09/11/17

Il venduto virtuale


Agli occhi degli altri, ognuno di noi si connota e caratterizza per qualcosa, ed è per quel qualcosa che viene riconosciuto, inquadrato, accettato o osteggiato. Ho avuto sempre una visione piuttosto lucida su questo. So, per esempio, di essere connotato da alcuni elementi “fissi”: la scrittura, la passione per basso e contrabbasso, il fumare troppo, il non avere la patente e credo anche la mia insofferenza rispetto a molti aspetti della vita sociale. Poi, punto. È da questa base che si parte e quasi sempre è lì che ci si ferma. Ed è inevitabile. Mi sembrerebbe ingenuo e tutto sommato sciocco auspicare che questo modus operandi possa sovvertirsi, non si sa bene in nome di che.

In uno dei negozi di dischi dove ho lavorato, i clienti venivano identificati in modo sommario ma efficace da alcune caratteristiche che risaltavano più di altre. Io stesso, prima di lavorarci, ero stato identificato come “Luca bassisti”, come se effettivamente acquistassi solo dischi solisti di bassisti e contrabbassisti, che invece rappresentavano il 40% dei miei ordini complessivi. Però era nota e smaccata la mia “fissazione” per i bassi.
Ci fu un tempo, in quel negozio, in cui nella saletta interna dove conservavamo i dischi da parte per i clienti sembrava si perpetrasse una sorta di bestiario nomenclativo.
Mica ci piaceva scrivere sui cd (con i post-it) il nome semplice, che so, “Alfredo Z.”. Giammai. Si ricorreva invece al nomignolo, alla storpiatura, all'accezione caricaturale. Alcune definizioni, chiamiamole così per mera comodità narrativa, sono rimaste per me indimenticabili.
Tornando indietro con la memoria, queste sono le più clamorose:

Avvocato progressivo”
Ingegnere delle Ucraine”
Tettona di Ludovico Einaudi”
Paesano noise”
Bowie Boy Little Dick”
Pentotal darkettaro”
Chef bisex indeciso”
Ho conosciuto Paul McCartney”
Non li voglio più”
Studentessa fuori sede POV”
Magnate 'o friariello”

Quest'ultimo era il caso più clamoroso, si trattava di un noto docente universitario e scrittore che ci aveva incautamente raccontato di alcune sue performances sessuali con uso di bietole e broccoli, non si capiva con esattezza sistemati dove. “L'ingegnere delle Ucraine” invece aveva lasciato sua moglie dopo venticinque anni e si era ricostruito una vita con la domestica ucraina, appunto. Gli altri nomignoli si spiegano da soli, come si noterà prevaleva lo sberleffo di natura maliziosa. Però queste definizioni lasciavano il segno e non posso negare che inibissero in qualche modo un eventuale approfondimento di conoscenza e argomenti con i soggetti caduti in questo sistema identificativo. Io non riuscivo più a guardare il noto docente/scrittore (che in ogni caso mi stava sui coglioni, se la tirava davvero troppo) senza immaginarlo con il membro nascosto da una selva di friarielli crudi, ed era davvero disgustoso. Con “Studentessa fuori sede POV” mi era diventato impossibile non perdermi in pensieri osceni mentre la servivo, e via dicendo.

Questa logica, secondo cui ognuno di noi viene tratteggiato con tic e/o con ciò che ha, dove vive, che partner ha scelto, quanti soldi ha in tasca, è l'inizio della fine del dialogo. Una logica che praticamente vieta la reale conoscenza degli altri, preferendo una specie di schizzo perpetuo di quello che ci colpisce a prima vista o a primo orecchio.
Penso spesso a questa cosa, e mi rendo conto che io stesso cado frequentemente in questo nefando procedimento, nel mio caso non tanto per superficialità, quanto per la mia natura insofferente, impaziente e poco accomodante. Lo faccio spesso con persone che vivono nell'agiatezza: le tratteggio sommariamente, le connoto solo per il loro status economico e decido che non potremo mai avere qualcosa a che spartire. Mi fa comodo così, ma è orrendo. Lo faccio, più raramente, con quelli che mi parlano bene di programmi, libri, personaggi pubblici e artisti che detesto. Confesso di averlo fatto, e anche a lungo, con le donne con figli, perché per una mia forma di rispetto non potevo più considerarle in un'ottica venatoria. Ma questo è ben altro discorso, lunghissimo, troppo strutturato e oggi anacronistico.
Di sicuro lo faccio ancora con coloro che si palesano fan integralisti di Dio, Patria e Famiglia, perché mi sembra più onesto ammettere che sono la loro nemesi e allora meglio evitare, meglio caratterizzarli velocemente e dimenticarli. Tagliando a corto, posso dire di essere “occasionalmente superficiale” per vecchie tare caratteriali, per intolleranza che non riesco a tenere a freno e anche perché sono principalmente uno che si fa i cazzi suoi. In alcune giornate cupe, credo nel riserbo più di quanto creda nella bontà della razza umana.

Dico. Dico, come si fa a puntare il dito contro la luna quando si finisce per essere i primi a sbagliare? Di sicuro, io non sono un venduto e neanche uno di quei lacchè che vorrei cancellare dalla mia vista. Però di difetti ne ho in numero industriale, anche quel tipo di difetti che hanno qualche parentela con superficialità e mancanza di sensibilità, la tanto famosa sensibilità che tutti sbandierano ai quattro venti senza il minimo sentimento del grottesco.
Se ora avessi un'ottima condizione economica, come cazzo mi comporterei nella vita? Sarei così ipersensibile verso i marginali, lo sarei fino al punto in cui sono adesso?
E se strappassi un buon contratto editoriale al di là dei miei meriti, avrei anch'io la supponenza, l'avida spocchia e la gran faccia da cazzo di tanti scrittori in carriera che si fingono umanissimi, umanisti e democratici? Fingerei anch'io di essere “un figlio del popolo” e un “sensibilissimo maestro di parole”, evitando di menzionare oscure manie e sfumature non da poco come il cupio dissolvi che mi prende ogni tanto, l'estremismo ideologico, l'occulto richiamo di un erotismo senza prigionieri e senza lieto fine dopo l'orgasmo, il desiderio occasionale di vendicarmi e fare male? Ce la farei a sentirmi umano come mi sento oggi?
La risposta non può darmela Dio, che ha disertato la mia vita dalle fasce e forse è stato meglio così, la risposta non possono darmela la scrittura, l'amore, la musica, il sesso, il contrabbasso, la notte, i fulmini, i fiammiferi, lo spirito di Patrick Dewaere, il pianto perpetuo delle mie finanze, non può rispondere in mia vece neanche l'atteggiamento inequivocabilmente ostile che esibisco contro i grandi numeri e contro le caste sociali che disprezzo di più.
Niente e nessuno può rispondere a questo tipo di dubbi devastanti.
Non sono uno schifoso venduto. D'accordo. Ma quanto c'è di autentico in questa virtù? Quanto il mio essere bello in caduta dipende dal destino difficile e quanto dall'anima?
Basta domande. Non è il caso. Essendo un uomo profondamente solitario, ho una fortuna salvifica che mi accompagna sempre, la possibilità di mettermi a scrivere per esorcizzare il senso di instabilità morale che mi perseguita dai primi anni di ragionevolezza. Non sono convinto della mia moralità e nemmeno di quella altrui. Non giurerei su di me, non giuro sugli altri. Par condicio. “Luca par condicio”, scriverei oggi sul cd di un contrabbassista sconosciuto, da parte per quando avrò di nuovo la paghetta.


©Luca De Pasquale 2017

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