04/09/17

Allo specchio, senza vendetta


Nel giochino sociale “andiamoci a fare una pizza” l'elemento più importante per tutti è quel che si mangerà, come si mangerà e quanto si pagherà. Il focus è quello, e chiaramente incluso nel menu mentale c'è l'abitudine che ognuno dica la sua: “Da Agamennone la pizza è più buona, più morbida”
No, da Eurialo a Forcella usano una farina speciale che hanno solo loro”
Vi sbagliate entrambi: Giona a Pozzuoli fa delle alici marinate che secondo me sono anche afrodisiache...”
Quello che conta per me, invece, è il cammino prima di andare a cena, dopo, e l'aria che si crea, l'ambiente mentale, il tono della voce, il colore degli sguardi.
Il durante, e quel che si infila in bocca, per me non ha nessuna rilevanza. Non rimane. È un passaggio, bocca, stomaco e digestione e poi chissà.
Credo di non aver mai espresso un parere su una pizza in tutta la mia vita. Anche quando andavo ogni giorno in trattoria con i miei colleghi, non facevo caso a dove mi trascinassero. Mangiavo un piatto di pasta, poi per me il pranzo era concluso: passavo prima alla sigaretta e poi alla richiesta del caffè.
Di sera lo scollamento tra “ambiente” e cibo è vertiginoso, perché io sono uno che si fa distrarre dalle luci dalla notte e da tutto quello che mi si accende attorno. Che sia un movimento, uno sguardo, un differente tono di voce, una luce lontana, lì nella cartolina del mare giocattolo.

Anche stasera ho fatto più caso al percorso e alle luci della sera che al posto dove siamo finiti a mangiare. La comitiva è sperimentata, ci vediamo una volta ogni tre anni e cerchiamo di recuperare il tempo perduto, ma sono fuori fase.
Si parla di persone che non conosco. Non chiedo chi sono. Marta ha quell'aria afflitta che conosco bene: amori in corso. Non le chiederò nulla, troppo facilmente passa dall'esaltazione alla disperazione, passando per cartomanti, candele indiane, fondi di caffè e haiku. Non voglio saperne niente.
Fabrizio è ridicolo con le sue dimostrazioni muscolari di intelletto, Luigi ama somigliare a un ibrido tra Sgarbi, Bukowski e Che Guevara, uno spettacolo inguardabile che non mi ha mai fatto effetto. Figuriamoci adesso.
Maddalena e Andrea costituiscono la coppia formata da tanto tempo, si vede che si annoiano, li guardo e mi chiedo chi dei due si farà prima un amante, se non è già accaduto. Forse no: sarà un figlio, anche adottivo, a salvare il loro rapporto. Non ci avevo pensato.
Dario è quello che mi è sembrato sempre più simile a me, ma c'è una nota di depressione nella sua voce, nei suoi aneddoti incolori e un po' vittimistici, c'è una rassegnazione che chiede aiuto. E questo non può piacermi. Non potrà mai piacermi.

La verità è che sono ormai anni che non abbiamo nulla da dirci, che non ci arricchiamo più di dettagli, di veri scambi. Un'armata Brancaleone tenuta su solo dal passato certificato, da certi dolori condivisi, da pochi momenti di ebbrezza, da molti fallimenti e qualche botta di sesso non confessata ma conosciuta ai più. Certo, c'è l'affetto. Ma anche una stanchezza che mi è difficile descrivere con parole efficaci e rappresentative. Fabrizio mi chiede cosa penso dell'ultimo disco degli U2, cercando di sollecitarmi su qualcosa che mi smuove sempre, la musica. Ma Fabrizio non sa che non seguo gli U2 dai tempi di “The Joshua Tree” e che non saprò rispondergli a tono, più di un'opinione raccogliticcia non posso riferirgli.
Sono svogliato, oltretutto i miei vecchi amici mi fanno storie pure per la sigaretta a tavola, che è come chiedere a un cieco di non usare il bastone e il cane. Ordinate pure il pesce, dico ammorbato, vado fuori. Ricordatevi che non mangio pesce e non parlo di politica a tavola, altrimenti mi date dell'estremista.
Aspetta, chi è che anni fa mi soprannominò “Hazet 36”? Dev'essere stato Andrea, è lui che ha queste uscite un po' reazionarie.
Nell'alzarmi, noto una donna bionda vestita di bianco. È leggermente discosta dal suo tavolo, ha le gambe aperte. Forse non ne è consapevole. Sono stufo di serate tranquille e riflessive, soprattutto con dei cadaveri imborghesiti come i miei ex compagni di scintille e tempeste. Che tristezza viverci oggi in questo modo. Dov'è lo sbaglio, dov'è l'assurdità di voglie e speranze, dove è finito il coraggio di misurare il tempo rimanente con il metodo del rischio?
Mi alzo. Ho un brivido nella schiena e poi nei pantaloni, una lancia di aghi tra stomaco e cazzo, passa subito. Io e quella donna dovremmo andare a fare sesso in bagno, veloce, consensuale, disperato e inutile. Così avrei un alibi per sentirmi peggio e non valutare le mille miglia di polvere e oasi sgomberate tra me e i miei amici.

