08/10/17

Vecchi equivoci, inutili ammorbidimenti

Luca, se tu non vivessi a Napoli, dove ti piacerebbe...?”
Firenze, Trieste, Pistoia, Lucca, Udine”
E fuori Italia?”
In Francia. Ma anche in Lussemburgo, Galles, Finlandia, Islanda, Norvegia, Isole Far Øer”
Perché così lontano?”
Cosa è lontano? E da cosa, poi?”
Tranne la Francia, nei paesi che hai citato c'è il freddo”
E allora?”
Non c'è una sola scelta mediterranea in questi nomi”
Non hai allora ancora capito che andrei a nascondermi sotto un'aurora boreale, tra la legna, nei vicoli dei piccoli porti”
Tu non devi nasconderti. Ma il sole e il mare non ti piacciono?”
È l'accoppiata che trovo piuttosto insipida”
Come al solito, il caffè trimestrale con Annamaria si trasforma sempre in un interrogatorio. Senza dolo, affettuosamente, ma si finisce sempre a dover rispondere ad un numero esorbitante di domande, dalle più semplici orientate al gusto a quelle complesse, esistenzialiste, volte in genere a capire se sono cambiato. Cambiato nel senso di “più disposto ad abbracciare il mondo”, tipico approccio di Annamaria che non è e non sarà mai il mio. Io ne ho preso atto, lei non si rassegna. Eppure ci conosciamo da anni.

Come molti, come moltissimi, Annamaria ritiene che ci siano in giro delle persone intelligenti che però non riescono ad “allinearsi” ad un pensiero positivo, solare, indirizzato al bello stabile, a speranze da coltivare con grande impegno e pervicacia. Io rientro, per lei, in questa categoria. In ogni cosa che dico, da anni ormai, lei intravede una sorta di patina di negatività che tende, sempre secondo il suo giudizio, a offuscare la mia capacità di gioire delle cose, dei sentimenti, delle emozioni. È una visione manichea e tetragona, nonché semplificata, che non posso abbracciare neanche parzialmente. Una visione che non tiene conto del mio vissuto, delle mie caratteristiche per così dire interiori, dei miei reali desideri in quanto a percorso di vita. Quindi Annamaria non capisce -e non potrà mai capire- perché non mi piace andare al mare d'estate, perché non guido l'auto, non riesce ad attribuirmi un'appartenenza politica (una volta mi considera anarchico e la volta dopo marxista leninista, per poi concludere che sono un pazzo estremista), non si spiega come mai non mi piace il pesce appena pescato, le vongole, non si spiega perché io sia così dolorosamente ateo e anche i comportamenti da lupo solitario la mandano ai pazzi. E tutto questo per un motivo ben preciso: perché, ritenendomi intelligente, deduce che io stia “buttando via” un patrimonio di socialità, partecipazione, allegria, empatia e via discorrendo.
Così facendo, Annamaria, e tanti altri come lei, mi fa un torto: mi snatura a suo piacimento, vedendo in me un compimento possibile a seconda della sua monotematica interpretazione. Sarebbe a dire che io sarei un ottimo Luca se somigliassi al Luca che lei sarebbe fiera di conoscere e frequentare. Ma così è troppo facile, e anche noioso.
Ad aggravare le cose, ci si mette il fatto che Annamaria trova disdicevole e quasi bipolare il mio gravitare in un'aura intellettuale disprezzando profondamente le mollezze e l'egotismo vacuo di molti intellettuali. Quindi si chiede: “Ma questo vuole fare lo scrittore e poi si comporta da teppista? Chissà quanto ha sofferto da bambino, chissà che terribili traumi ha vissuto... e sì, lui ora cerca un equilibrio con questi comportamenti incoerenti e provocatori...”
Quanto danno hanno recato a certi individui gli elzeviri di Alberoni e le ospitate di Crepet in televisione? Quanta dietrologia si fa, nel tentativo di azzerare negli altri le scelte e le idee che non condividiamo? Eppure, basterebbe accettare che non tutti proveniamo dallo stesso contesto e che ognuno di noi ha il diritto e il dovere di viversi per quel che sente di essere e non apparire. È così elementare, eppure sfugge ai più. Strano.

