31/10/17

Era meglio quando scrivevi cose oscene...


Ogni tanto entro in contatto con qualche vecchio fan di quello che scrivevo più di dieci anni fa. Li riconosco subito, i nostalgici. Non perdono tempo in chiacchiere e mi dicono che era bello quando me la prendevo con tutti usando toni sconci e coprolalia assoluta, era fantastico quando scrivevo continuamente di pompini, di scopate ansanti nei portoni, “di puttane e di froci”, e “mi facevi morire quando scrivevi che l'intero universo poteva succhiarti l'uccello”.
A prescindere dal fatto che non credo affatto di aver scritto solamente questa roba, resto puntualmente basito di fronte a queste considerazioni che sembrano genuine e invece non lo sono. Perché quelle voci trascinano malamente un messaggio particolare e indegno, in pratica una cortese richiesta di rimanere in una sorta di ghetto esotico e improduttivo, in cui il mezzo scrittore/mezzo impiegato impiega pagine e pagine per raccontare delle peripezie del suo cazzo e di dove può andare a infilarlo per farsi passare il mal di testa.

Qui non si tratta di malmostose invidie letterarie, non siamo a quei livelli, quando ti conoscono in pochi è sempre una micragnosa lotta tra poveri che alimenta lo squallore fino all'estinzione dell'intelligenza. Qui si tratta del divertirsi a vedere qualcun altro che si espone al posto tuo, che schiuma rabbia contro la società e tu fai finta di condividere e invece continui a farti bellamente i cazzi tuoi.
A questi personaggi andava bene quando mi dichiaravo anarcoindividualista ed è andata bene, in fondo, anche quando ho corretto il tiro sul marxismo, altre ed eventuali. Basta che ti si veda con la bava alla bocca, è quel cabaret tenero e infimo che viene considerato come innocuo, un diversivo per certe sere di pioggia.
Andiamo a leggere il blog di Luca, va. Avrà scritto che qualche borghese gli deve prendere il cazzo in bocca travestito da Betty Boop... ma tu sapevi che ha perso il lavoro anche per quello che scriveva... è uno istintivo, non si sa controllare, chissà quante cose si inventa...”
Paradossalmente, chi leggeva con foia il mio blog qualche anno fa, aspettandosi sempre membri in erezione e copiose eiaculazioni in luoghi pubblici, non ha mai letto un mio libro. Che poi sono due più qualcosina, manco a dire avessero dovuto leggere uno prolifico come Mankell. Due libri che sono apparsi e scomparsi come meteore, in particolare il secondo, praticamente una sorta di minuscola leggenda allo stato gassoso, partito come mongolfiera e finito come palloncino bucato da un teppista.

Certa gente è contenta di vederti in panne, esistenziali e non. Anche se non hai una lira, anche se non insidierai mai i loro aurei impieghi e le loro intoccabili donne calcolanti. Anche se sei un “comunista di merda”, la cosa migliore è che tu sia un caso clinico isolato e disinnescato, totalmente incapace di inserirsi in qualsiasi contesto civile. È più divertente in fondo, no?
Mi ha molto colpito, qualche giorno fa, l'incontro con un mio ex collega di lavoro, il quale non ha fatto altro che ricordare una serie di episodi sgradevoli, caduti in prescrizione e ampiamente taroccati dalla droga lenta della memoria. Il climax si è toccato quando mi ha chiesto, con una faccia tosta unica, la seguente chiarificazione: “Ma tu ti ricordi di quando dicesti a tutti che avresti voluto venire in faccia a quella che faceva i pacchi nel periodo di Natale, in negozio?”
Mi ha lasciato senza parole. Non per motivi di scandalo, ma figuriamoci. Ho iniziato a chiedermi alcune cose; quando e a chi avrei confessato questa mia aulica intenzione? E soprattutto, l'ho detto davvero?
Nella mia vita mi è capitato, non lo nego, di aver desiderato che una donna mi infilasse i tacchi nella schiena (ricordo quando l'ho detto, a chi e a proposito di chi), non nego nemmeno che in alcune delle cose più dure che ho scritto si è alluso alla vaga idea di eiaculare addosso a una donna consenziente. Ma questo episodio specifico non lo ricordo, e poi non sono mai stato il tipo da andare a spifferare a chiunque un'intenzione simile.
Non ricordo questo episodio”
Volevi venirle in faccia. Me lo dicesti. Anche io lo desideravo, ora posso confidartelo”
Non ricordo nemmeno di chi si parla”
Vabbuò, non fa niente. Ascolta, senti... hai trovato un lavoro vero?”
Che intendi per vero?”
Pagato”
Solo roba occasionale”
È tosta. Davvero durissima. La verità è che sono tutti dei succhiacazzi, come direbbe un tuo personaggio... dillo, dillo che sono degli slurpatori di membri, come scrivesti in quel racconto...”
Mi spiace, ma non ho mai scritto 'slurpatori di membro' in nessuno dei miei racconti. Ricordi male”
Mi dispiace solo che tu sia diventato comunista. I comunisti sono l'altra faccia dei fascisti, e poi il comunismo è fallito quando Stalin si è trasferito a Cuba con quell'altro, Togliatti. Che disastro. Ma capisco che tu lo fai per provocare...”
Ma di che stai parlando?”
A me mi hanno salvato solo due cose nella vita, anzi tre: prima fra tutte la fica, che so piacere anche a te che sei un pervertito, poi lo yoga e da qualche anno il Movimento Cinque Stelle. L'unico grande partito spontaneo che l'Italia abbia mai prodotto, lontano dalle opposte ideologie, quelle latrine speculari”
Non ho mai sopportato il Movimento, te lo dico chiaro”
Ma questo perché tu sei rimasto al comunismo di Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Berlinguer. Peccato, perché sei uno scrittore che dice le cose pane al pane e cazzo al cazzo... carina questa”
Okay.
Questo tizio, credetemi, per la prima volta da dieci anni a questa parte mi ha fatto tornare la voglia dell'oscenità gratuita. E non l'ho fatto comunque. Sono dunque finito come piccolo fenomeno esotico di rancore e coprolalia?
Ti occupi ancora di violoncello?”, mi ha chiesto a fine incontro.
Del violoncello si occuperà tua moglie, io mi occupo di contrabbasso. È più grande”
Indeciso se darmi un pugno, alla fine mi ha sorriso compiaciuto: “Carina questa”.


