13/10/17

Cartolina invernale dai punti deboli


"Solo gli ottusi credono che il mondo finisca dove finiscono loro"
Thomas Bernhard

Del mio vicino Uvarov so che odia i musulmani in genere, perché l'ho sentito parlare in giardino con un altro imbecille. So anche che lui e sua moglie Annapaola girano dei filmati domestici di sesso spinto e che poi li postano sui vari siti gratuiti di pornografia amatoriale. Lo so perché li ho riconosciuti, non usavano nemmeno le mascherine. In uno dei filmati in cui li ho riconosciuti, Uvarov è vestito da donna in un bagno che è apparentemente pubblico, ma che in realtà è quello di casa loro, perché è uguale al mio. Poi arriva la moglie, vestita da principessa Sissi. In un battibaleno, si praticano del sesso orale scambievole e poi Uvarov urla che bisogna stare attenti perché poi arrivano i guardiani. Una scena disdicevole, ridicola e nemmeno eccitante. Credo che nessuno dei vari maestri dell'astinenza forzata che ho conosciuto nella mia vita riuscirebbe a farsi un servizio veloce e autoctono su roba del genere.

E pensare che Uvarov è uno che parla anche spesso della natura, del riciclo della plastica, degli eroi civili, del reddito di cittadinanza, dello sviluppo sostenibile. Solo che poi odia ogni arabo nel raggio di chilometri e gira insulsi spot sull'irrumazione vestito come una vecchia puttana con i capelli viola. Ognuno ha i suoi schifosi abissi e cerca di nasconderli sotto al tappeto, esibendo invece un'anima dorata cui non dovrebbe credere più nessuno.

Più passano i giorni, meno sono disposto a reggere bordone alle cose nascoste artatamente, alla finta nobiltà, a quel gusto del bello che invece è solo vizio, strafottenza civile. Non riesco più a nascondere quello che sono, quello che non voglio, non credo all'anima in strasse e non credo agli illusionismi.
Non reggo il gioco dei buoni sentimenti, non reggo le allegre feste di carnevale che vorrebbero inaugurare un periodo di restauro interiore. L'eleganza formale fine a se stessa mi fa ribrezzo. Pulso veleno, pulso vitalismo che finisce a fare marchette ogni volta che esce fuori il mio punto debole, il cercare l'infinito ufficialmente non credendoci. Quando mi finivano le parole usavo il sesso, quando il sesso puzzava di farsa emozionale mi chiudevo nel silenzio, quando il silenzio non mi difendeva ho usato violenza verso i violenti seduti comodi con i denti pieni di bolo e una scatola di stuzzicadenti inusata sulla scrivania.

Le notti si susseguono. Dormo sempre meno. Le mie notti sono colore blu di Prussia, che è una sfumatura bellissima. Ma quel colore è abissale, e quindi non riesco ad evitare di cadere nel suo inverno senza contorni, inverno continuo con poche luci mai equidistanti.
Oggi sono uscito e non ho quasi mai parlato. Lo desideravo fortemente, di non parlare. Mi sono guardato in una vetrina e poi nel parabrezza di un'auto. Capelli grigi più che neri, bocca socchiusa come un cretino, faccia troppo lunga, capelli uguali a Ken anche se avevo chiesto al barbiere di non dare nessun garbo alla mia testa. Non voglio nessun garbo in genere. Nessuna riga, nessuna lacca, fosse per me non mi pettinerei e raderei mai più, pur continuando a lavarmi perché detesto i cattivi odori, soprattutto quelli corporali. Non posso nascondermi dietro un dito, ho sperato di incontrare Uvarov da solo perché avevo voglia di chiuderlo in un angolo e mettergli paura, senza toccarlo. Poi non ho pensato più a Uvarov perché quelli come lui non possono offendere la mia sensibilità a lungo.
Le notti si susseguono. Cerco di non ricordare quel che sogno, ma non sempre riesco a scansare il prodigio della memoria notturna; e in quel caso la giornata può diventare molto oscura e preoccupante.
Al bar una donna che urlava per farsi notare mi ha rivolto la parola e mi ha detto “che bello, l'estate è praticamente ricominciata”. Allora io mi sono sforzato di sorridere in modo ordinario e le ho risposto, “capisco quello che dice, ma io adoro tutto ciò che cade nell'inverno. L'inverno ha dei colori bellissimi, basta cercarli senza avere paura del freddo”.
Lei ha chiuso la conversazione con un “sarà” che suonava come la convinzione di aver incontrato un tipo un po' tocco.