Dario, Fabrizio, Maddalena e Andrea non fumano più. Dario vota per il Movimento Cinque Stelle. Maddalena mi ha chiesto ora dove mi posiziono. Nel culo mi posiziono, cara Maddalena. Dove dovrei collocarmi? Non mi colloco. Ma lei insiste, vuole un nome. Lo vuole per forza. Mi prende in giro da anni, sostenendo che scelgo sempre piccolissime formazioni di sinistra non governativa, autarchica, neanche legata a centri sociali e movimenti. E ha ragione. E allora per lei mi invento il nome del mio nuovo partito, RPM, che sta per Raccordo Proletario Marxista.
Contenta, ora? Ti fa sorridere, ti pacifica il mio estremismo esotico e innocuo? È questo che vuoi? Io faccio quello che mi chiedi, siamo burattini che stanno imbiancando i capelli e perdendo baldanza.
Io, diversamente, non ti chiedo i libri che leggi, le banalità che ti sembrano oro colato, le stronzate alla moda del bel pensiero di cui parlerai con altre anime pie tra un concerto e una gita. Non voglio sapere e non voglio giudicare. Contentati del mio esotismo perdente, mia cara amica sbiadita.

In sere come queste resta solo la carica sessuale a somigliare, in un modo un po' deforme e sfuggente, alla vitalità. Ecco perché si pensa di poter andare a scopare contro la porta di un cesso, con il diavolo che ti ride dentro come un carillon fuori giri. Dopo il sesso, l'ho imparato, il deserto è sempre più rumoroso, ti accerchia, ti stupra e ti calma insieme. Costruire stabilità è un incubo quando dentro suoni trattenuto, contenuto, condannato a delle maledette formalità colloquiali che hai sempre disprezzato. Mi sono sempre sentito un animale, anche quando sono stato calmo e gentile. Ma non posso dirlo a questi amici/ex amici ai quali comunque voglio bene e che non meritano una serata di stridore emotivo.

Finisco di fumare, vado al cesso. Mi bagno la faccia. Mi sento scoppiare e non ho neanche fame. Generazione '72, segno dell'Acquario, ribelle, scollato, accecato da troppa luce voluta, distratto nel non amare dal senso di colpa delle differenze.
Entra la donna vestita di bianco. Che abbia avuto... lo stesso pensiero? Che mi voglia per distruggere questa notte senza vento, quest'assurda notte interlocutoria inginocchiati a non pregare niente?
Nuovo brivido tra stomaco, cazzo e testa. Bocca secca. Chi le manca? Chi l'ha ferita? Che vuole, cosa cazzo vuole dalla vita? E io?
Ci facciamo male? Sbagliamo? Sbaglio da sempre, ma ti avverto: dopo il sesso il deserto ti mangia anche i ricordi. Li dilania e poi piangerai. Si finisce sempre per piangere, quando si è soli.
Non voglio tornare da loro. Non voglio tornare da me stesso. Non voglio scopare per il senso di orrore della realtà e dei rapporti. Non voglio che ci scopiamo qui dentro, con il fiato corto, per poi magari innamorarci delle nostre reciproche malattie. No, io...
Esce, non mi degna di uno sguardo.
Sono salvo.

Torno al tavolo. Trasfigurato, bagnato, un sorriso stuzzicadenti che sembra un bacio di Glasgow non geometrico. Incrocio gli occhi di Marta.
Abbasso lo sguardo.
Nel mio piatto, enorme, c'è una pizza marinara. Non la valuterò. Ho già voglia di un'altra sigaretta e di andare a guardare le navi che passano, maestose e festive, sull'orizzonte notturno gratuito che questi posti offrono.
Che fatica accontentarsi, che fatica non bruciare il tempo, azzannarlo alla gola, minacciarlo, espropriarlo.
Che fatica accettare tutto l'amore distrutto ai passaggi non segnalati delle troppe maree.

©Luca De Pasquale 2017


Scritta ascoltando anche:
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