14/10/17

All'Inferno


Da quando l'uomo non crede più all'inferno ha trasformato la sua vita in qualcosa che assomiglia all'inferno. Non può farne a meno.
Ennio Flaiano

Sono attratto dai bassifondi dell'anima. Non ci posso fare niente. È più forte di me. Tutto ciò che è ordinato, quieto, definito mi porta malessere e addirittura un senso di nausea. E allora finisce che ci sono tante cose che non riesco a capire, che mi disorientano. Una di queste è questo bisogno di chiudere i propri valichi per gustarsi quel che si ha e tutti gli equilibri raggiunti. Non lo concepisco proprio. Ogni cosa bella per me significa che un giro all'inferno si finisce sempre per farlo. In questo modo si apprezza ancora di più il bello, o presunto tale, e il giusto, che in fondo è quasi sempre soggettivo.
Tutto ciò che mi viene presentato come incontaminato, immacolato, intoccabile nel suo abito perfetto di presentabilità sociale ed emozionale, diventa qualcosa che mi propongo di smascherare, smembrare. Molte amicizie sono finite in qualche cesso chimico proprio per questa mia irrefrenabile propensione al lato in ombra delle cose e delle persone.
In fondo, tutto quel che ho fatto è stato semplicemente cercare di non tradirmi; così facendo ho ottenuto il risultato di sembrare un piccoloTravis Bickle/Taxi Driver, a suo agio negli ambienti più oscuri, nelle incoerenze dello spirito e del corpo, un minuscolo giustiziere armato di penna e cinismo.

Sin da bambino ho avuto la smania di scoprire le bugie degli adulti, la loro ipocrisia così sperimentata e triviale da diventare metodo. Da ragazzino, scoprii che la mia ragazza mi aveva tradito solo dopo molti mesi che il fatto si era consumato. Mi chiesi il perché di quel ritardo: mi sarei solo arrabbiato un po', non avrei fatto nulla. Ho ascoltato bugie sulla mia storia, su quella della mia famiglia, ho ascoltato bugie di comodo di parenti e amici, e mi sono ritrovato disarmato, intorno ai diciassette anni, in un mondo principalmente basato su ipocrisie, menzogne perbeniste e dissimulazioni dilettantesche e impresentabili anche in un teatrino di provincia.
Così, ho velocemente capito che i miei ingenui sogni di giustizia, eguaglianza e sincerità non potevo usarli come valore aggiunto della mia persona, semmai, paradossalmente, come handicap. Non avendo alle spalle alcun sostrato religioso di supporto, già imbevuto di letture deraglianti e precoci, mi sono trovato di fronte a un bivio. Si trattava di continuare con quella tenerezza da prendere a calci e stuprare oppure di scendere all'inferno. Ho scelto la seconda strada e alla fine mi ci sono affezionato. Non banalmente una forma di autodifesa, bensì una scelta conscia, sofferta, ponderata con pro e contro.

Oggi cerco di capire cosa cercano le persone. Principalmente, quelle che mi attorniano, ma non solo. Non voglio capire quello che vogliono da me, che rovinerebbe tutto a prescindere, cerco invece di sondare cosa cercano in genere, di cosa hanno bisogno. Lo faccio senza giudicare, con uno spirito da osservatore coinvolto, non da benefattore e men che mai da censore. Se capisco che la mia presenza non fa al caso loro, che non ci sono punti di incontro possibile, sono il primo a togliersi dai coglioni con gentilezza, semplicemente sparendo. A volte mi costa, altre per niente. Non sono tagliato per le farse, per gli sforzi, per i tentativi brancolando in un buio neanche seduttivo, solo un buio noioso e senza stimoli. Sparire è come respirare. È solo un gesto. Non c'è poesia nello sparire, solo gli scrittori idioti ne scrivono, senza nessuna convinzione, per giunta. Non posso credere negli incontri obbligatori, così come non posso perorare la causa dei circoletti di eletti e di simili che se la cantano e se la suonano tra loro. Persone che si associano per la somiglianza dei gusti e per l'appartenenza a una classe sociale non valgono più di una distratta masturbazione reciproca. Il territorio dove incontrarsi non sono i gusti culinari, l'amore per i viaggi, la mania dei dischi o dei libri, il possedere la stessa marca di automobile o di mutande. La somiglianza deve provenire da più lontano e cimentarsi con più agguati, impegnativi e senza lieto fine garantito.
Ancora peggio è l'avvicinarsi a qualcuno solo per la somiglianza nel dolore. Si tratta di rapporti viziati, coatti, senz'aria, volersi e cercarsi in malattia è una di quelle pratiche oscene che molti umani si ostinano a chiamare “sostegno” offendendo l'intelligenza in genere, prima fra tutte la loro.
Per cui, quando sono stato cercato (o sono piaciuto) per l'aura di dolore che inevitabilmente emanavo, sono sparito subito, senza una parola. Per evitare che doppi e tripli dolori si stratificassero in inguardabili geometrie gravide di pessimi eventi. Il dolore può unire, è vero, ma è un punto di partenza fallace, discontinuo, devastante come premessa e inservibile nel prosieguo.