©Luca De Pasquale 2017

30/10/17

N.E.N. Nodo Esistenziale Nord


Arrivano certi momenti della vita in cui è impossibile stare lì a menare il can per l'aia con la mania di andare verso Sud, al caldo, al sole, credendo magari che una tregua ambientale collimi con la resurrezione dello spirito.
Da molto tempo, un tempo che non posso e non mi interessa calcolare, mi trovo a nord di me stesso e di tutto quello che è il mio vissuto precedente. Mi sento come un piccolo peschereccio che procede tra il ghiaccio e la notte, uno di quei pescherecci che potrebbe battere bandiera norvegese, danese o delle isole Far Øer.
La sensazione, che molti troverebbero deprimente ma io no, è quella di essere quasi solo e molto vicino a sorgenti di freddo, delimitazioni di ghiaccio e vento, nuova resistenza, una bella resistenza che non ha bisogno di paroloni ampollosi, infausti slogan e anche di finti compagni di viaggio. Sempre più sono per il “pochi ma buoni”.
Non sono adatto a sostenere conversazioni sul senso del riscatto sociale, perché è una pratica che non riconosco. Il concetto di “riscatto sociale” è un orrore. Quanto alle rinascite spirituali, dov'è che finiscono, poi? E quanto poco ci vuole per incrinarle? Quanto ci mette il vuoto a risalire le pareti di noi stessi e annidarsi a dispetto nel cuore e nello sguardo?
Basta un amore sbagliato, pochi mezzi economici, bastano quattro giornate uguali, basta lasciarsi stupidamente condizionare dal mondo che fuori continua a correre come un podista idiota.

Non so bene quando è cominciata la mia zona d'ombra. Non ne ho la minima idea. Forse ce l'ho addosso da sempre, come una vecchia amante rattrappita che ti muore addosso dopo averti annunciato piaceri e vizi.
Oppure, ed è più probabile, mi ha raggiunto quando ho iniziato ad accontentarmi, ad accettare la subalternità ringhiosa a modelli di vita che mi hanno sempre sconfortato, primo fra tutti quello di pensare al proprio tragico orticello fottendosene di tutto il resto. Il cono d'ombra mi ha addirittura sovrastato quando, anche inconsapevolmente, ho tentato goffamente di far parte di qualcosa che aborrivo profondamente. Ad esempio i miei piccoli, inutili, passi verso una pseudo-carriera aziendale che non mi apparteneva neanche per idea. O ancora, quando nelle storie d'amore o presunto tale mi sono sforzato stupidamente di dimostrare un eclettismo conviviale e una sorta di disinvolta mondanità che non mi hanno mai interessato seriamente. Il mio volermi trasformare da uomo nero a ragazzotto volenteroso e partner da esposizione erano tentativi disdicevoli in partenza.
E che dire di tutte le volte che mi sono visto costretto a giustificare le mie inclinazioni, le mie utopie, i miei gusti “strani”? Come se fosse una colpa amare Dagerman e Hamsun, tanto per citare uno dei casi più smaccati di afflizione da passione personale, invece di qualche giallista nostrano o qualche venditore di sabbie esistenziali onnipresente nei salottini letterari in punta di culo stretto.
Sulla musica, non ho mai comportamenti tentennanti. Ho sempre detto che non avrei passato la vita a scrivere e parlare di Beatles, Rolling Stones e altri geni conclamati, perché il mio compito in quel campo è un altro, è muovermi sotto traccia, in un ideale “nord del conosciuto” che amo e amerò, fatto di piccole cose difficili da trovare e capolavori spesso involontari con pochissimo appeal sul pubblico di massa. Le frequenti accuse di elitismo e “spocchia del gusto”, rivolte con crassa ignoranza e pressapochismo degno di qualche reality scalcagnato, le ho sempre rispedite al mittente con sprezzo e fastidio non celato.
Tutti questi contatti belligeranti e stancanti con la parte meno interessante dell'esterno, tutto questo basta a creare un cono d'ombra opprimente, una cappa grigia e maleodorante dove ogni gesto vale come divincolarsi dalla mania altrui di trovarti un ruolo, per quanto marginale e insignificante.
Chi è quel saggio annacquato che ha sostenuto la necessità di accettare compromessi, man mano che gli anni passano? Credo che quel saggio sia totalmente fuori strada.
I compromessi sono noiosi. Come è noioso il rituale di aggiungere tacche alla propria vita, con la stessa sensibilità di chi espone animali morti sul cofano dell'auto e il bagno con idromassaggio agli ospiti, buoni solo come osservatori di status raggiunti.

Con sempre maggior frequenza, capita che io incontri molte di quelle che si potrebbero definire volgarmente “persone riuscite”. Come fossero dei pistoni, dei calchi, dei profilattici, dei dolci, delle cuciture. Le persone “riuscite”, in compenso, non hanno però la prevista placidità degli arrivati, anzi -se possibile- si lamentano molto più di quelli con la cattiva stella in prima posizione. È ridicolo. E si rivelano, di conseguenza, assai poco interessanti e seducenti, a conti fatti.
Sono quasi completamente convinto: l'apparenza di essere compiuti dipende da quanto si riesce a impressionare il conformismo (insito e malaticcio) che nuota ebbro nello sguardo dell'altro.
Questa considerazione mi ha facilitato il compito, in modo sostanziale. Perché so che non reggo il gioco puerile di “ora ti faccio vedere cosa posso fare se mi ci metto”. Se ci si piace e interessa va benissimo, è splendido, innegabilmente splendido, ma in caso contrario è comunque tutto a posto, non c'è bisogno neanche di scomodare dei vaffanculo e di fare lo strascino.

Giorni fa una persona mi ha detto, e non lo diceva solo a me, qualcosa che mi ha fatto riflettere: “Non è importante quello che sei, ma come ti senti”.
Una frase che mi sento di ribaltare in toto e che non posso condividere neanche alla lontana. Come mi sento, semmai, dipende anche dal mio eventuale capire chi sono e cosa voglio. A “sentire” siamo bravi tutti, e poi “importa come mi sento” è un concetto stinto-borghese con le finte farfalle nello stomaco e qualche citazione costruttiva intascata per i momenti bui.

Oggi ho lavorato parecchio. Tanta musica. Che mi ha spinto tra le braccia del mio Nodo Esistenziale Nord, come l'ho affettuosamente battezzato. Ho ascoltato più volte un disco di Enrico Rava che mi fa impazzire da anni, “The Plot”, uno dei lavori Ecm del trombettista italiano. Album pazzesco, in cui imperversa un magico John Abercrombie alla chitarra (perdita immensa), oltre a una delle sezioni ritmiche più emozionanti della storia del jazz, Palle Danielsson e Jon Christensen. “The Plot” è un disco davvero nordico, al di là dell'ovvia considerazione da farsi circa le classiche atmosfere Ecm. Strano e simbolico che lo abbia riscoperto proprio allo scoccare della morte annunciata dell'ora legale.
E c'è un altro disco legato al Nord, mio e generico, che è “Blue” di Terje Rypdal, un musicista che da anni mi ricorda che i suoni si possono dipingere. Lavoro algido, inquietante ed elettrico, “Blue” ha una traccia che credo di aver ascoltato almeno un milione di volte nella mia vita. Si tratta di “Tanga”, che inizia con la batteria di Audun Kleive, sviluppa una trama sfuggente e poi si squarcia nell'incedere affascinante del basso di Bjørn Kjellemyr e nelle tipiche liquidità liriche di Rypdal.
Ho scoperto questo brano quando avevo quindici anni; ho sempre pensato che il mio cammino nella vita doveva somigliare a quell'incedere cadenzato e pattinato del basso elettrico di Kjellemyr. Sicuro ma imprevedibile, solido ma dedito alla materia dei sogni. Per ora ci sono riuscito a metà, forse meno.

