19/10/17

Fine della decadenza gratuita


Quando ritrovo qualcuno che proviene dal mio passato e dal passato in genere, so quasi sempre cosa mi aspetta. O meglio, so quel qualcuno cosa si aspetta da me, come ha cristallizzato la mia immagine nel tempo, in quale cornice mi ha delimitato, seppellito e ora riscoperto come un cimelio.
Da me ci si aspetta una sorta di compiaciuta decadenza, la misurata esaltazione dell’abisso, personale e non, oltre a un cinismo sprezzante e provocatorio che è di tanto aiuto nel confinarmi in un polveroso iperuranio.
Negli ultimi mesi ho incontrato tre vecchi amici, Rabarbaro, Camiene e Protagora; tutti e tre avevano bisogno di ritrovare il vecchio personaggio, quello al quale erano affezionati, con le sue fisime, le sue manie e la propensione allo schianto.
In particolare Camiene era convinto di trovarsi davanti il solito scenario: notti insonni, caos sentimentale, virulenti strali contro il prossimo, anarchismo puntillista, vaffanculismo assortito con spezie esotiche, esuberanza sessuale non mascherata dalle parole, semmai sovvenzionata e nutrita proprio da un linguaggio espressionista, artatamente osceno.
Il decadente, l’abissale, il fottuto. Quello che scrive per sfidare e anticipare il senso di morte. Quello che scopa per crepare. Il suicida ancora vivo, il suicida ostinato, l’avversario che spezza la spina dorsale degli specchi e si ferisce con i cocci pronunciando il nome di donne che non saranno mai compagne di viaggio.
Io chiamo questa roba “il comodo dolore che vogliamo vedere negli altri”. Non sono questo, non sono solo questo, se lo sono stato forse ci ho giocato anche troppo, ma come rinunciare ad attrarre le persone con il disincanto, il profumo della fine, il senso di avventura inutile che stimola tanto il sesso che le parti più infette dell’affettività?

E così li ho spiazzati, tutti e tre. Sono rimasti quasi delusi. Volevano il loro vecchio amico maledetto e stanco, provato e titanico. La solita sbiadita parodia di Des Esseintes e altri personaggi in linea con il sentimento di caduta, nessuna redenzione e porte dell’Ade girevoli come in uno sciocco film americano.
Protagora insisteva a chiedermi “hai qualche situazione parallela?” come se fosse un mio vecchio vizio, il dolce della domenica, la schedina il sabato o il fine settimana estivo. Il tono delle loro indagini vorticava intorno a concetti invecchiati più di noi, ti stai mettendo a soqquadro? Stai portando scompiglio nella vita di qualcuno? La tua insonnia è peggiorata? Sei finito nel letto di qualcuna che prima ti ha chiesto amore e poi ti ha sputato in faccia? E pensi sempre, come una volta, che Dio sia un pezzo di merda da sfidare a dama, morra cinese o coltello? E infine, ti diverti sempre tanto a sabotarti in quel modo classico, facendo andar male i tuoi rapporti con il prossimo, i tuoi racconti, i tuoi lavori, le tue relazioni? Insomma, razza di stronzo, sembravano implorarmi, sei sempre quel magnifico perdente che ci ha intrigato in quegli anni lontani?
Quella che per Rabarbaro, Camiene e Protagora è la mia decadenza necessaria, il vezzo letterario trasformato in vita corrente, per me è solo umanità in tempesta. E tempesta significa movimento, non cristallizzazione del carattere, degli eventi, della coscienza. La tempesta distrugge molto, ma lascia che si possa ricreare altro e differente. La tempesta è crisi, scommessa, rischio con un occhio bendato, è passatempo sul precipizio, ma è chiaro che poi la scena debba necessariamente mutare.
Le mie ossessioni di oggi non sono quelle del 1997, del 2005, del 2012 e così via. Le mie abitudini interiori sono cambiate. Il mio sguardo ha cambiato postazione, mentre i sassi e le ninfee del dolore drenano naufragi in altri segmenti della mia persona, della mia anima.
C’è sempre qualcosa di sordo e doloroso in ogni tentativo di rifiorire, l’amore è talmente pericoloso che viene quasi voglia di rinunciare, le emozioni sono così violente e belle da somigliare alle dame infingarde di Félicien Rops, i migliori incontri, tanto per restare nelle suggestioni artistiche, si candidano puntualmente a ricomporre atmosfere livide e notturne tipiche dei dipinti di Munch, quelli meno osannati.
Confermo: le emozioni più vere lasciano un retrogusto di dannazione, di incompatibilità con la vita reale, con la quotidianità faticosamente costruita, e quando un sogno si presenta alla porta si finisce per scacciarlo come un noioso piazzista. Troppo rischio.
È tanto più comodo andare alla deriva, tradire se stessi nel gioco dell’accumulo, del possesso, della posizione sociale, della finta sapienza, del fascino da esercitare in dosi consigliate.
Ma io, più di sempre e con nuova forza, non sono interessato a questa merda.
E non sono (più) interessato alla decadenza declamata con spirito quasi ridanciano, non sono disposto ad essere la caricatura dei miei punti di forza e debolezza, se indago la notte dell’uomo non significa che sono una mezza calzetta ciucca da un giretto e via.
Non mi venderò mai, non per un piatto di lenticchie o per una dose di pubblici apprezzamenti, ma al contempo non mi considererò mai lastricato d’oro, così prezioso e diverso dalla massa al punto da dovermi conservare in qualche fortino dai cui avamposti mettermi a pisciare sul mondo sotto di me.

Non cerco l’altezza, l’aria tersa e il distacco dall’umanità. Cerco esattamente l’opposto. Cerco il basso, il sottosuolo, la materia viva, cerco l’umanità ovunque, perché l’umanità è l’unico elemento che possiamo opporre alla morte e a un silenzio che sotto le mentite spoglie dell’altera rivoluzione individuale nasconde solo una mesta e patetica rinuncia alla vita.
Solo che la vita fa anche male, molto male. Come il dolore, come l’amore che invece di correre libero come un ruscello finisce per chiedere aiuto a un cielo spento quando finisce nelle pozzanghere, nelle fogne, nell’indifferenza generata dalla corsa ad obiettivi plastificati e senza senso. Come, ad esempio, vivere un’esistenza trastullata di comodità, passatempi, circondandoci di persone che rifiutano il pensiero dubitativo, preferendo il soffocamento delle certezze precotte e suggerite da qualche massone idiota di successo.

I miei vecchi amici restano spiazzati. Mi dispiace per loro, anzi no. Mica ho trovato il mio nuovo corso o la pietra filosofale. Non ho trovato Dio e non l’ho neanche cercato. Non vestirò di viola e arancio, andando in giro a vomitare delle formule retoriche di salvezza a dei creduloni. Ho semplicemente messo l’umanità al centro e non il singolo individuo che si dibatte. Soffro più di prima, era previsto. Rischio per davvero e non per letteratura, questo me lo perdoneranno mai?
A volte mi viene il dubbio.
Finché si è carta si può piacere a tutti. Ma quando ricordi che hai sangue, sensi, occhi, desideri e orizzonte, non tenteranno di soffocarti, non fosse altro perché finisci per scombinare qualche idea fissa?
Quel che sia. Ma ricordate, se vi va, che dietro la notte c’è comunque il brusio della vita, anzi quello è il trionfo di nuove strategie di resistenza al buio vero, quello interiore.


©Luca De Pasquale 2017



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