Capita che qualcuno mi chieda “dove stai andando?”, alludendo al tipo di percorso esistenziale che sto esperendo. Esiste ancora qualcuno che pone queste domande, senza chiederti solo dov'è che può mangiare un polpo affogato o in quale centro messaggi di zona si può arrivare alla penetrazione con un extra.
Un tempo rispondevo con sicumera, quasi trionfale, assumendo quella sciocca aria decadente e disperata che mi è così familiare. Oggi rischio di rimanere in silenzio, fermo restando che tutto quel che somiglia alla new age dello spirito è letame che affronterò spietatamente fino all'ultimo giorno della mia vita.
Non so che rispondere. Inizio a grattarmi la testa e cercare il pacchetto di sigarette.
So poche cose, che cerco di declinare con ordine. Di sicuro c'è che mi trovo all'Inferno, e in questa fase sono al centro di questa afosa struttura. Non posso sapere -e forse non lo saprò mai- se sono un'anima dannata o solo un osservatore accreditato, falsamente impavido. Ho sempre detto e scritto che non avevo paura dei demoni, i miei in primis, ma non è vero. Riconosco i demoni, li vedo, sono ai piedi del mio sonno, arroccati sulle strutture carbonizzate dei miei ricordi di bambino, ridono nelle stanze vuote dove i miei amori sono falliti, dove i gesti di trattenere sono stati ridicolizzati dalla vita, tacciono silenti sull'eterna assenza di tanti affetti che ho perso. Me li ritrovo saldi e decisi nella musica che amo, li intuisco ai bordi della mia scrittura, ne sento il vergognoso richiamo nei vortici di malinconia che mi partono dallo stomaco per arrivare allo sguardo e al modo di guardare la vita. Demoni specializzati che di volta in volta attaccano un campo, un'idea, un'area aspirazionale, un rifugio delle emozioni. Mi propongono di scendere ancora più sotto delle loro dimore, mi attraggono con l'idea di perseguire la giovinezza che sto perdendo con sesso, lardo di sesso e movimenti scomposti. Mi suggeriscono di vomitare intolleranza verso i miei nemici, evitando così l'onesto scontro che ho sempre cercato senza sconti. Mi chiedono di accettare il concetto peggiore, quello che vuole la vita stessa come una vorticosa e inarrestabile discesa nelle tenebre.
Ma io ho ancora tanti dubbi al riguardo. Non credo solo al buio, credo anche alla superficie e alla linea dell'orizzonte. Al cielo non ci arrivo, non ci arriverò mai, forse non mi interessa.

Non combatto questa permanenza nel sottosuolo. Non posso combatterla. La uso. La utilizzo come posso, cercando di ampliare lo sguardo, anche se poi mi farà male la testa e pure il cuore. Solo attraverso una parziale forma di dannazione personale potrò tentare ancora la luce del giorno, il gesto senza fondo e senza spine, la carezza rubata che riesce ad evitare l'inganno della fine. E a chi mi parla di espiazione rispondo che allora non ha capito un cazzo, ma davvero niente. Nel sottosuolo non c'è posto per il concetto del male da espiare. Nel sottosuolo puoi sognare l'orizzonte e non confidarti con nessuno, laggiù le ombre si offendono se le saluti e le riconosci, laggiù il coraggio da perseguire è ricordare la luce del mare al mattino, la forza degli abbracci, la creatività dell'uomo per sputtanare la morte.
Per ora, devo stare al mio posto. Mi torturo al risparmio, respiro, scrivo, qualche volta dormo. Mi è consentito amare, ma senza pubblicità. Non mi è consentito, per la prima volta, sparire da me stesso. La luce è lontana. Leggo di lei nei libri, dicono sia molto bella ma incapace di durare più di due sogni interrotti.


©Luca De Pasquale 2017


Nessun commento:

Posta un commento