18/11/17

Bancarotta dell'anima


Ricordo di come diavolo ero felice quella sera che mi ritirai a casa con una copia in vinile di “Montreux III” di Bill Evans ed Eddie Gomez. Pioveva quella sera, avevo speso tutta la mia paghetta per quel disco, avrei dovuto rinunciare alla mia uscita con gli amici. Non mi importava. Quasi non salutai i miei, mi alzai presto da tavola a cena e poi mi chiusi nella mia stanza ad ascoltare il disco fino a notte, focalizzandomi su due tracce che avrei amato moltissimo anche negli anni a venire, “Elsa” e “Milano”.
Dal mattino seguente, iniziai i miei studi -inizialmente confusi, come prevedibile- su Bill Evans, sul contrabbasso, sul jazz. Diventò la mia missione più impellente, scoprire chi fosse quel signore, Eddie Gomez, che mi aveva emozionato in quel modo. Tartassai per almeno un anno i miei “spacciatori” di dischi con domande spesso senza risposta:
Chi era Scott LaFaro? Era italiano, per caso?”
Dove si può studiare contrabbasso in questa città?”
Quanto costa un contrabbasso Pollmann? Mi hanno detto che è buono...”
E via con tutta una serie di ingenuità che ripensate oggi mi fanno tenerezza. All'epoca non c'era Internet, e non conoscevo esperti di jazz e contrabbasso. Apprendevo per ostinazione e casualità, scoprii fortuitamente cosa fosse la tavola armonica, qualcuno mi accennò a Mingus, acquistai un disco di Marc Johnson solo per la copertina e poi finii ad ascoltarlo con Enrico Pieranunzi, compravo disperatamente dischi di contrabbassisti pur di iniziare a capirci qualcosa e farmi un'idea. Facevo piccoli lavoretti per permettermi il lusso di “farmi” due vinili il sabato pomeriggio.
Uscivo da Top Music, il glorioso negozio di dischi che si trovava a Via Merliani al Vomero, con vinili di cui ignoravo praticamente tutto, tranne l'elemento fondamentale: erano dischi di contrabbassisti. Solo dopo un po' mi resi conto che fenomenali dischi in cui il contrabbasso era maestoso erano poi a nome di sassofonisti, pianisti, trombettisti. Procedevo per gradi.

Non mi piaceva molto uscire con i miei coetanei. Ero solitario, adoravo leggere e ascoltare musica. Mi interessavano moltissimo le ragazze, in compenso, alle quali dedicavo sempre qualche brano. Facevo delle cassette. Non potrò mai dimenticare l'espressione stranita di una ragazza -una della categoria “irraggiungibili”- alla quale consegnai una Maxell 90 con brani di Aladar Pege, Jim DeJulio, Giorgio Azzolini, Eberhard Weber, Charnett Moffett, Miroslav Vitous, Glen Moore e proprio Eddie Gomez, dal suo album più commerciale, “Power Play”. Che ingenuità. Pensavo che quella cassetta potesse emozionarla e colpirla, mentre eravamo in piena era Durans vs Spandau e gli U2 spopolavano. A rendere il tutto ancora più patetico, va detto che dopo aver scritto i nomi dei brani avevo creato una frase ad effetto: “Il contrabbasso è un viaggio e anche un sogno. Spero ne sceglierai almeno uno”. Un'assurda mancanza di senso della realtà, dico oggi. Penso che quella ragazza non abbia mai ascoltato quella cassetta, sarà stata buttata nella spazzatura non meno di venti anni fa...

Poi iniziai a leggere libri sul jazz. Berendt, Comolli e molti altri. Rammaricandomi sempre che lo spazio dedicato al contrabbasso non fosse più cospicuo; però iniziai a familiarizzare con nomi storici che ignoravo per forza di cose, ad iniziare da Jimmy Blanton.
Oggi penso che ho sacrificato tanto del mio tempo libero e “giovane” per leggere e studiare al di fuori dei monotoni e paludati programmi scolastici. Ero uno studente osceno, pessimo quasi in tutto, fatto salvo l'italiano. All'università pure fui disastroso, ma lì avevo cominciato a godermi la vita, e questa è un'altra storia, come avrebbe detto Lucarelli in chiusura di Blu Notte.

A chi mi chiede perché non sono diventato un musicista rispondo, a volte mestamente e altre con tono ridanciano, che ho cercato da subito di unire la passione totalizzante per il contrabbasso alla parola scritta e che non mi ritenevo capace di eccellere sia come musicista che come scrittore. Si deve sempre rinunciare a qualcosa, a volte alle emozioni migliori e più promettenti, non è vero?

