02/10/17

La rivincita di Ednilson


“Ci tengo molto a questo libro”, mi dice Ednilson, “perché è una parte importante del mio percorso e anche un traguardo personale”
Io annuisco e fingo di sorridergli. Ednilson: sono cinque anni che aspetta di pubblicare questo libro per poterne poi parlare e sentirsi un uomo in movimento.
Lui e tutte le sue stronzate su Truffaut –regista che ha completamente frainteso, ma non posso dirglielo- sono invecchiati, ormai; lui e la sua mania di collegare donne, sesso e poesia come se fosse un mondo uno e trino, lui che fa un’insalata di emozioni e pensa pure di comunicarle al meglio. Dopo essere stato cornificato nelle ultime tre relazioni, adesso si è accasato con una ragazza tranquilla che però non è più una ragazza, ha quarantaquattro anni. Una che non gli dirà mai che non sa fare bene l’amore perché parla troppo e sbrodola come un liceale, una che non gli segnalerà mai che gli puzzano i piedi e che sua madre, la divina Ginevra, è una rompicoglioni che per anni ha distrutto la pazienza del marito e speso troppo per vacanze nevrotiche. Insieme, lei e Ednilson coltivano un po’ d’erba sul balcone, scopano ascoltando musica impegnata, lei che deve lubrificarsi da sola prima e lui che non si toglie calzini, orologio e anima codarda. Spinge solo, come se facesse esercizi in una palestra di quelle radical chic che frequenta lui, dove anche il sudore sembra ben educato. Ricordo che una volta Ednilson lesse un mio breve racconto, rimasto per forza di cose inedito, dove due finti intellettuali si sputavano in bocca durante la penetrazione e poi erano costretti ad interrompersi perché in televisione era iniziato un programma agiografico su Carmelo Bene. In quell’occasione, Ednilson si disgustò sul serio e il nostro rapporto entrò per qualche mese in una fase delicata. Mi accusò infatti di provocare gratuitamente, al che gli risposi che esiste gente che si sputa in faccia e in bocca mentre scopa, così come esistono romanticoni come lui, capaci di funestare il sesso in corso con frasi sdolcinate senza senso e totalmente fuori contesto. Non puoi dire “ti voglio bene” con il cazzo duro, non c’entra niente. Puoi pensarlo, ma chiudi la bocca. Lo devi dimostrare ogni giorno che le vuoi bene e la ami, mica quando vi insaponate.

“Ho un calendario di presentazioni fittissimo”, mi informa Ednilson mentre cerco disperatamente una sigaretta.
“Me ne rallegro”
“Verrai?”
“Ho molto da fare con la ricerca del lavoro”
“Non va bene, eh?”
“No, ma sono ancora in piedi”
“Eh, tu sei un lottatore”
“Sono solo un lupo”
“Hai proprio la mania dei lupi tu, eh? Ma perché non scrivi un libro sui lupi? Ti trasferisci in Abruzzo, in Molise…”
“Non c’è bisogno di trasferirsi, i lupi sono ovunque”
“Anche in Campania?”
Ne hai uno davanti, stronzo.

