15/10/17

Lo sperpero


La luce delle sere autunnali è un sobrio e imperdibile spettacolo. Nel giro di poche ore passi dalla luce del sole alla notte fonda; in mezzo, le migliori sfumature cromatiche dell'intera stagione. Rosa, indaco, viola, cremisi.
Ed è proprio quando scende la notte che acquista peso e rilevanza la figura dell'uomo che accende la luce artificiale nella sua casa. È la sua routine, ma anche l'opposizione ad un'oscurità che altrimenti durerebbe troppo.
Accendo la luce in camera solo quando sono costretto. Grazie allo schermo del pc, riesco a scrivere quasi al buio e trovare i tasti a memoria.

Ed eccoci dunque arrivati alla domenica sera. Che la stagione è cambiata, e anche lo stato d'animo, me ne accorgo dalla musica che scelgo per accompagnarmi nella scrittura. Da un mese a questa parte è sparito o quasi il rock, totalmente scomparsi sono i suoni duri e caotici dell'hard rock. È tornato il jazz, meglio se scandinavo, tedesco o austriaco, è tornato il suono del legno del contrabbasso, come del resto prevedevo.
Ascoltare jazz nelle sere d'autunno, ancor più che in inverno, è una panacea, perché magicamente non ti spinge in nessun modo a parlare, a cercare frettolose e sterili comunicazioni tanto con l'esterno che con il tuo interno.
Il jazz più affascinante è quello che riesce a rendere la tua quotidianità un film muto senza emozioni commerciali da trattare e analizzare.
Mettiamo stasera. Ascolto il quartetto di Aki Rissanen e Jussi Lehtonen, disco in cui è ospite il grande David Liebman. La musica che lo stereo trasmette è lirica, ossianica, da una parte mi tranquillizza, rinforzando la mia abitudine a scrivere invece che telefonare a casaccio a qualcuno, ma dall'altra mi scompone e inquieta, con un'austera ritualità di invocato rigore. E allora mi zittisco e mi metto a scrivere come uno studentello in castigo.

Oggi la Fiorentina ha vinto. La solita, grande sofferenza. La mia vita ufficiale scorre tranquilla, incanalata in binari che io stesso ho costruito con convinzione. Ma dentro di me vive e respira un fiordo gelido, dove di certo manca la corrente elettrica, un luogo di svago e qualche diversivo tipico. Un posto oscuro e qualche volta suggestivo, che non mi incanta ma riesce a catturarmi per ore, giorni, mesi. Un posto dove vige una disciplina durissima, proprio quella disciplina che nella vita attiva non riesco a sopportare in alcun modo, e tanto meno a concepire.
Quel fiordo regola i miei comportamenti. Le mie aspettative, persino i miei sogni. Quando ho voglia di sparare le solite cazzate esistenziali in cerca di risoluzioni epiche, mi anestetizza, mi boicotta e infine mi annienta. Quel fiordo non sopporta le troppe parole.
Come un pistone che espleta la sua ossessione di ruolo nell'andare a spingere parti molli in un ingranaggio complesso e astruso come l'interno dell'anima di un uomo, il mio fiordo autonomo mi ricorda continuamente che ho basato tutta la mia vita sullo sperpero e non sull'accumulo. E non stiamo parlando solo di finanze e beni, anzi. Quando cerco spiegazioni che già conosco, quando giro a vuoto in cerca di consolazioni, il fiordo mi raggela, ricordandomi con autorevolezza che i troppi fulmini, le tante scene seducenti di notti senza vincoli e senza piani di stanzialità, ebbene alla fine si paga tutto.

Stasera ripenso a tutte quelle sciocche chiacchiere che ascolto controvoglia negli studi medici, quelle invocazioni continue a patetiche a Dio, la paura delle malattie, la paura della morte. Assorbo tutto. Assorbo le paure delle persone, incluse le mie. Il terrore di non essere amati, di non essere ricambiati e anche traditi. La paura di restare poveri, per strada, tra sbandati, derelitti, e per quale colpa poi? Per quale inspiegabile e ingiustificabile via crucis? Rifiuto e rispedisco al mittente le volenterose teorie che vorrebbero la vita come un cammino ascensionale verso una purezza indimostrabile e presumibilmente inservibile. Assorbo e condanno le paure della diversità, dei sogni altrui, contrasto la guerra inutile alle differenze eppure non riesco a non sporcarmi con questa immondizia.
Cerco di non giudicare. Ci provo e mi affronto per questo. Perché io non posso giudicare. Io sono lo sperpero. La disattenzione, la più grave. Sono l'ammutinamento, il rifiuto, sono incapace di conformarmi e più la riva si allontana più mi sento al sicuro. Io sono l'altro anche quando sono me stesso. E allora come posso giudicare i fiori di paura che via via conosco nella mia vita?
Forse la mia unica abilità consiste nel sublimare le paure, le mie, quelle che comunque mi regolano, in una dissennata ma austera attrazione per tutto ciò che cade, che viene abbandonato, che si sfalda quando tutti erano pronti a fare congratulazioni e salamelecchi.
Se nella vita ho sempre scelto comportamenti fuori dalle regole, lontano dal bel pensare e dalla civiltà moralista delle speranze accese per copione, dentro di me vige un regolamento militare, spietato, dove un manipolo di generali senza gradi decide nel freddo quando devo tacere e quando devo rinunciare, spesso, al rassicurante rumore delle tante piccole azioni di contenimento del buio.

Non potrei amare altro strumento che il basso. Non potrei amare fino a morirne altre scene che quelle notturne. Mi incanto a guardare foto di fiordi, di abissi, di orridi marini. Mi piacciono solo i belvedere senza parapetto. Sono ordinario anche io, non sono niente di speciale; solo che la mia ordinarietà prevede il germe del rischio, dell'errore e più di tutti incorona lo sperpero come grande, dannato saggio. Non sono una persona solare e di questo proprio non sono pentito. Come uomo solare sarei un vero coglione, e comunque un approssimativo, un farneticante beota tutto bellezza in bocca.

Mi piace ascoltare jazz nelle sere autunnali, svolgendo la mia routine con una sigaretta in bocca e un vecchio pullover addosso che va avanti da dieci anni o giù di lì. Mi piace non dare conto di chi sono, cosa voglio e che cazzo mi passa per la testa e il cuore. Apprezzo la solitudine, quando somiglia più alle fusa di un gatto che alla morte. Per scrivere ho bisogno di solitudine, non di continui eventi che distraggano me e il mio fiordo interiore. Non a caso trovo “Solo” di Strindberg un libro meraviglioso e un grande compagno di viaggio, quei viaggi da fermo che ti portano dall'indaco al nero in un respiro, senza restare a secco di sentimenti e di voglie. Tanto è inutile ribellarsi alla sensazione dello sperpero, che continua e a volte accelera. Così come è patologico e volgare credere di essere sempre coerenti e uguali a se stessi; la sensazione di essere un altro arriverà, sarà dolorosa e strana, sarà eccitante più del sesso, porterà errori, assurdità, parole al vento, tempeste e poi quiete timorosa ingestibile.
Sarà sperpero e meraviglia implosa, quella sabbia mobile che crea la scrittura, beninteso non quella da applauso.

©Luca De Pasquale 2017

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