Oggi trascorro la giornata in casa a sbrigare faccende e scelgo proprio “Montreux III” della coppia Evans/Gomez. Ed è così che spalanco il pentolone della memoria, squarciando il velo anche su anni di completa oscurità in cui sono riuscito ad allontanarmi dalla mia essenza al punto da trasformarmi in una tenebrosa forza retrograda, anarchica ed emotivamente dissoluta. Lunghe e dense sono state le fasi di minuziosa autodistruzione, che hanno coinvolto anche il gusto, le inclinazioni, i bisogni, i desideri, la consapevolezza, il rapporto con l'esterno, la capacità di sorridere e sventare la morte, l'atto di forza che consiste nel rendersi partecipi della propria esistenza senza sperperarla in una ricerca dissennata dell'emozione abissale, dell'ultimo amore prima della polvere, della solitudine di retroguardia da soldato senza esercito, del demone da esaltare anche quando splendeva il sole fuori.
Conosco i principi e le regole non scritte dell'autodistruzione più di quanto conosca me stesso, anche se scrivo in prima persona. Riconosco il sapore del niente che ti prende tra gola e bocca quando sorridi a qualcuno e ti arriva il mostro in petto a fare i capricci, “fatti a pezzi, sei bravo in quello tu”.
Finisce che poi ti convinci, di essere maestro di dissapori, di agguati a mezza strada tra l'amore che contieni e quello che sta per raggiungerti, finisce che prendi il gusto del disastro, dell'emozione listata di nero come un corvo che ti volteggia affamato sulla testa. Ti autonomini signore della notte e in quello spirito ricurvo procedi, cercando l'addio perpetuo, il fallimento del tuo bisogno, la bancarotta dell'anima, scegli persone di dolore per poter fallire meglio e prima, scegli strade poco battute per rischiare brutti incontri più degli altri, urli contro un Dio che neanche conosci, fai sesso per consumarti e non per godere, sfidi la morale corrente parlando di suicidio, di veleno, di tradimento, ma resta tutto nel tuo stomaco come una pappa non digerita, un boomerang di cibo rimasticato e impossibile da vomitare sul serio.

Oggi ascolto “Montreux III” e, al confronto di quel che ero, sono stato e spero non sarò, riesco a stare tranquillo, a godermi quel che amo senza farlo a pezzi. Non si tratta di un nuovo corso. Per niente. Non sono risorto, non so nemmeno cosa significhi risorgere. Risorgere da cosa? Il verbo risorgere non mi piace, lo trovo consolatorio, ambiguo, parziale. Non può rappresentare una fase in cui si riesce a vedere quanto vuoto è stato divorato dalla smania di vivere. Non è risorgere, questo. Piuttosto, mi sento un reduce e anche un coglione, ad essere sinceri. Quante energie buttate al vento, un vento neanche attraente, seduttivo. Quanti gesti rivestiti di solennità in modo surrettizio. Quante parole scritte per chi non leggeva, quante speranze camuffate da cinismo, quanti dischi e libri venduti per ricominciare ogni volta daccapo.
Non provo amarezza. No. Non provo neanche gelo interiore, che pure conosco meglio della cioccolata. Non sono innamorato di quel che ero da ragazzo e di quello che vivrò da uomo “maturo”. Non mi innamoro mai sul serio di cose mi riguardano, ho troppo buon gusto per farlo. Mi trovo in una fase intermedia della vita, recupero cocci aguzzi, pezzi di costruzioni ormai distrutte, mi faccio strada tra i miei divieti, nelle emozioni diventate rughe di espressione, entro nella camera delle streghe e faccio una strage inutile perché sono tutte mezze morte o private di ogni potere. Guardo il cielo appena posso. Mi piace quando annotta, mi emoziona quando riaccoglie il giorno. Poi è come se non ci fosse. Come il mio passato.
Giocare con i nodi è pericoloso. Accende micce. Spaventa i sogni. Mi uccide e mi fa divertire, come sempre. Giocare con i nodi e scrivere pure è un gesto che deve prevedere la conseguente confusione di ruoli. Risorto no. Non so se sono vivo più di sempre, se sono un fantasma, un assassino, un figurante, il signore stanco dell'ultimo castello fuori cartolina, se sono un visconte dimezzato, un Don Chisciotte o un semplice stronzo. Forse tutto insieme.
Di sicuro non me ne frega niente. Quello che conta è mutare l'assetto che in tanti vorrebbero si definisse in un solo modo, come una valvola, un pulsante, un pistone, un suicidio assistito di voglie che non potrò mai permettere.


©Luca De Pasquale 2017

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