Sono molte le giornate in cui vorrei affacciarmi su un fiordo e invece devo constatare che il brulicare dei vermi continua, e che i vermi hanno anche imparato a cantare, scrivere, fare figli, vendersi conservando l'aria da bravi vermi laboriosi, che è il peggio in giro.
Ne prendo atto. Ci provo comunque.
Quasi sicuro che finisco per rifugiarmi nel nord, il nord di me stesso, il mio Nodo Esistenziale Nord.

©Luca De Pasquale 2017






27/10/17

Le ferite come orchestra


Stasera scelgo di farmi accompagnare da Charlie Haden, uno dei tanti giganti che abbiamo perso. La sera si presta, e poi sono giorni che lavoro su cose che riguardano il jazz e il contrabbasso, dunque niente stride.
Ogni tanto, è fisiologico che mi allontani dal jazz, poi finisco sempre per tornarci con più entusiasmo di prima. Devo allontanarmene perché spesso è doloroso. Come evitare qualcuno che ti piace, per preservarsi e preservare dal dolore. Come dimenticare la propria storia grazie a un liquore o a troppi bicchieri di vino.
Alcuni lavori di Bill Evans, in certi periodi, non riesco a sentirli, sono di una bellezza insopportabile. Non possiamo negare che il piano trio sia una dimensione metafisica, esistenziale, più di tante altre geometrie. L'interplay magico tra pianoforte, contrabbasso e batteria può diventare una carezza più devastante di un agguato in una strada buia.
Se poi, nel mio caso, il contrabbasso è affidato a entità come Scott LaFaro o Eddie Gomez, è garantito che tutto diventi di difficile gestione. Un altro contrabbassista che mi ha sempre scosso nel profondo è Palle Danielsson, con quella profondità implacabile di cui neanche ti accorgi, tanto levigata e decisa è la sua cavata.
Così si spiegano i miei altissimi e bassi con il jazz, e il mio andarmi a rifugiare spesso tra le braccia del rock, che pure amo tanto, ma che difficilmente riesce a raggiungere quel punto rarefatto e insinuante di indagine e scavo che il jazz porta con sé come una malia irrinunciabile.
E allora sì, ci sono periodi in cui mi vieto certi dischi, come certi libri e persino una tipologia di emozioni, ammesso sia identificabile. Non si tratta di rimozioni o paranoie, si tratta di essere allenati a una forma di protezione e di rinvio delle tempeste.

Sono un tipo da magone, dannatamente malinconico. Mi sono rassegnato a questo, quasi con dolcezza. Lascio fare. Mi inquieta che in tanti confondano la malinconia con il tono vitale, associandola alla depressione. Stato d'animo, quest'ultimo, che fortunatamente non ho mai conosciuto seriamente, neanche nei molteplici periodi oscuri. Le avvisaglie e i sintomi della malinconia mi sono chiari da un bel po'. Posso essere aggredito da un fosco straniamento in determinate situazioni; la notte dell'ultimo giorno dell'anno, nelle case vuote o da arredare, di fronte al dolore degli altri e non al mio, quando mi sveglio al centro della notte dopo un sogno che non posso sopportare perché magari splendido, quando finisco un libro, quando saluto qualcuno e continuo a chiedermi se lo rivedrò, tutte le volte -ed è frequente- che mi viene la sciagurata idea di rivedere un film di Zurlini. Da uomo, quando subisco questi assalti, mi trasformo mio malgrado in una carta dei tarocchi, l'appeso, o in un animale ferito che passa parte del tempo a lambire luoghi affollati senza desiderarli affatto. E allora cerco navi che partano solo quando il mare non è sulla carta affrontabile, ritorno al jazz perché a quel punto non fuggo più, è inutile.
Oggi sono sceso a portare la spazzatura e ho incontrato nel parco un bambino vestito da diavolo che mi ha salutato con voce squillante, “ciao signore! Io sono il diavolo”. Credo di avergli restituito un sorriso così equilibrista e dolente da dovermene quasi vergognare. Un sorriso forse da vecchio, da reduce di un'età che ho percorso con addosso la volgare mania di avvolgermi in emozioni interiori estreme, al limite della sparizione con se stessi e non solo.
Poi la malinconia passa e mi riscopro individuo paziente, misurato, effettivamente invecchiato; ma non posso dimenticare che si ripresenterà sotto le mie finestre e agli angoli della mia bocca in un momento gioioso, in una passeggiata solitaria, mentre qualcuno mi tiene per mano e mi sorride, quando mi addormento fingendo di essere stanco di essere sveglio.
Forse il jazz è il ricordo di qualcosa che non ho mai avuto o conquistato appieno, uno stato di sobria revisione di eventi, speranze e anche addii. Probabile. Forse il jazz è la scintilla che va a innescare il cortocircuito nelle migliori pieghe del giorno, provocando l'arbitrario esibizionismo delle mie ferite, quell'orchestra che in fondo non ho mai diretto per davvero, pur scrivendo.
E così è. Sto invecchiando e non riesco a detestarmi per questo.


©Luca De Pasquale 2017




26/10/17

Notturno in stazioni secondarie


Sono consapevole.
Consapevole che la maggior parte dei rapporti si regge su regole e abitudini che di sincero e reale hanno poco e niente. Si tratterà anche di un'ovvietà alla portata di chiunque, ma sono in pochi a regolarsi di conseguenza, senza accettare silenziosamente l'andazzo.
Sento da tempo una profonda esigenza di libertà personale e di elementare coerenza con me stesso, e dunque non mi resta che accelerare il processo di distacco da fenomeni, abitudini e contingenze che non approvo e che mi impediscono la piena funzione di potermi specchiare nelle mie azioni.
Tanto è impossibile sperare che il giocattolo non si rompa: tanto vale giocare d'anticipo e chiedersi una decente consequenzialità testa-cuore-comportamenti.
Nei momenti di difficoltà, se non sei un completo fesso, riesci a capire chi c'è davvero e chi è un figurante. E non solo. Ti rendi anche conto di quante azioni hai “commesso” in nome di speranze in cui non credevi neanche.
Speriamo che le cose si aggiustino. Speriamo di entrare in quel mondo. Speriamo di piacere a quelle persone. Speriamo di rinascere, eccetera.
Da qualche mese, con una certa soddisfazione, ho un pensiero basilare e funzionale: speriamo il cazzo.
Nel senso che ho compreso di non dovermi muovere per speranza, bensì per moto dell'anima, per il vento e le mareggiate di dentro, e che non me ne frega più nulla in assoluto se quello che faccio può essere controverso, impopolare, come può essere interpretato e da quanti possa essere stigmatizzato.
Di fronte alla vita, apro le mie piccole ali scure ma non carbonizzate, respiro forte per quanto possibile e mi lancio; pazienza se mi impallineranno come un tordo, è un rischio calcolato.
Per la mia libertà, per le mie idee e per la libertà di espressione e di rifiuto, di movimento e di indagine, sarei pronto anche a rimetterci le penne, restando in metafore ornitologiche.
Accettando tutte le regole di convenienza mi porrei nella condizione infausta di attendere la morte con rassegnazione e senza soffio vitale. Non sono tagliato per questi inutili sacrifici.
Non mi muovo per speranza e mai più lo farò. La speranza è come il Tavor e anche peggio. Il movimento deve nascere da dentro, deve accordarsi ai desideri, per quanto impossibili, e deve tendere a spazi aperti, dominati in lungo e in largo dall'ignoto.

