02/09/17

Il deserto oblativo


Finalmente piove.
Accolgo il primo lampo e il susseguente tuono con un sentimento di liberazione. Mi sta bene che l'estate infinita accusi un colpo improvviso, che si facciano largo i colori autunnali.
Ma è ancora troppo presto per ritrovare energie. Perché le strade puzzano ancora di fogne e di caldo residuo, il pavimento di casa è umido e si sporca subito, le persone sono ancora mezze nude e desiderose di code vacanziere. L'inverno è ancora lontanissimo, come il vero silenzio.
È un inizio, però.

Sono stanco di rumori, di chiacchiere, di grida e pianti di bambini, di tatuaggi esibiti, di volgari fotografie celebrative, di tormentoni e di romanzi da ombrellone, di flirt da villaggio vacanze spacciati per eternità prenotata e sesso in galassie sconosciute. Sono anche stanco delle continue lamentele di persone incontentabili, convinte di aver diritto a vacanze perpetue e spazi dove divincolarsi da problemi, brutti pensieri, ansie deformi.
A furia di volersi purificare, in troppi diventano saponi neutri, neanche buoni per lavarsi in campeggio o in un bagno pubblico.
L'ossessione sgrammaticata e virulenta della purezza, dell'equidistanza dal male, l'indegna gazzarra di chi vuole rimestare nell'amore senza concepire la malattia di riporto. L'ansia nevrotizzante di poter apparire sulla strada della guarigione rende schiavi e costringe l'anima a continui ridimensionamenti.

Sono stanco del karaoke della fede, della stupidità forcaiola dell'intolleranza al diverso, sono chiaramente disgustato da libri mediocri, profeti, stimolatori, mi sento impotente di fronte ai continui bignami spirituali che riempiono le bocche dei più verbosi.
Tu sei così, io lo so”
No che non lo sai. Non sai niente. Zitto. Distraiti o godi, fai quello che vuoi, non sai nulla. Supporre non è conoscere, avventurarsi non sempre è scoprire.
C'è tanta roba che da tempo ho deciso di restituire al mittente e da cui non lasciarmi mai coinvolgere: la fetida retorica del sesso come sport edonistico, tradizionalismo spiccio, animalismo di facciata, subdole forme di fascismo nelle piccole cose, spocchia intellettuale o sociale, e mi schiero senza nessuna esitazione contro mercanti, divulgatori dozzinali, prostituzione intellettuale radiocomandata, trucidi accumulatori di capitale, rampolli benestanti senza nessuna capacità di lettura del mondo circostante, blateranti complottisti da pitale, confidenti ipocriti e relitti di un passato affettivo finalmente rimosso senza bisogno di cure supplitive.

Via tutta questa merda.
Qual è il rischio, una forma complessa di solitudine aggiornata?
La solitudine non è un rischio, è una conseguenza e anche una scelta precisa, calibrata. Eppure, ogni forma di solitudine nasconde un viaggio da intraprendere, un bel viaggio senza ombrelli, senza reti di protezione, senza baci di riserva, dove non puoi sostituire gli aspetti scomodi con oasi a pagamento.
Questo è quanto mi interessa, non avere protezione, nessun tipo di maledetta, sciocca protezione. Se sbaglio, pago. Se faccio pena, cercherò di farmi perdonare. Se provo qualcosa, non lo nego. Se infastidisco, deciderò se restare a creare qualche scompenso o sparire.
Nei piccoli specchi d'acqua posso decidere io se nuotare o affogare, se pregare Poseidone per una possibilità o fare il naufrago per sempre.

Continua a piovere.
Il mio corpo inizia a rinvigorirsi, sono pure più bello, gli occhi hanno un'altra luce. Ho perso tempo, quest'estate, a tentare di spiegare perché vivere con un atteggiamento da suicida aiuti a sentirsi più liberi. Il fraintendimento e il melodramma sono sempre dietro l'angolo, quando si è sinceri fino a questo punto. Ebbene, io credo che colui il quale riesce ad assottigliare il confine tra presenza e sparizione riesca, in un certo modo, a gustare le emozioni senza lasciarsi sopraffare dall'orrore dell'ingiustizia, del mancato risarcimento spirituale e materiale, dai tradimenti annunciati e non, dalle tentazioni di assumere passo e marcia dei marcianti e dei tronfi figuri presi come esempi pubblici, penso che con lo strabismo del suicida attaccato alla vita si possa guardare nel fondo dell'animo umano senza che la vertigine blocchi i movimenti.
Sono tentativi, non ricette. Vaffanculo ai ricettari spirituali e ai bei pensatori da divano.
Ho accompagnato gli ultimi sguardi di mio padre, gli ho dato l'ultima sigaretta prima che non mi riconoscesse più. Ho perso degli amici, dei fratelli che non avevano il mio sangue, ogni giorno perdo litri e chili di amore in piccoli spostamenti e rinunce silenziose, il mio futuro sono chilometri di deserto che cantano all'imbrunire non cercando mai la melodia facile.
Mi dispiace, ma mi tengo la mia utile disperazione di vivere, la convoglio, la esorcizzo, me la scopo, me la sposo, la proteggo e la demolisco quando voglio arrendermi un po', però riconosco il colore e l'odore dei fiori, il fuoco altalenante e impossibile delle passioni non scelte, posso carezzare il volto di un bambino, di un anziano, posso guardare una donna dormire senza chiederle nulla in cambio.
La vita è così fragile e violenta, si perde tanto tempo. Sono anni che vorrei scrivere una lettera a mio padre e non lo faccio mai, sono forse secoli che cerco di spiegare quanta voglia di vivere ci sia nello sguardo di uno che si è perso tanto tempo fa e che considera la strada maestra un ignobile artificio, un cartellino da timbrare.

Mi piacciono forse i poeti maledetti, mi piace l'idea di un ricalco?
Ma quale ricalco. A ognuno il suo inferno liofilizzato, nessuna smania verso posteri e glorie rilegate. Dino Campana era un genio, come Rimbaud, Céline, Mallarmé, le anime torbide hanno qualcosa di stupendo che si muove nella nebbia e nel disdoro, nel rimpianto e nelle pene giornaliere.
Non sono un anima torbida e un genio neanche per idea. Mi limito a osservare il deserto, a riempirlo in qualche modo, ma ogni visione e ogni sosta hanno un costo altissimo.
Colloco un sogno nel nulla e il deserto, prima o poi, si allargherà. Saputo questo, è una questione di coscienza personale e forse di coraggio decidere cosa fare. Ma la vita i suoi colori non li perde, anzi il deserto li rende trascendenti, gli ordinati e poco presuntuosi miracoli del cammino in avanti con la scimmia abissale a riderti sulla spalla. Anche se ti innamori.


©Luca De Pasquale 2017






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