È vero che non faccio più nulla per piacere, per risultare piacevole, ancor di più non muovo una foglia per risultare compatibile con la vita di chi incontro, incrocio e conosco. So che non posso incidere in alcun modo. Tutte le volte che ho forzato la mano per conquistarmi degli spazi che nemmeno desideravo è stato un disastro; non mi apparteneva l'idea di sgomitare nel bello generico per risultare bello dentro. Che io sia bello dentro o meno non me ne frega un cazzo, sono sincero. E che io valga più della mia condizione, che io abbia talenti che non mi sono riconosciuti, questi non sono argomenti che possono realmente toccarmi, incuriosirmi o straziarmi. Tutto questo fa parte del gioco e del rischio che mi sono assunto decidendo che devo giocare a carte scoperte, dichiarando tranquillamente che questa è una società di merda e che cantare odi alla redenzione è solo un meccanismo ipocrita, mielista e squallidamente borghese.
Ho vanamente cercato di spiegare ad Annamaria che non sono interessato a essere riabilitato in pubblica piazza da un manipolo di “esemplari riusciti” della società che dovrebbero finalmente accorgersi di me. Non può funzionare questa roba. Come in quelle storie d'amore dove, dopo grande sesso, notti insonni e poesie lette a turno, spaghetti alle tre di notte e sguardi di fuoco si scopre che non si ha niente in comune, neanche il modo di guardare un piccione su un cornicione. È successo così tante volte che a pensarci mi viene il voltastomaco. Tutte quelle cazzate rarefatte da perfetto film francese e poi l'isteria, il nichilismo reciproco, le rivendicazioni in punta di odio, gli stupidi amici e le fazioni coinvolte nelle faide, l'attrazione sessuale che si trasforma in un mal di pancia neanche da emozione.

Ho cercato di spiegare ad Annamaria che tra qualche anno creperò e allora voglio fottermi fino in fondo. Non divento prudente a quarantacinque anni. Non divento borghese. Mi rifiuto totalmente di trasformarmi in un borghese mal riuscito, un clone senza palle di un modello che avverso con tutto me stesso. Mi sono sentito sempre un fuorilegge, al fondo delle cose; magari una brava persona nei fatti quotidiani, ma niente meno di un fuorilegge per quanto riguarda la sfera interiore, affettiva, relazionale.
Penso che l'amore comporti la gioia di ascoltare l'altro sognare; non si può fare con tutti. Il sentimentalismo gioioso e populista mi disgusta a livelli insopportabili.

Non disprezzo Annamaria. So che ha degli ideali, che non condivido ma rispetto. So che crede in Dio. So che pensa di essere di sinistra anche se non capisce che “essere di sinistra” oggi non significa niente, oggi uno che si dice di sinistra può anche rifondare la DC e far finta che sia dalla parte dei lavoratori e degli sfruttati. So che Annamaria non si spiega proprio perché disprezzo tanto questa farsa dell'ambizione come efficacia e della furbizia come saperci fare nella vita; so che giudica male la tigna velenosa che porto avanti contro scrittori, scrittorucoli, servi di editori che a loro volta sono servi, so che può scambiare questa mia virulenza mentale per smania di essere lì, nei posti sui quali sparo i miei cannoncini di merda. È libera di pensarlo. Non morirò per questo.
So che preferirebbe conoscere un Luca che la invita a prendere un caffè e le dice: “Sta uscendo un mio libro... ho svoltato! È un grande editore! Ti devo dire che mi è stato presentato da...”, so anche che preferirebbe mille volte leggere il mio blog e non imbattersi in troppe visioni notturne, disillusioni e sesso veloce quattro gocce e vaffanculo. So che mi reputa uno stravagante perché considero la società suddivisa in classi più di prima e invece di voler entrare nella classe a me superiore voglio trovare la quadratura di coscienza di quella cui sento di appartenere, e certo non solo per disonori materiali.
Potrei migliorare se mi facessi guidare... se abbassassi la guardia... se frequentassi le persone giuste... se iniziassi ad essere diplomatico...
Mia cara Annamaria, io sarei felice se potessi fare il tabaccaio o l'edicolante a Helsinki. Se le cose che conosco bene fossero più remunerative ne sarei felice, ma così non è. Uno come me non chiede l'elemosina agli esemplari più riusciti, quelli in vista panoramica per tutti. Ho scelto, quando ne ebbi l'occasione, di non dedicare la mia vita a eliminare fisicamente questi modelli, ora che non mi si chieda di stringerci amicizia.

Come stanno andando i tuoi colloqui di lavoro?”, mi chiede alla fine, mentre ci stiamo praticamente salutando.
Siamo due fazioni che si studiano. Io posso avere bisogno di loro, loro non hanno bisogno di me. Io offro professionalità e una testa che ancora si muove, loro cercano solo movimento e assenso, e inoltre ti offrono pochi spiccioli per cui tu dovresti anche prostrarti. È una maledetta lotta che quasi sicuramente perderò”
E dì la verità, ti piace questo? Ti piace, vero?”
Eccola, la psicologa. D'accordo, giochiamo.
No, non mi piace per un cazzo”
Forse dovresti solo ammorbidirti un po', ne sono sicura. Il resto verrà da sé”
No, cara Annamaria. Il resto l'ho già avuto. Finora ho sempre arrotondato per difetto, nella speranza di essere io quello troppo esigente. Oggi non devo ammorbidire proprio niente, la realtà non è una fresella da spugnare, la realtà non si fraziona in zuccherini da dare all'ex cavallo imbizzarrito.
Tutto quel che c'è da fare è restare svegli. Credere nell'ascolto dei sogni, anche se si è abbondantemente superata metà della strada prevista.


©Luca De Pasquale 2017

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