La strada è lunga, senza cartelli e con pochi negozi aperti, l'arrivo a destinazione non è garantito. A volte, questa incertezza è seducente e porta lontano. Molto lontano. Da qualche tempo mi accorgo maggiormente dei movimenti che faccio, mi accorgo anche di quello che proprio non sopporto più, e così alla fine di certe giornate faccio il contabile esistenziale, alla luce fioca di qualche lume di fortuna.
Qualche sera fa è stata dura. Pensavo di procurarmi del benessere, e invece ho dovuto fare conti supplitivi, crudeli e non veloci. Ho messo su il disco-testamento del mio contrabbassista feticcio, Jean-François Jenny-Clark, un'incisione dal vivo in completa solitudine. Uomo più contrabbasso, legno e respiro, sacralità, intensità, qualche pausa e il rumore delle mani sullo strumento. Ascoltando il disco ho iniziato a sentirmi inquieto, a smaniare. La musica spingeva fuori quello che stavo covando: insofferenza, necessità di allargare il movimento e sbrecciare le cornici dei confini, reali e anche immaginari. Smetterla di giocare, piantarla di prendere tempo, abbandonare i posti numerati della pazienza, della bella forma. Incendiare vecchia paglia e nuovi mostri, guardare il fuoco, respirarlo, avanzare. Respirare fuoco e leggere i giusti segnali sull'acqua usata per annegarsi troppe volte.
Far scivolare il fuoco sull'acqua, in cerca di una terra nuova. Essere parte di quel fuoco, decidere che non c'è nulla da temere in presenza di una rivolta che si incendia.

Le vecchie sirene fanno il loro gioco. Cacciano la lingua, mi blandiscono, aprono le gambe per eccitarmi. Sembrano offrirmi il solito rifugio di libertà veloci e tormenti farciti, promettono di farmi godere e poi di proteggermi, ma è solo immobilità che sa recitare al meglio la parte della ragnatela.
E io, che posso farci, continuo invece a sentirmi sempre l'ultimo treno della notte, quello che non si sa mai bene che fermate farà, che passeggeri conterrà e se potrà mai scapparci una mezz'ora di sonno e forse di pace. Più passano gli anni, più cresce la fascinazione del viaggio notturno, delle stazioni secondarie che passano veloci controvento, delle case isolate in cima a montagne in miniatura, dei corsi d'acqua scuri che è come se ti chiamassero a una vita differente, senza nome, senza generalità accessorie, senza fantasmi d'amore ovunque.
Devo dissipare l'equivoco una volta per tutte. Davvero, una volta per tutte.
Io desidero, pretendo di essere l'ultimo treno della notte. È la placenta, la dimensione, l'apnea, il volo, il mestiere. Il mio è il mestiere della notte e in genere è pagato poco o niente, ma va benissimo. Voglio le stazioni secondarie, i covoni di fieno spiati dai finestrini, voglio incrociare gli occhi degli sconosciuti negli scompartimenti invece che stare comodo in poltrona a casa a farmi rassicurare da presenze date ormai per scontate.

Mi sono allontanato, e di parecchio, da tutto quello che da bambino, adolescente e ragazzo mi dicevano sarebbe stato opportuno fare e vivere. Quel modello di “inserimento” non mi riguarda, non mi sfiora neppure. In più, non voglio scrivere degli stupidi libri di merda per menarmela il giusto e fare il sapiente con la sensibilità ipersviluppata, sono pose da guitti cialtroni, sono contentini, sono atti di sottomissione all'ego, è come parlare di grandi passioni e poi non saper far altro che toccarsi in piedi davanti a uno specchio, lasciando cadere acquiccio nervoso e triste sul pavimento. Detesto questa mania di elevarsi attraverso la rilegatura e la diffusione di inutili libercoli scritti con ansia copiativa e l'utopia dell'unicità addosso. Il mio nome in copertina, e poi? Sono un uomo in crescita? Migliore? Con un cuore selvaggio e splendido, un gran pezzo di cazzo da usare, un'anima che si ammanta di note di pianoforte e parossismi democratici da mercenari?
Scrivere a volte mi dilania, mi fa a brandelli, addirittura ferma la corsa di quel necessario ultimo treno della notte. Capita che scriva e che mi dica, sei solo un idiota che usa la fionda contro il buio fasullo, sei solo uno che bacia il vento quando non dorme e crede si tratti di amore che ti invia un segnale. Capita che io mi vergogni di tutte le pulsioni conosciute e sconosciute, sempre più forti, sempre meno incastonabili nella parola scritta, pulsioni impossibili da circoscrivere e passare al setaccio per il gusto altrui.
Anche se mi si vede poco in giro, conduco una vita violenta, in parte spietata, mi innamoro di posti sperduti, di stazioni secondarie, di passaggi in corsa, non riuscendo nemmeno a distinguere le persone dalle ombre.
Mi sento vivo quando rischio di fottermi per sempre. Mi sento vivo quando riesco a dire no a quello che mi fa vomitare. Mi sento vivo e sensato quando riesco a intercettare le zone d'ombra positive nel cuore delle persone che mi colpiscono e con le quali voglio stipulare un patto di micro-eternità senza fede di riserva. Sono attratto dalla malinconia, quando non confessata. Amo alla follia chi perde e non chiede soccorso. Mi amo solo quando riesco a correre nella notte e riesco anche ad ospitare passeggeri, storie, la tensione verso il mattino seguente e non l'odore secco e fondo della fine da aspettare al proprio posto.
Una persona che conoscevo mi diceva che con il mio tipo di sensibilità “sarai sempre un infelice”. Può darsi, ma non baratterei mai i miei momenti migliori, in cui sono così vulnerabile da essere fortissimo, con tutta quella placida tendenza al fortino emotivo che scorgo negli occhi di tanti, con orrore.

Anche stasera sono inquieto. Sento violentemente il bisogno di una notte diversa da quelle descritte nei libri di merda, dove, dopo aver fatto sesso e parlato e bevuto in allegria, si dorme avvinghiati a fantasmi trattenuti con il ricatto di un'immortalità impossibile. Tutto finisce e io ho fretta. Tutto si consuma e mi consuma, ho fretta. Voglio altre stazioni secondarie, altri viaggi, altre notti con l'unica promessa del mattino seguente. Non chiedo altro, e non posso scrivere queste cose nei libri di merda che mi chiedono, quelli che dovrebbero farmi uscire dalla nebbia della marginalità, immagine inappropriata, concetto ricattatorio, misero vizio snobistico delle mezze tacche.
Se un giorno scriverò un giallo infarcito di spot ipocriti sull'omosessualità, sui migranti, sulle polveri sottili, sullo sfruttamento minorile, temi suggeriti da qualche editor rottamato o da qualche editore squallido, vorrà dire che sono morto.
Indago altre cose. Forse non ho mercato, ma io il mercato non riesco a sognarlo e nemmeno a disprezzarlo. È solo lontano, lontano dalle stazioni secondarie e dai notturni incantevoli che regalano i luoghi deserti, quelli in cui tutto è da costruire secondo la luce e non sotto schiaffo delle regole.