Sono tornato a casa e mi sono sentito triste per un'ora. Molto triste, tristissimo. Mi sono ricordato di una foto in cui abbraccio mio padre, che è in ginocchio al mio fianco. Ho cinque o sei anni e per me mio padre è il mio eroe. Non cieca sacralità, solo amore e stare dalla stessa parte del dolore senza compiacersi troppo. Mi manca riportare la malinconia di mio padre a riva, la sera, utilizzando la musica, il dialogo fitto e sottovoce, e usare la mia pazzia di vivere troppo per regalargli l'energia che aveva perso da tanto tempo.
Sono in troppi a giudicare il rispetto e la complicità per un genitore come una debolezza da rivoltare, sono in troppi a cercare alibi nel passato pur di riabilitare un presente dove non si ha più coraggio. Io non sono tra queste persone.

Perché cerco l'inverno?
Perché l'inverno è una stagione feroce, che aiuta i percorsi non ortodossi a compiersi in parte di una parte, l'inverno è la stagione in cui anche i vetri delle finestre ti suggeriscono di non guardare troppo in là, l'inverno è la stagione che ti propone ogni evento come una festa d'addio, breve, vissuta chiusa in vestiti e in respiri caldi accelerati quanto basta. L'inverno riporta il mare al centro della scena, ma è tempesta che il divertimento e il godere non possono frenare. D'inverno sono bello e inutile, distante, sono il mio eroe nero, il mio inutile nero con tante ombre come ventagli, il venditore di vecchie parole d'amore mai usate in una strada di passanti infreddoliti e forse poveri, impossibile a quel punto evadere dalla scrittura, dall'indagine caotica dentro che è mezza vertigine e mezzo azzardo masochista.
Sarà per questo che cado nell'inverno -che non è letargo- sempre prima che arrivi. Mi faccio trovare preparato per la mia stagione migliore, quando potò ricominciare ad assegnarmi missioni, quando come un bambino finirò a giocare con tre caravelle di ghiaccio e vento per restare fermo nello stesso posto a osservare i terremoti, le scene dei risvegli altrui, la fissazione del movimento in avanti che è solo un modo per dimenticarsi chi si è e dove si potrebbe essere capaci di parlare senza bugie e stringere altri corpi senza esibire le tariffe.
In attesa dell'inverno mi graffio, mi “scippo”, come si dice qui, osservo senza una parola la fierezza di chi fa rumore e sostiene di comprendere la maggior parte di ciò che gli capita. Ogni notte che passa perdo un po' di mare da dentro, ogni volta che esco, che raggiungo un luogo, una persona, una sfida, divento sempre più eleggibile a eroe nero di me stesso. Ma è un ruolo che non fa parte delle mie aspirazioni, non sono al centro di quel che provo, quello che mi colpisce di più è il tragitto degli stimoli verso me e viceversa, è questa voglia di libertà che mi mette a soqquadro quando meno me lo aspetto, è questo sentirmi liquido, notturno, non amabile in quanto in continuo disordinato movimento verso la stagione feroce che mi è necessaria.

Mentre infilo le chiavi nel portone, mi sento salutare. È Uvarov. Somiglia a un trancio di pizza con delle formiche sopra. Ho l'istinto di essere gentile, poi mi ricordo quello che dice degli arabi e forse anche dei poveri, e allora non sorrido, grugnisco. Non mi importa che si vesta da donna, che succhi il dildo comprato al sex shop, me ne fotto se reputa il suo Dio dell'odio superiore ai dubbi degli altri. Quello che mi ripugna in quelli come Uvarov è la capacità negativa di recintare una forma di completa stupidità, l'odio appunto, per l'esigenza di sentirsi puliti, ariani, intoccabili. Quelli che proteggono troppo le loro vite sono miei nemici. Sono per sporcarmi, sempre, sono per mescolarmi, anche perdendo pezzi, sono per l'enormità del dubbio, sono per i punti deboli che riescono a non piangere e anche a non chiedere scusa.
I punti deboli sono mille volte meglio degli eroi e dei sapienti, i punti deboli sono l'unica entità che sfiora l'amore senza svilirlo con l'ansia di viverlo fino all'ultimo respiro.
I punti deboli sono le uniche barche a mare quando si cade nell'inverno. Questo lo so bene, e pazienza se certi giorni questa consapevolezza mi uccide con quel garbo che non ho mai voluto.


©Luca De Pasquale 2017

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