Ednilson mi chiede un caffè e mi dice che vuole presentarmi il suo editore.
Io non glielo dico, ma il suo editore lo conosco. Lo reputo un pezzo di merda e un buffone, ma sto al gioco.
“Tu dici per pubblicare? Non sto scrivendo in questo periodo, come ti ho detto sto solo cercando lavoro”
“No, io dicevo proprio come lavoro! Forse cercano uno che risponde al telefono, una specie di segretario, e poi potresti OFFRIRTI come correttore di bozze… tu sei uno che si adegua, che capisce, magari per poco”
“Ti ringrazio di tanta solerzia, Ednilson. Ma guarda che ho già un contatto per rispondere al telefono, si tratta di un centro abbronzante che è anche, contestualmente, una pizzeria vegetariana. Pure lì presentano libri, sai?”
“Ooooh, bello”, fa lui.
Ma certo, caro. Ormai solo nel mio culo –e ancora per poco- non si organizzano presentazioni e session di neonate scuole di scrittura per polli nemmeno fritti, che spenderanno una cifra indegna per non imparare nulla di utile e soprattutto nulla di realmente applicabile.
“Sai, stavo pensando di metter su una scuola di scrittura… ho anche preso diversi contatti. Tu conosci Caligola Lubrano?”
“No, non ho il piacere”
“È uno scrittore di Ariano Irpino, talento naturale. Vorrei includerlo. E conosci Argia Navigata, la scrittrice che ha studiato alla scuola di Baricco e per qualche mese è uscita con un giovanissimo Saviano?”
“Non conosco nemmeno la Navigata. Sono fuori dal giro, Ednilson”
“Se posso permettermi, il tuo è un limite caratteriale, Luca. Forse è vero che sei un lupo”, sorride.
“I lupi fanno parte di un branco, Ednilson”
“Allora sei un lupo solitario… comunque, sei troppo esigente secondo me…”
“Quanto zucchero nel caffè, Ednilson?”
“Hai lo zucchero non raffinato, quello solidale?”
“No, costa troppo. Però ho i cucchiaini, anche se a me piace girare il caffè con l’indice e poi…”
“Sempre oltraggioso!”
Vaffanculo tu e la tua bonomia. Ma lo capisci che non mi serve? Capisci che siamo distanti galassie, universi? Perché sei gentile con me? Perché cazzo mi cerchi? Dammi un pretesto per essere animale fino in fondo, dammi un pretesto per la violenza che trattengo, dammi un pretesto per rovinarti la vita, rubare in casa tua, scopare la tua donna e farla godere al posto tuo, dammi un pretesto per dare una testata al tuo editore durante una laccata presentazione con ospiti di nessun rilievo, tu e quelli come te datemi un pretesto per passare dall’altra parte una volta per tutte. La gentilezza mi spiazza, non mi è utile, mi costringe a giocare sempre di sponda, a nascondermi, la gentilezza mi rende piatto, cortese, di buona famiglia, e io invece sono un delinquente, un fuoriuscito, un uomo che vive sentimenti così violenti da avere una terribile paura della dolcezza, dell’affetto e pure della vostra tacita e riguardosa inclusione ametà. Che non mi serve, ripeto. Non dovrei stare qui a offrirti il caffè, mio caro Ednilson; non dovrei stare qui con te a sentire le tue civili domande “ma almeno la casa è di proprietà?” e “hai un fondo di emergenza?”. Non dovrei sorriderti quando mi parli del tuo editore testa di cazzo e dovrei anche dirti quello che veramente penso di te, e cioè che da cornutone velleitario imbevuto di errate suggestioni sul cinema francese ti sei trasformato in un moderato parlatore che riesce a scrivere un concetto senza sbagliare la consecutio. Eppure, non hai talento, Ednilson: non hai una cazzo di briciola di talento, sei mediocre come la tua famiglia, il tuo sperma annacquato, il tuo progressismo manierato e cauto, la tua casa piena di souvenir di viaggi, i tuoi boxer stile americano, il tuo cazzo secco e volenteroso, le amiche che non sei riuscito a sedurre e che ora sono le tue confidenti, la tua palestra di tardone e gagà, il tuo essere vegetariano pur di non sentire l’odore di merda degli uomini e il tuo in particolare, i tuoi gusti musicali così conformi alla massa, il tuo grottesco tifare per la Juventus solo perché quando eri piccolo c’era Platini e vincendo nel tifo pensavi di poterti dimenticare che perdente involontario sei e sarai. Io ti disprezzo, Ednilson, ti sono nemico, dovresti temere un agguato da uomini come me, e invece mi tratti bene e mi spiazzi.

Quando Ednilson se ne va, sono stanco e incazzato con me stesso. Non avrei dovuto passare mezzo pomeriggio con lui. Avrei dovuto bucarmi. Avrei dovuto sbagliare, andare a zonzo con le mani in tasca e gli occhi stretti nella più totale irriconoscenza alla vita. Non sono tagliato per stare in regola, eppure rispondo alla gentilezza con un’affabilità che mi riempie di vergogna.
Il mio tramonto è una beffa, la mia rinascità sarà un equivoco grottesco. Non sono tagliato per accogliere brave persone che tentano forme di garbato interesse nei miei confronti. Sono costruito per gli angoli, per i fiordi, per la carta da parati antica che si scolla, sono costruito per non dare baci davanti al mare di notte, sono costruito per nascondermi alle spalle della pioggia e sfogliare i raggi del mio sole lontano da ogni sguardo. Sono costruito per non conoscere persone che forse sarebbero importanti per me, sono costruito per rinunce cui non potrò mai rinunciare.
Sono un tassello del mio buio e non ho mai composto un mosaico senza crepe. Per questo non potrò mai innamorarmi di me stesso e questa è una schifosa fortuna.


©Luca De Pasquale 2017

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