©Luca De Pasquale 2017






24/10/17

Pubblicazioni, vermi e compromessi


A casa, mi dedico a lavori d’archivio. Interviste, dischi, articoli. Nello stereo si alternano Shudder To Think, Minutemen, Morphine, Black Sabbath e Killing Joke.
Decido di moderarmi e così riesco a fumare una sigaretta ogni ora. Se scantono, significa che me le accendo in automatico, non me ne accorgo proprio. Ritrovo anche delle foto di qualche anno fa in cui sono orrendo, un po’ capellone, spettinato, assonnato. Le elimino con disgusto.
Mentre mi accingo a prendere in esame una cartella di racconti rimasti inediti (anche a me stesso, probabilmente), ricevo la telefonata di Radames.
Radames è un perito informatico che fa anche lo scrittore. Chi non è anche uno scrittore, oggigiorno? Radames è il tipico uomo scrivente di quinta o sesta fascia, partecipa a diverse antologie solamente perché impiega buona parte del suo tempo libero a stare dietro a gente che pubblica con importanti editori e, soprattutto, non si perde una presentazione, una che sia una. Sta sempre lì a elemosinare attenzioni da qualche scrittore conosciuto e acclamato, e con il suo fare untuoso e la sua cocciutaggine riesce a ritagliarsi dei minimi spazi di notorietà, spesso per estenuazione del soggetto coinvolto.

Abbiamo partecipato entrambi ad un’antologia qualche anno fa, e da allora non me lo sono più tolto dai piedi.
Oggi è molto depresso, me lo dice subito, perché due notizie che erano nell’aria sono state recentemente confermate: lo scrittore Intimo Nitido e anche la poetessa Medea Shinola sono passati dal pubblicare con microeditori regionali a famose case editrici di livello nazionale.
“E allora, Radames?”
“Luca, per noi tira davvero una brutta aria”
“Non è una novità. Ma che te ne frega dei successi di questi due? Stai ancora a guardare gli altri? È un’abitudine deleteria”
“Non riesco a sopportarlo. Cosa hanno più di noi?”
“Non lo so e non mi interessa minimamente”
“Ma come fai a restare così freddo?”
“Ascolta, Radames… nell’ultimo mese mi hanno proposto di fare il tirocinante in una cartoleria, di partecipare a un corso per badanti italiani, ho cercato di diventare portiere di un condominio senza riuscirci, che cazzo vuoi me ne freghi di questi due coglioni? Qui la vita urla, gli altri che scrivano pure”
“Non posso credere che tu la prenda così. Sono sicuro che Intimo Nitido deve aver pagato qualche tangente e quella stronza della Shinola avrà oliato i meccanismi giusti, non so se mi sono fatto intendere”
“Ti sei fatto intendere, ma continuo a non fottermene niente”
“E allora devo dedurre che non ci tieni a essere considerato uno scrittore”
“Infatti. È l’ultimo dei miei problemi”
“In fondo sei fortunato”
“Pensala come ti pare”
“Sono stufo di questi bastardi che vivono di colpi di culo e traguardi raggiunti per amicizie”
“Non è solo nel campo della scrittura che succede questo, caro Radames. Se queste cose non ti piacciono, forse dovresti suicidarti”
“Humour macabro che non raccolgo, Luca, stai solo usando una corazza”
Che fine psicologo. Anche qui, è un hobby nazionale.
“Ribadisco, pensala come vuoi. Ma non stare a fare la morale, Radames. Perché se fossi riuscito tu a vivere quello che sta capitando a quei due inetti, quella di oggi sarebbe una telefonata di vanto e non certo di lamentele. Non sei diverso da loro, è che vorresti essere tu il prescelto”
“Se pensi davvero questo il nostro rapporto potrebbe essere finito”
Magari.
Alla fine ricuciamo alla meno peggio, faccio il tipo allegro e lo trascino lontano da questa sua nuova ossessione. Poi chiudo la comunicazione con una bonomia che solo Radames non coglie come stanchezza e fuga.
No, non sono tipo da farmi trascinare in queste discariche. Ho conosciuto personalmente sia Intimo Nitido che Medea Shinola e sono due mediocri, personaggi noiosi e altamente trascurabili. Le loro fortune editoriali sono il segno dei tempi, che sono grami per quanto riguarda un concetto nobile e non spurio di letteratura, che oggi non ha però più alcun senso. So che Intimo Nitido ha vinto dei premi letterari che erano truccati dall’inizio, che ha le mani in pasta ovunque e che piace a un pubblico piccolo borghese, sonnolento, bisognoso di non pensare alle proprie nefandezze e miserie. Lui è il cantore della distrazione borghese e piace proprio per questo, è una specie di Puerto Escondido umano e vellica in questo modo il chatwinismo provinciale di tanti lettori.

Ma è anche vero che mi rendo sempre più conto di non tenerci ad arrivare dove sono Nitido e Shinola, arrivarci in quel modo, intendo. Snaturarmi, cambiare modo di pensare, esprimermi, scrivere. Coltivare relazioni sociali tediose e infestate dal morbo dell’arte che si titilla in continuazione, in un gioco di reciproca masturbazione e false amicizie che non portano da nessuna parte.
Quando ero ragazzo non sognavo di “fare lo scrittore”, i miei sogni erano ben diversi. Sognavo di vivere una vita intensa, anche in negativo, ma non sonnolenta, non calibrata sulla pazienza, sull’ambizione sistematica, sulla mossa tattica. Sognavo di toccare più punti, alti o bassi non importava, e più di ogni altra cosa sognavo di non essere dominato dalla smania dell’apparenza, del privilegio fine a se stesso, del possesso. Non sono mai venuto nei pantaloni per dei complimenti e questo non accadrà mai finché sarò consapevole di poter gestire almeno una parte della mia esistenza.
Disprezzo quelli come Radames, perché inseguono briciole e contentini. Li disprezzo davvero e non vorrei mai essere come loro. Trovo ridicolo che si guastino giornate, settimane e mesi perché qualcuno ha strappato un buon contratto editoriale o è arrivato in quella trasmissione televisiva dove si parla di libri come se fossero delle torte farcite. Hanno enormi sensi di inferiorità per chiunque abbia avuto migliore sorte, e allo stesso tempo sono arroganti e indecenti con chi dalla vita ha ottenuto pochissimo e a differenza di loro non si lamenta nemmeno.
Poi, la mia opinione su scrittori e editori, salvo le ovvie eccezioni, non è che sia particolarmente lusinghiera. E non perché dovrebbero riempire me di bonus e allori, nient’affatto. Più che altro perché si sono conformati allo squallore, all’approssimazione mentale corrente, perché nessuno rischia più niente e si continua a fare bella esposizione di idee vecchissime e storie drammaticamente ordinarie e senza coraggio in lussuosi appartamenti e sedi  dove la cosa migliore che puoi fare è andare al cesso, accenderti una sigaretta e spegnere il cervello.

