05/09/17

"Io non dormo. Io sogno e basta"


Ho dormito meno di tre ore.
Non riesco più a dormire.
Non riesco più a dormire, mi sono detto mentre prendevo il primo caffè alle cinque e un quarto del mattino.
Non riesco più a dormire, mi sono detto allo specchio:devo aver sbagliato qualcosa per strada. O forse no.

Quando scendo a fare la spesa, il fatto che io non dorma è evidente. I riflessi sono rallentati, guardo come un miope, e giuro che l'aria drammatica non è voluta, non è voluta per niente. Ci mancherebbe.
Al banco, il salumiere mi chiede come va.
Dormo pochissimo”
Insonnia?”
Insonnia mista a sonno disturbato e una specie di sindrome interna che mi sveglia all'alba”
Eppure il caldo è finito, che peccato”
Già, che peccato”
Che peccato tante cose. Che sperpero, anche. Il salumiere è una brava persona, qualche giorno fa mi ha parlato della sua famiglia. Io lo ascoltavo con attenzione. Non trascuro quelle figure umane che molti di noi trattano come ombre e circostanze. Se voglio ascoltare, ascolto tutti. Anche quelli che sono più che altro un'abitudine visiva e poco più. Si arriva a un punto in cui è troppo tardi per ascoltare gli altri e anche la vita, è un punto di non ritorno, non è più quell'alternanza tra miele e fango, è solo oscurità che non ti parla più. Quel punto l'ho oltrepassato troppe volte, adesso basta. Non posso più consentirmelo. Non è affatto un proposito. Piuttosto, una condanna che desidero scontare per intera, senza sconti di pena, senza appelli.

Ma devo fare i conti con venti ore di sonno totali in una settimana, e così la prosecuzione del mio giro inizia ad assumere i contorni di un viaggio allucinato, in cui le voci mi arrivano in ritardo, scanso ostacoli all'ultimo istante, i bagliori del sole dalle finestre sono frecce acuminate che mi feriscono, quelli che mi rivolgono delle innocenti domande sembrano mostri a fiori, a quadri, con la riga al centro, con catenine d'oro, con Dio alle spalle, con il sesso in faccia, con la pace tatuata in forma di iniziali dentro un cuore stilizzato. Mi sfuggono e mi sfuggo io.
Mi fermo fuori la vetrina di un fioraio. Dovrei inviare dei fiori a mia madre. Li merita. Me li tirerebbe in faccia, è una donna pratica.
Ha aperto una cartoleria. Vende cose piuttosto dozzinali, ma la donna anziana che vedo sulla soglia del negozio mi fa tenerezza. La immagino morta, con le mani giunte, qualcuno che piange e tre donne, forse le Moire, che portano il caffè a tutti per piangere più rinfrancati.
Devo chiudere gli occhi per scacciare l'immagine, ma non ci riesco, perché la scena ce l'ho dentro. Detesto la morte. Se potessi vomitarla tutta fuori, se solo potessi. Tutta la morte che ho respirato in chiave di silenzio e di bugie da bambino, tutta la morte che ho temuto poi, tutta quella che ho immaginato e poi quella versione speciale, quella strana morte da asporto che si deposita come ghiaccio fuori le porte del cuore quando si è deboli, spaventati o colpevoli.

Due donne rifanno il letto in una casa che vedo dalla strada, al primo piano. Le vedo muoversi in sincronia perfetta, con una grazia rude, è un meccanismo sperimentato. Sono veloci. I loro movimenti catturano la mia attenzione. Ballate pure, vi vedo come delle streghe. Non è colpa vostra, è colpa del sonno che ho perso.
Vorrei continuare a stare in strada, ma il mio corpo mi dice qualcosa nella nebbia del rallentamento, mi chiede di tornare alla base.
Il calendario di Frate Indovino, che mia madre tiene in cucina, sostiene che bisogna dormire bene per mantenersi sereni ed equilibrati. Ma guarda che illuminante scoperta.
Però ho smesso di disprezzare quello che non mi appartiene, tutto ciò, ed è un bel po' di roba, che non mi riguarda. La fede, la patria, la famiglia, eccetera. Non mi riguardano, non ci correrò mai dietro, non mi farò mai invadere da ravvedimenti, pacificazioni forzate e nuovi corsi pieni di buona volontà. Sono tarato diversamente, ho fatto altre esperienze, inseguo altro. Posso essere spirituale come e più di un credente, in fatto di intensità; ma rispetto a lui devo fare i conti con un vuoto sconfinato, con le streghe, con i signori della notte, con l'amore vissuto in contraddizione, scuro dietro il sole o nudo nell'acqua profonda. Senza protezioni, senza preghiere. Esposto alla fine e per questo sempre sulla difensiva, costretto a ritagliare strategie sulla pazienza, a identificare impulsi contrari in ogni regolare flusso.
Tutto è a strappi, si va velocissimi e poi lentissimi, si chiede tregua e poi ci si strugge per ferite diverse, si carezza il sonno dell'altro e si perde il proprio, la notte è figlia del caos e tra i due regni un uomo senza appigli deve trovare una qualche ragione per non precipitare.

Non sarà una settimana di sonno tranquillo a cambiarmi come persona e come uomo. Quando si decide di camminare tra spaventapasseri, manichini, parafulmini, trapezisti improvvisati e vite nascoste allo sguardo non si può prevedere che poco, si deve improvvisare, si deve rischiare.
Le due streghe hanno finito di rassettare la camera. Non le vedo più. Potrei averle alle spalle. O dentro. O potrei incontrarle tra un chilometro, gentili come apparizioni, professionali come comparse.
Il sonno che ho perso, così tanto da umanizzarsi, gioca con quello che ho voglia di fare, con quello che desidero, con le emozioni che inseguo.
Verso casa, ancora per strada, mi telefona un amico.
Come stai, scrittore bello?”
Non sono uno scrittore bello. Sto bene, ma non dormo”
Insonnia?”
No, la sindrome dell'alba”
Che significa?”
Lascia perdere, tu come stai?”
Perché non ti prendi una pillola, qualcosa? È un peccato che non dormi”
Già che peccato.
Ma io non dormo amico mio, io sogno e basta.


©Luca De Pasquale 2017






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