24/09/17

Ombra girevole senza perdono


Ho un ricordo molto vago di quando, una tonnellata di anni fa, avevo iniziato a scrivere delle note su facebook. Non riesco a capire perché le scrivessi, a chi miravano, a chi rivolgevano messaggi o crude suppliche, quali categorie volessero andare a stuzzicare se non insultare.
Saranno passati dodici o tredici anni da quel periodo; la sensazione è che si trattasse di un'altra vita proprio. Mi chiedo, non ricordando bene, se mi eccitavo con i “mi piace” o se pubblicare su un social mi facesse sentire vitale, “in campo”, al centro di trame relazionali e sentimentali tutte da scoprire.
Che sia passato molto tempo me ne accorgo dal fatto che su facebook -come su altri social che comunque tengo in piedi- non scrivo più nulla di personale. Neanche fiction, autofiction o qualche svisata di ironia. Nulla. Gli stimoli sono a zero. Lo uso solo per il mio lavoro con la musica. Non sento la necessità di condividere pensieri politici, sociali, intimi meno che mai. Non mi va di raccontare fatterelli o di farmi gli affari degli altri, anche se qualcuno lo vorrebbe pure.
Se devo essere sincero fino in fondo, dico che se mi ci metto a pensare per più di cinque minuti dovrei iniziare ad augurarmi di essere eliminato da molte persone, esclusi i veri amici e i musicisti. La mia presenza è un bluff, se alludiamo all'essere sociali, perché ormai è sceso un velo che posso solo raddoppiare e rafforzare con l'avvicinarsi dell'inverno.

Le relazioni di comodo e di maniera mi hanno rotto i coglioni da anni. Le formalità, la doverosa gentilezza, l'affettata partecipazione empatica. Sono per il disastro, in questo senso. Non sono per lo scontro, che trovo deprimente, sono per l'allontanamento cortese, per la chiusura dei cicli. Lasciare sconclusionate pagine aperte è da vigliacchi, è da gente che si annoia. Sin da ragazzo trovavo insensato mantenere in piedi situazioni sterili, magari solo per lasciare aperta la possibilità di una pizza, di una scopata, di un occasionale rimedio alla solitudine.
Ovunque io capiti, perché io sono momentaneo e quasi mai fisso, questo meccanismo molle mi arriva sotto il naso e mi sconforta: ma è così difficile andare avanti sopprimendo i voli mai condivisi, le speranze mai sbocciate, le similitudini mai reali, al fondo delle cose?
Mi hanno sempre depresso le comitive post-scolastiche, post-universitarie, le uscite a coppie, i festini commemorativi, le ospitate con lacrimuccia. Concepisco solo interventi sporadici, il più delle volte con la malcelata intenzione di scombinare le carte, inceppare le pratiche dogmatiche, stracciando documenti di appartenenza e finte lauree in umanità. Tutto ciò che si ripete mi fa schifo, mi disorienta, aumenta i giri della ribellione fino alla scelta di trasformarmi naturalmente nell'insalutato ospite.

Per strada, mentre sono con un'amica, incappo in un mio ex cliente, uno con la faccia di un coniglio stitico. Non l'ho mai sopportato. Un vacuo propalatore di brillanti serate, di musica “figa” e di “ma hai mangiato la pezzogna da Don Luiso?”. La mia nemesi. Ci guardiamo negli occhi senza volerlo e allora io decido di salutarlo. Prendo fiato e coraggio, ma quando mi giro per dirgli “ehi, ciao”, lui è assolutamente concentrato a guardare ovunque tranne che nella mia direzione. Sarebbe capace di finire sotto un'automobile o precipitare in una buca, il coniglio stitico. Si rifiuta di salutarmi; un gesto più sciocco che vile, immotivato e per niente offensivo. Solo, un non gesto idiota. Ti ero antipatico allora o anche adesso, caro Coniglio Pezzogna? O non vuoi salutarmi perché sei amico di qualcuno che conosco e allora per interposta persona, sai com'è... E così scoppio a ridere mentre getto la sigaretta quasi ai suoi piedi, spiegando all'amica cos'è che mi suscita ilarità all'improvviso, atto infrequente.
Ne ho, di questi nemici invisibili e indifferenti come lo sono io. Non sono della scuola di pensiero “molti nemici molto onore” che trovo un'abusata cazzata. L'onore e l'inimicizia non hanno rapporti: sono due vecchie signore frigide che non si scambiano nemmeno mezzo sguardo. C'è in ballo altro e forse ancora più ridicolo: l'ostentazione di un disappunto esistenziale pigro, spesso vile, un disappunto che si nutre di un'unica scondita pietanza, e cioè la certezza di non somigliarsi e di non essere compatibili. Poi magari si è amici su facebook. Rapporti di oggi e probabilmente di sempre, solo con una faccia tosta ancora più indecente.

Quello mi avversa perché mi prende per un pericoloso comunista che mangia i bambini (sempre senza pezzogna, però), quell'altro mi evita perché convinto di conoscere il rock sinfonico e il progressive metal più di me, e poi c'è Tizio che non mi ha mai perdonato di essere piaciuto prima di lui alla sua donna e Caio che mi reputa un mediocre scrittore -senza avermi mai letto- perché non ho sfondato come nome cittadino, regionale e poi chissà. C'è anche Sempronio, che pensa io sia pazzo perché tifo per la Fiorentina come un selvaggio pur essendo napoletano, e per questo dà la colpa a mio padre che pure tifava viola essendo napoletano.
Vuole imitare il padre”, mi hanno detto, guardandomi negli occhi ma chiamandomi in terza persona. Davvero un notevole esercizio di dialettica.
Ma, soprattutto, mi rendo conto del nocciolo della questione: quello che le persone non ti perdonano è la tua disperazione di vivere, l'esigenza di vivere tutto senza coperte di Linus, non ti perdonano la mania di inseguire angeli e demoni in egual misura, senza troppe distinzioni. E in fondo non ti perdonano nemmeno di essere sempre dalla parte di chi perde senza giocare all'eroe, perché sono ancora in troppi ad avere bisogno di questi malnati eroi da asporto, martiri moderni con le stimmate del piano commerciale sotto gli occhi truccati.
Infine, e questo forse è l'aspetto peggiore, non ti perdonano, non possono farlo, l'incapacità di fingere che le cose ti vadano bene e che tu sia rassegnato al tuo destino di ombra e di patetico numero statistico, quando va bene.
Non ti perdonano che te ne fotte di perdere sempre.
Non ti perdonano quando dici che trovi l'amore anche una forma di dolore.
Non ti perdonano quando ammetti di aver pensato spesso a levarti di mezzo e poi ti è passata.
Non ti perdonano che parli un buon italiano e poi hai idee da minatore gallese in sciopero.
Non ti perdonano che li tratti alla pari, con le loro lauree, con i loro lauti stipendi, con i loro vezzi padronali e con i loro hobbies aurei del cazzo.
La tua vocazione a morire, ad amare tanto la concretezza che le rinunce, a lottare senza certezza di vincere, a farti male senza invocare Dio, sono tutte cose inammissibili per un semplice pigmeo.
Ti perdonano solo di vivere, che è l'unica cosa che io non riuscirò mai a perdonarmi.


©Luca De Pasquale 2017





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