Quasi tutto il sistema di contatti, recensioni, presentazioni, scrittori introdotti da altri in case editrici, giornalisti che devono favori a editori e viceversa, vergognosi premi letterari basati sul nulla, intestati oscenamente a geni morti e ignari e decisi in base a un sistema di servizi ricambiati e pragmatico servilismo, tutto è marcio alle fondamenta e la creduloneria di lettori e addetti del settore non facilita le cose. Bisogna diffidare dei pionieri della bella letteratura, dei puri di cuore che in realtà hanno la furbizia della pecora convertita, bisognerebbe capire che tutte quelle idiozie sul leggere libri per salvarsi l’anima non è altro che fottuto e mesto marketing.
In realtà, i mondi della scrittura e dell’editoria non sfuggono affatto alle brutture del sistema capitalista, non sono altro e diverso, anzi rimestano bassamente in quel costruito lupanare di meritocrazia inquinata e menzognera. Il sistema capitalista, anche in letteratura, finge di offrire le stesse possibilità di successo a tutti, e questa è una vergognosa bugia.
C’è solo da decidere se accettare i metodi e le conseguenze del sistema o rigettare tutto e costruirsi altro, tentando di non fare la fame e di non essere bannati da qualsiasi contesto o ambiente circostante. Poi, si può essere validi o meno, ma è bene capire dall’inizio fin dove si è disposti a spingersi. Nessuno scrittore o editore può esimersi dall’essere prima un uomo: sono in molti ad aver declinato questa responsabilità.

Radames piangerà ancora e ancora per queste notizie, per tutti quelli che lo sorpasseranno, facendo in pieno il gioco del sistema in cui vorrebbe entrare con tutto se stesso.
Mi faccio un caffè, riprendo le mie attività di archivista, faccio tirocinio presso me stesso, almeno posso fumare liberamente e nessuno mi può impedire di ascoltare musica mentre svolgo noiose mansioni. Non mi piacciono i sistemi; non mi piacevano nemmeno riferiti alle schedine.

Trovo che Radames sia una persona triste, costretta a convivere con il sentimento del fallimento per “non essere stato all’altezza”. Ma all’altezza di cosa? Di quali richieste, di quali aspettative? Radames è uno di quelli che non si schierano dalla parte dei vincitori finché non lo diventano (o credono di diventarlo), ma è palese che mai e poi mai vorranno mescolarsi a coloro che –secondo la sua sensibilità pilotata dal sentire comune- perdono ogni giorno e dilapidano le proprie potenzialità. Radames e quelli come lui pensano che il compromesso, in assoluto, sia la versione furba dell’uomo di fronte agli ostacoli e alle difficoltà, senza capire che il compromesso spesso porta a vere e proprie Waterloo dell’anima e anche pratiche. La società ci dice che il compromesso è arte dell’intelligenza applicata, io dico che invece è un modo per arrivare vicini a quello che poi non si avrà mai comunque.
Non si piange per quel che non si raggiunge, bisognerebbe invece vergognarsi per quel che arriva senza sforzo, per meccanismi, per simpatie, per geometrie studiate. Bisognerebbe anche ricordarsi che nessuno è esente dal fallimento come essere umano, anche se “le cose vanno bene”.
Meglio archiviare tutto, una sigaretta all’ora, la musica a coprire il silenzio di fondo e le lamentele esterne.

©Luca De Pasquale 2017

23/10/17

Non a sangue freddo


Quest'anno sto rivedendo molte cose. Molte idee, tanti comportamenti, ho portato alcuni sogni in officina e alcune ossessioni a sperdere, spero che qualcuno le uccida passandoci sopra.
Questo è l'anno dei dubbi, dei consuntivi, di una parziale resa dei conti. Sono pronto a prenderle e a darle. Niente schermi, niente armature e niente religioni protettive. Lotta a mani nude, e l'abisso a ruggire di sotto, non il villaggio vacanze dove farsi medicare. Sono pronto a tutto e non faccio nessun passo indietro.
Mi faccio molte domande. Spesso non trovo alcuna risposta, che è un bene, significa che non sono diventato un completo stronzo.
Per esempio, mi chiedo cosa sia “dequalificante” e cosa no. Nell'ambito del lavoro, la definizione “dequalificante” mi sa di spocchia, di presunzione, di mangiatoia bassa, e quindi rispedisco al mittente tutto il pacchetto. Nella vita, mi appare dequalificante l'accantonarsi per seguire la presunta morale comune. Considero imperdonabile l'accontentarsi, nella sfera relazionale e umana, di quel che passa il convento. Non esiste nessun convento che possa decidere cosa va bene e cosa no.

Mi chiedo se ho lasciato un segno, un traccia, nelle persone che ho conosciuto. Se sono stato un prurito o un'impronta, senza mai arrivare a considerarmi un terremoto, una rivoluzione o una catastrofe. Non me lo farò mai dire, non mi interessa avere conferme in questo senso. Eppure me lo chiedo. Di sicuro, quelli come me, a metà strada tra la costruzione di regni sospesi e la continua predazione interiore, rischiano di essere vissuti come dei fenomeni esotici o dei diversivi. E questo non lo si può permettere a nessuno. Non sono mai stato un Tamagotchi, un peluche, un vibratore, un Big Jim e nemmeno un improbabile salvatore della patria. Sono solo, e per fortuna, un essere umano che cerca di non fare troppo schifo.

Vienimi dentro, mi piaci da morire, noi due siamo bellissimi insieme, ti prego, vienimi dentro e non lasciarmi mai”. Queste frasi enfatiche e irrazionali mi furono rivolte, almeno due vite fa, da una donna che non ho mai più rivisto. Non le pensava, ma le disse. Scoprii solo più tardi che all'epoca del nostro incontro stava con un altro uomo, che cercava disperatamente di sostituire in corso d'opera. Le ero sembrato praticabile, poi -in tutta evidenza- qualcosa la spinse a cambiare idea. E se le fossi venuto dentro, quella volta? Se mi fossi innamorato di lei, se non altro per l'interesse che mi aveva mostrato? Si dicono tante cazzate, quando si ha voglia di spingere le emozioni fuori la coltre color piombo dello scorrimento lento della vita regolare. Si va oltre. Si mente. Uno specchio diventa il sole, un sospetto diventa chiodo fisso, un rapporto sessuale assume le caratteristiche della svolta esistenziale, e invece è solo un'unione di corpi sudati con il cervello che si concede una tregua troppo lunga. Qualche volta mi è capitato di ragionare con il cazzo, spessissimo ho ragionato rassicurato da erezioni. Poi ho imparato che il cazzo vale poco come consulente, è un vanitoso e meccanico figurante, e così ora non ci sentiamo più nemmeno al telefono, se devo decidere qualcosa di importante. Gli mando solo delle cartoline senza affrancatura, cartoline neanche recenti, comprate anni addietro in qualche autogrill o in qualche campeggio.

