare i comportamenti e rendere le persone delle marionette nevrotiche e suscettibili, mi deprimono i falsi storici fomentati da convinzioni politiche basate su carta igienica neanche immacolata, mi deprimono a morte i cantori del vero amore, così ipocriti da non ammettere che la scelta del “poetico spinto” dipende spesso esclusivamente da traumi a monte, sovente di natura sessuale, e da una totale mancanza di libertà pulsionale.
Mi imbarazzano le persone cariche di aspettative; sono così fragili, ingenue e poi moleste. Giustificano il loro perenne scontento con motivazioni di paglia, fieno e ipocrisia: “sono troppo sensibile”. Vecchia storia. Anche io lo sono, ma ad un certo punto basta con gli alibi e almeno, cazzo, dispiegare le ali e andarsi a schiantare contro un sogno senza lamentarsi. Per esempio.

Sono a disagio con le regole. Persino con le mie, tante volte pedisseque, banali e basate sulla paura dell'errore senza ritorno. Sono a disagio con lo sguardo implorante di chi ti guarda pensando che tu stia per fargli del male, e questo solo perché la vita ti ha inculato abbastanza da renderti all'apparenza un disilluso, e non è vero. Per fare male, volendo, ho a disposizione solo due elementi confusi: le parole e gli addii senza annuncio. Per il resto, mi interesso ad altre cose che schiacciare chi non mi piace, un'operazione di alta codardia che nessuno dovrebbe perseguire, neanche sotto la bandiera rigida della vendetta.

Come si vive senza aspettative? Direi abbastanza bene. Si cerca di essere veri fino al disgusto, perché spesso la verità collima con il puro orrore, con gli angoli peggiori del nostro essere. Si vive alla giornata, con gli occhi aperti. Spesso si è insonni e più fragili, in dati momenti, di quelli che si proclamano vulnerabili. Arrivi a pensare anche che l'amore sia una macchina meravigliosa nata per compensare male gli squilibri. Ho amato sinceramente persone discutibili, ho dimenticato in diretta persone splendide. Ritengo di aver fatto soffrire chi non lo meritava e di aver concesso troppe possibilità a chi abusava della mia smania di credere in quella violenta rivolta che è il restare insieme, uniti e coesi, in un mondo inospitale e sciocco.
Non ho aspettative. Oltre la notte c'è il mattino, dopo il mattino si aspetta la notte. Punto. In mezzo, può accadere di tutto. Mi basta.
Non credo nel cieco credere. Non credo nel sospirato sperare. Non credo nei resort dell'anima. Non credo, e mai lo farò, nelle linee rette. L'idea di un solo credo è prigionia che finisce per annientare le menti migliori in una dogmatica ottusità che mi fa orrore. Non credo in altro che nel mattino seguente, finché potrò contarci. Credo nell'arte come strumento per non crepare. Credo negli sguardi, anche se non portano risultati. Credo che sia un dono incrociare gli occhi delle persone, e per questo non mi sento in ogni caso di ringraziare Dio o i suoi rumorosi alias.
Se mi capita di fantasticare, essendo ben conscio che morirò, posso arrivare a sperare di disperdere la mia essenza nell'aria e trasformarmi in un'arnia di fulmini a ridosso di una spiaggia deserta. Non voglio essere un libro, magari un lupo. Non voglio essere ricordato, preferisco l'idea di contare le stelle per l'eternità, prestando attenzione particolare alle lontane, alle intoccabili, alle vietate. Senza aspettative, posso guardarmi allo specchio senza trovarmi detestabile e posseduto da stimoli e ragionamenti generati dal mondo circostante e non dall'essenza, quella che non smette mai di crearmi problemi quando credo di poter stare un po' tranquillo.
Senza aspettative, il jazz, gli sguardi, il buio, la costruzione, sono cose bellissime, preziose con retrogusto di dolore. Come è giusto che sia.

©Luca De Pasquale 2017

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