23/09/17

La sabbia inquieta


Crack the champagne What's the year? Sounds like 1924 down here
In the good old Summertime I broke my heart down here
In the good old major's home - Da da da da - da da da da

Crack the Champagne, shed a tear, feels like 1924 this year
In the great british Summertime. I lost my love down here,
In the good old major's home.

It Bites – Once Around The World

La carne di un uomo è il pianto di un altro”
John Martyn

Faccio fatica. Molta fatica.
Raccolgo discorsi che somigliano a dei riassunti. Mi risulta addirittura difficile scorgere le fattezze dei miei interlocutori, se è vero che parlano per aforismi, citazioni e luoghi comuni di altri luoghi comuni. Incontro allora degli alias ruspanti di Gramellini, Saviano, De Giovanni, opinionisti politici e persino qualche chef. I loro pensieri sono tragicamente inesistenti, perché rappresentati in toto dalle opinioni di questi personaggi pubblici.
Anche io cito in continuazione Dagerman, Hamsun, Chris Squire e Giancarlo Antognoni, ma il mio pensiero non è mai completamente aderente alla citazione. Le mie sono rielaborazioni di spunti che reputo necessari.
Non perderò tempo in conversazioni dove dominano Elena Ferrante o il finto asceta straccione, dove gli individui latitano e non sviluppano il benché minimo pensiero critico. Non mi scalderò con un ripetitore di altre frequenze, non discuterò con quei tizi che diventano estatici quando menzionano un libro, come se lo avessero scritto loro.
Molte conversazioni sono imbarazzanti, sterili; e molte confessioni sembrano costruite, non contengono un briciolo di sofferenza reale, di dubbio autentico, di veridica scissione dell'anima e a volte anche del cuore. Le mie confessioni, in verità rarissime, sono così gonfie di contraddizioni e anche di ingenuità da essere autentiche anche quando voglio schermarle e attutirne l'area di rischio. Non mi riguarda stabilire se sono meglio o meno dei tanti alias vip in giro, non è una questione interessante. Ci tengo moltissimo, in compenso, che il mio pensiero e il mio sentire -violento, sconsiderato, assurdo, a picco sul disastro- non siano alla mercé dei riassunti/pensierini in circolazione.
Già devo vergognarmi, e non da oggi, della mia incapacità cronica di non mettermi a soqquadro all'improvviso, prendendomi in contropiede e uccidendo parti monche di me che mi chiedevano pietà e cibo da tempo.

Un'altra notte insonne mi prende alla sprovvista, costringendomi anche oggi ad avere quello strano sapore in bocca di stanchezza e destino, di estenuazione e di resistenza. Anche oggi giro per le strade come un fantasma in grigio pezzato di nero, nascondendo i denti, le orecchie, le mani ma non gli occhi. Mi dico che dovrei avere più rispetto per i morti, perché ultimamente riesco -e non mi piace- a smontare anche azioni lontanissime nel tempo. E per questo mi sento crudele, come accade quando mi capita di negare senza malvagità parti di calore a chi mi ama. Mi rendo conto di essere ormai avviato da tempo su una strada che non prevede ritorno, una missione da tutto per tutto che ha la sua bellezza ma è totalmente priva di sicurezze.
Uno appassionato di new age direbbe “sto abbandonando il vecchio me”, io non riesco a dirlo. Sono sempre io. Prima mi uccidevo per gioco e forse mi divertivo, oggi voglio vivere ed è per questo che mi faccio molto male, in continuazione. Non so se la spunterò. Sto imparando che nessun raggio di sole riesce a ostruire i coni d'ombra, a eludere quel senso di fine che mi serve quasi più dell'aria che respiro. Ci sono nato, con il senso di fine addosso. Meglio così.

Parlo con molte persone. Non mi idealizzo più. Non sono avulso dalle bassezze, dal pressapochismo, da stupide fantasticherie intrise di esotismo narcisistico. Non sono esente da ventate di profondo egoismo, non posso vivere senza soldi per cui è inutile continuare a credere che io sia tutto romanticismo e lotte, è un'immagine che fa schifo e non vale nulla. Lasciamola a mediocri scrittori che hanno letto bignami di Rimbaud, ce ne sono tanti in giro. Parlo. A volte mi trovo intelligente, altre mi accorgo che sono così inadeguato alla giungla del “questo è mio” da pensare che quelli come me sono sempre i più esposti alle sparizioni e al desiderio di non fare più parte della società civile. Ma, come ha detto un amico fraterno, “io sono estraneo a questa società, non esterno”. Chissà quante volte ho scritto e detto “esterno”, come un coglione.
Sicuramente facevo prima a farmi andare liscia e pennellata qualche citazione di scrittori molto venduti e anchorman molto seguiti e capaci, per l'appunto, di sintetizzare il pensiero dell'italiano medio e democratico in due slogan con gli occhi bagnati di ordinaria commozione.

Sono giorni strani. Imparo tante cose. Mi sembra di essere tornato in primina, con quel grembiulino azzurro che ricordava una delle prime maglie della Lazio.
Imparo che non desidero padroneggiare la tutela del mio dolore, bensì quello altrui. E questo non ha niente a che fare con un viscido altruismo di facciata.
Imparo che ci sono luoghi dell'anima da gestire con cura, scegliendo senza alcun calcolo una via di mezzo tra frettolose demolizioni e inutili esposizioni in teca. Imparo a non violentare la vita in continuazione con quella calma disperazione che è essenza larga del mio stare al mondo.
Imparo (e ringrazio) che non mi piaccio quasi mai. Imparo infine, per ora, che anche quando non mi sento capito non sono una vittima vilipesa, ma semplicemente un uomo che procede davanti e dietro milioni di ombre. Ombre che non mi rispondono, ombre che non sono solo ricordi di vite che mi hanno sfiorato o preso, sono specchi oscurati, abbracci mai ricambiati, presagi non colti, affetti ristretti e poi rimpianti.
Non mi sento indifeso in tutta questa confusione di sensazioni, idee e sentimenti; ma so che assorbo, che vado a fondo, ed è allora conseguenza naturale che io senta dolore, spesso di primo mattina, in bocca e nel petto, nei movimenti ovvi e nei pensieri da non seguire, anche nelle rinunce e nelle deviazioni obbligate.
Non so se l'uomo si costruisca e cerchi di compiersi per morire, non credo di avere talento nel vivere, però pretendo la distinzione dei colori, dei sapori, pretendo di avere coscienza di me e soprattutto degli altri e della loro utilissima, naturale diversità. Scrivo queste cose senza copiare, lo giuro, nessun articolo di giornale o pagina di libro. Cito John Martyn per la verità che cantava e gli It Bites, gruppo che amo follemente da sempre, perché quel brano, soprattutto in quell'inciso cabarettistico in cima a questa nota, è uno dei pochi momenti di pace ferma che mi permetto. Aggiungo: quel pezzetto di brano degli It Bites è uno dei pochi sorrisi senza indagine che concepisco. Posso adorarlo senza problemi.


©Luca De Pasquale 2017

John Martyn

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