Cerco di darmi conto anche della mia comunicazione al mondo. Giorni fa ho parlato con uno che pensava fossi un fedayn del sindaco De Magistris. Stavo per sodomizzarlo, quando me lo ha detto, mi sono profondamente indignato.
Gli ho chiesto perché mi avesse associato ai fedayn del sindaco; lui mi ha risposto candidamente che lo aveva fatto perché io sono notoriamente un uomo di sinistra.
Quell'uomo non aveva capito che la mia sinistra è praticamente invisibile a qualsiasi “sinistra” in esecuzione di questi tempi, e che io non sarò mai il vassallo mentale di alcun uomo politico, figura pubblica, artista, scrittore, eroe cittadino et similia. Tutto e tutti alla pari. Nessuna reverenza, nessuno scappellamento, non faccio il micro-organismo di nessuna entità.
Però mi sono detto: come mi sono comunicato a questo tizio? È probabilmente stata colpa mia, se ha pensato che passassi le mie giornate nella rete dei sostenitori del nostro sindaco. Se ha frainteso, può darsi che io mi sia espresso male. E questo non dovrebbe mai succedere.

Mi trovo invischiato in situazioni che non mi appartengono per niente, sto cercando di chiuderle tutte, una alla volta, con calma, senza frenesia. Se smaniassi nel tentativo di divincolarmi da tutto contemporaneamente, annegherei senza onore, verrei sopraffatto e sarebbe davvero ridicolo. Cerco di mettere ordine, ma non è semplice. Turo una falla e scoppia un tombino, riparo una perdita e magari il cesso mi risucchia da dietro. Non ho i superpoteri e non li desidero. Posso incidere solo in quello che dipende esclusivamente da me, in termini di comportamento, onestà emozionale, libero arbitrio non mandato al massacro senza un motivo. Per il resto, devo cercare dei punti d'incontro -non compromessi- che riescano a costituire nuovi territori, nuove strade. Devo piantarla di tradirmi per la fretta di vivere.
Ho passato troppo tempo a provocarmi e a provocare: e così facendo mi sono perso, mi sono sottomesso alla fascinazione dell'irregolarità obbligatoria senza lottare sul serio.

Quante volte ho scritto e parlato di amore senza provarlo? Magari avendo un'idea canonica e ferma delle mie emozioni?
Quante volte ho finto di sabotarmi da solo pur di non ammettere che non ero in grado di fare o vivere qualcosa?
Quante volte sono stato arrogante al cospetto di altri mondi, altre sensibilità, rifugiandomi nello sguardo distaccato, nella smorfia surreale, nell'idiosincrasia spinta agli estremi per farla apparire canovaccio reale?
Quanti abbracci e baci mi sono negato pur di interpretare l'uomo a sangue freddo, il piccolo totem di ghiaccio, quante volte mi sono ripetuto la formula “tu sei la distanza, non sporcarti” senza vedere la paura nell'angolo in basso del mio minuscolo specchio di rappresentanza?
Ho commesso molti errori di supponenza. Ho commesso dei crimini minimizzati in manie di resistenza, in realtà mi violentavo pur di non esporre le parti insicure, i tessuti molli, non mi sono dato geografia e toponomastica, ho mescolato le carte del cuore, ho incendiato il caos per darmi dello stupido nelle sere solitarie, mi sono manomesso per non lasciar vincere il dubbio dell'errore di approccio.
Ero solo un uomo, sono un uomo oggi. I fili scoperti sono ancora in numero elevato, le zone d'ombra sono un principato nella nebbia che mi appare, un po' gotico e affogato nella bruma delle incertezze, alle prime luci del mattino, quando sono più vulnerabile.
Non sono un uomo a sangue freddo. Non lo sono mai stato. Sono così caldo e oltre la soglia della quiete che sono costretto a cadere per darmi il tempo di capire di cosa sono fatto, che parti della vita uso e quali lascio marcire pur di non dare loro un nome e un'etichetta.
Che imperfezione, e che sfida. Se ne avrò il tempo, non mi tirerò indietro.


©Luca De Pasquale 2017

22/10/17

Una domenica costruttiva


Non ricordo chi fu a farmi ascoltare per la prima volta il brano “Nigerian Marketplace” di Oscar Peterson, in una versione dal vivo con Joe Pass alla chitarra. Fatto sta che quella persona è responsabile di avermi fatto conoscere una delle più grandi influenze della mia vita, ovverosia il contrabbassista danese dal nome impronunciabile, il grande Niels-Henning Ørsted Pedersen. In quel brano, e in particolare in quella versione dal vivo, il suono di NHØP, come veniva affettuosamente abbreviato il suo nome, era qualcosa di trascendente, di incredibilmente denso. Rimasi folgorato da quell'ascolto e in breve, cercando di imparare il nome intero di Niels, cercai di procurarmi tutto quello che il gigante danese aveva inciso come titolare.

Oggi ho trascorso la domenica, che mi ha regalato anche un violento temporale, con NHØP, e anche un po' con Eddie Gomez. Due musicisti profondamente diversi, ambedue straordinari, due entità quasi sovrannaturali del contrabbasso. Di Niels ho riscoperto alcuni dischi per la Steeplechase che trascuravo da tempo, di Eddie Gomez sono andato a rispolverare una splendida collaborazione con il nostro Guido Manusardi e con Masahiko Satoh. Il vigore esecutivo e l'esuberanza di NHØP hanno preceduto il tocco di seta di Eddie Gomez nel disco di Manusardi, mentre fuori pioveva. Una domenica di jazz, di contrabbasso e di pioggia. E di una Fiorentina vincente a Benevento. Un lusso, di questi tempi, trascorrere una domenica così, lontani dal rumore, dal brusio delle preoccupazioni, equidistante da inutili vendette e da rancori costipati, chiusi in vecchi barattoli senza più etichetta. Una domenica con il telefono spento o senza suoneria.

Devo dire che non ho mai capito quelli che affastellano quanti più appuntamenti e occasioni possibili pur di distrarsi. Come se il restare fermi in casa, ascoltando un disco o leggendo un libro, fosse tempo perso che poi non si recupera. Queste persone sono le stesse che finiscono per giudicare “condotta asociale” la conscia scelta di trascorrere gran parte del tempo libero nell'approfondire ciò che piace e appassiona. Del resto, se non c'è il cibo per lo mezzo, e qualche volta il sesso, tutto finisce per sembrare triste e poco stimolante. Invece, io trovo che ascoltare musica e leggere sia movimento, vero e irrefrenabile movimento. Non sto a ricalcare la vizza metafora del viaggio, però è innegabile che l'arte riesca a smuovere dentro qualcosa che nessun viaggio fisico e nessuna performance atletica in alcova possono garantire, se non altro in certe giornate. E nelle domeniche di pioggia in particolare.
Muovo il piede destro, seduto sul divano, mentre ascolto i giganti del contrabbasso e riordino le mie cose come se fosse la prima volta, conoscendo e riconoscendo parti della mia vita, del mio gusto, le mie scelte, i miei incontri. E poi apro la finestra quasi deluso, perché il temporale è già finito, anche se si è alzato il vento della notte.

Tra le cose che non ricordavo di avere, c'è anche un disco del contrabbassista giapponese Naosuke Miyamoto, “Step”, datato 1973. Lo metto su mentre guardo le nuvole cariche di pioggia sul golfo di Pozzuoli, e mentre il vento mi ricorda beffardamente che i fermi alle finestre si sono rotti nel corso degli anni, impossibile trovare delle sostituzioni compatibili. Nel disco di Miyamoto c'è un brano che omaggia lo stellare John Coltrane, “One for Trane”. Un brano bellissimo, in piena tradizione spiritual jazz. Talmente bello che devo fermarmi e sedermi per gustarlo fino in fondo, ben dodici minuti di fiati, escursioni pianistiche e il fondo rimescolio del contrabbasso a incollare un'aritmetica languida e spaziale. Che io rinasca o meno, questa musica mi fa bene e mi pulisce dentro.
Ci saranno ancora tanti momenti in cui viaggerò a musica spenta, non potrò leggere altro che la grana scura di minuti e ore, quindi mi tocca questa scorta domenicale di jazz, di pioggia e di apparente libertà. Nessun appuntamento, nessun aperitivo, nessuna voglia di gite fuori porta e compagnie improvvisate.

Ogni tanto bisogna rifocillarsi, prendere fiato, ascoltarsi, carpire le esigenze più profonde, non esclusa quella di una solitudine da colorare senza cupezza, senza la benché minima traccia di disperazione liofilizzata. Leggere e ascoltare certo, ma ancor di più ascoltarsi, non rifutare di comprendersi e accettare che non sempre essere indaffarati e iperattivi socialmente è indice di vivacità interiore e voglia di mettersi davvero al riparo da tutti gli speroni appuntiti di un quotidiano in cui la qualità della vita è poco più di uno sberleffo, uno sgorbio che somiglia agli appunti di un condannato per chi resterà dopo di lui.
Oggi sono profondamente libero nei pochi metri del mio appartamento, soggetto al vento, alle intemperie, alla musica, alle parole di altri molto più che alle mie. Oggi scelgo me stesso, non per vanità solitaria, oggi mi scelgo come contenitore di qualcosa che mi trascini via dagli stabilimenti chiusi o sequestrati di speranze troppe volte fraintese.
Oggi è una domenica costruttiva, senza sconosciuti alla porta.

©Luca De Pasquale 2017












21/10/17

L'uomo ancora giovane


Mi porto dietro vecchie e nuove catene in questo sabato del villaggio, mi porto dietro la mia faccia negli scaffali del supermercato, in piccole botteghe, in angoli di strada. Mi porto dietro ferite che ho deciso di non suturare, dove ci butto dentro di tutto, sale, rifiuti, parole, febbri, resurrezioni regolate con il timer, idee fisse fatte a pezzi e nuove suggestioni da tatuarmi sulla schiena, così non posso vederle quando mi specchio.
Le strade sono ancora piene di un'estate fraudolenta, ossessiva; comunicano sesso, violenza, approssimazione, paura di soffrire, paura di morire, siamo tanti e incapaci di pensarci come moltitudine, ognuno racchiuso nella sua merdosa dimensione privata, stracolma di ossessioni, di problemi da risolvere e di angeli della morte da prendere a calci in culo.

Uomo ancora giovane cammina per le strade del sabato del villaggio. Fuma ma non sente il sapore di quasi niente. Ha il cuore, ha il cazzo, ha l'anima, ha la rabbia e spesso non riesce a metterle in ordine. L'uomo ancora giovane alterna fuoco e fine, fiamme e ritirate, si lancia nel nulla e conserva il poco, promette presenza e basa tutto il resto sull'assenza. L'uomo giovane osserva tutto quel sesso fermo racchiuso nei cancelli delle vite a passeggio, osserva con incredulità quei microcosmi mezzi svuotati che sono le emozioni tenute a bada dalla gente, quei giardini infetti dove i fiori crescono solo allo scopo di mostrarli a qualcuno. Guarda i miei fiori, mettimi la lingua in bocca, sposami, ama le mie tare e i miei fallimenti, in cambio accetterò il tuo passato, i tuoi genitori, tua sorella, i tuoi amici e anche che non mi ami completamente. L'uomo giovane a volte pensa che le persone peggiori sono quelle che scendono a patti pur di ottenere qualcosa. L'uomo giovane suicida parti di sé per non farsi troppo male, per non offendere chi non lo merita e anche per indagare, capire, sperimentare la razza umana senza il vizio di forma della solitudine di partenza.
L'uomo ancora giovane ha una brutta storia alle spalle, anzi parecchie, ma non ha mai rifiutato a nessuno la partecipazione ai combattimenti, ai corpo a corpo perdenti ma veri, non ha mai chiuso la mano in prossimità di qualcosa da condividere, eppure certi giorni sente che ha perso troppo e deve riprendersi qualcosa, qualcosa di forte.
L'uomo ancora giovane va a zig-zag quando sente un traguardo vicino, perché non vorrebbe dimenticare niente e nessuno. Non vuole perdere niente per strada, in primo luogo la capacità di sentirsi vivo anche nei luoghi chiusi.

Alla fine, l'uomo ancora giovane capita per caso di fronte a un fioraio e capisce in pochi istanti che qualcosa non va. Che qualcosa stride, stona e fiorisce al rovescio dentro, chissà quanto durerà. Deve fermarsi, abbassare la testa, anche lo sguardo, deve guardarsi intorno. Poi consulta l'orologio come se fosse una zona della mente o del cuore, accende una sigaretta ed anche stavolta il sapore latita. I palazzi attorno sono gialli, verdi e bianchi, troppe tende, troppe antenne, antifurti, caldaie, piante. Troppa roba. L'uomo ancora giovane divide i fiori in vetrina per colore, non conosce i loro nomi; prevale il blu, ma c'è anche il viola. Il rosso è stranamente in minoranza. Il giallo è nascosto. Perché questo senso di malessere davanti alla vetrina di un fioraio? Perché l'esitazione, l'incertezza, l'arrampicarsi a ritroso sulla strada appena percorsa, e perché poi entrare per intero in “My man's gone now” nella versione di Bill Evans con Scott LaFaro al contrabbasso?
L'uomo ancora giovane ci è cresciuto, con Scott LaFaro. L'uomo ancora giovane ha riconosciuto molto presto il suo suono dell'anima. Quand'era giovane gli dicevano che la chitarra e il pianoforte erano gli strumenti più belli e completi, ma lui no, lui ostinatamente rispondeva che non c'era niente di più magico del suono del contrabbasso, e che ascoltando Scott LaFaro con Bill Evans riusciva finalmente ad arretrare la tetra marcia dei pensieri duri, delle rinunce, delle disillusioni che si affollavano in sala d'attesa. Il contrabbasso è come arrampicarsi, come abbracciare, il suo corpo è protezione e il suo suono è viaggio. Il problema è quando un abbraccio è contemporaneamente accoglienza e addio.

Forse è questo che prova l'uomo ancora giovane di fronte al negozio di fiori. Forse è stanco di continui addii, forse è stanco di recuperare pezzi per strada ogni volta che inizia una nuova missione. Forse vorrebbe riposare, pronto al combattimento ma anche protetto. Non da un esercito, non da guardie del corpo, non costretto a ergere ponti o edificare fortezze, perché la protezione migliore si verifica quando un uomo decide di mantenere gli occhi aperti e questo gesto di coraggio non lascia tracce di morte sul bagnasciuga.
Una scommessa, un'idea fissa, un cammino da non abbandonare.


©Luca De Pasquale 2017

Ted Aub