28/09/17

A fronte precipitium, a tergo lupi


Il lupo non si preoccupa di quante siano le pecore.
Publio Virgilio Marone

Ho sempre detestato la retorica delle grandi imprese. Dei fatti straordinari, dei mezzi o completi miracoli, o quelle maledette storie che il lieto fine te lo sputano in faccia dall'inizio.
Fino a qualche anno fa me ne strafottevo anche di quelli che non arrivavano a fine mese, che mi sembravano tristi, patetici, mentalmente limitati. Le loro lamentele mi ammorbavano, la loro aria sconfitta mi faceva pensare al suicidio. Non al loro e non al mio, al suicidio come concetto sospeso nell'universo dell'uomo, l'uscita di servizio, il lancio nel vuoto con l'ultima dannazione al petto, non certo la croce di Cristo.
Mi annoiava la tiritera della lotta già sconfitta, degli stenti, dei denti sporchi, del discount sotto casa, delle coppie che smettono di chiavare, dei buoni cristiani che smettono di credere, dei genitori che smettono di ragionare.
In fondo, anni fa mi piacevo abbastanza. Mi consideravo un animale mal costruito fatto su misura per il vuoto, per gli spazi da riempire, per le aspettative da rispedire al mittente insalivate e smontate, per le storie d'amore che nascono da un equivoco e, dopo un po' di sperma e di promesse, finiscono nel tritarifiuti delle paure, prive persino dell'alone del rimpianto.

In verità, a fine mese ci sono sempre arrivato a fatica, anche quando avevo un lavoro contrattualizzato. La metà dello stipendio se ne andava nel fitto di un buco qualsiasi, l'altra metà sbiadiva malamente tra la spesa, le sigarette, qualche seratina estemporanea e naturalmente i dischi. Almeno quelli mi toccavano. Ma non mi lamentavo, così come non mi lamento adesso. Ero abituato a un certo tipo di rinunce. I miei genitori hanno smesso di andare in vacanza nel 1981 perché d'estate si doveva risparmiare per l'inverno. Io stesso ho vissuto tre anni senza scaldabagno: la mattina acqua gelida, caffè, sigaretta, al lavoro e vaffanculo in ogni caso. Lo scarso maneggio di moneta mi ha indurito come persona, ha aguzzato il mio ingegno, ha facilitato l'espansione del sentimento d'orrore che provo per i molli privilegi neanche apprezzati dai più fortunati. Non ho mai pensato di essere un perdente o uno sfigato per la mia condizione di cattivo pagatore e investitore nullo; semplicemente mi arrangiavo, consentendomi quel che potevo e lasciando perdere stravizi che neanche mi interessavano.
Quando qualche amico con forte jeu de poche veniva a raccontarmi di qualche fantastico viaggio, ascoltavo con pazienza e bonomia, senza interagire. Limitandomi all'ascolto. Lo stesso atteggiamento che ho sempre tenuto con chi è venuto a vantarsi di aver ricevuto un fantastico pompino da una modella o una promozione cum laude nell'azienda di famiglia. Idem dicasi per certi che non vedevano l'ora di informarmi del fatto che avevano firmato un meraviglioso e lucroso contratto editoriale con una major. Forse mi sono complimentato, senza scompormi. Queste esternazioni mi sono sempre apparse patetiche, delle inutili rivincite con uno che non giocava nella loro squadra e mai ci avrebbe giocato. Come se io andassi a vantarmi della mia collezione di rock francese con un appassionato della canzone marsicana. Sono atteggiamenti da spogliatoi di calcetto, dove tiri fuori il cazzo e preghi allo stesso tempo che quello accanto a te non sia un bananiere importato da un regno negro e spietato in quanto a centimetrazione.
E oggi è tutto diverso.
Ora me ne fotto e come, di quelli che non arrivano alla fine del mese. Non mi limito a compatirli o ad assumere quell'aria drammatica e ipocrita dei più. E non solo perché -bene o male- sono entrato nel loro mondo dalla testa ai piedi. È che ora li vedo, li incrocio, li conosco, e sono scioccato dal fatto che cercano in tutti i modi di trovare la loro colpa, il motivo per cui versano in queste condizioni.
Dove ho sbagliato?”, si chiedono. “Che difetti ho?”, insistono. Io non ho la risposta, non ce l'ho nemmeno per me stesso, ma una cosa è certa: quella risposta non ci serve. Non ne abbiamo bisogno. Perché la domanda è mal posta dal principio, è una domanda di merda che presuppone un giudizio di valore che nessuno può arrogarsi il diritto di mettere in mezzo.
Dunque funziona così: dovrei pensare di essere difettoso perché non ricopro cariche verticistiche, perché non contribuisco al benessere generale, perché posso risultare un peso morto per gli iperattivi e gli affacendati, e soprattutto perché non posso avere accesso a servizi e pratiche che migliorino il mio tenore di vita, il mio umore, e che possano calibrarsi sulle mie migliori prerogative per accrescere lo charme e la capacità di sedurre vita e persone.
Questo significa farsi male con un pensiero masochista e anche cretino. Lo rifiuto recisamente. Mi interrogo invece su altre questioni.

Il cielo si può vedere anche dai piani bassi?
Riuscirò a essere un lupo come ho sempre desiderato? Lo sono in parte?
Ora che ho aperto altri occhi sono meno forte?
È mai possibile che il vento della notte possa rivoltarmisi contro dopo tanti anni?
La libertà è un'arma appuntita, un tragico rischio, oltre ad essere un'utopia?
Perché sorrido sempre quando non sono visto?
Se comprendo qualcosa di un'altra persona, finisco per rubarle qualcosa?
Sono alcune delle domande ricorrenti che mi formulo con aria ieratica e grave. A volte mi rispondo con franchezza “non rompermi i coglioni, stronzo” e tiro avanti. Altre, mi limito ad aspettare il giorno seguente senza sentirmi più padrone di niente. Ed è quello che cercavo. Perdere tutto, diventare un azzardo cromatico, un taglio sulla tela che però non finirà mai all'asta come capolavoro.
Tutto un disegno per arrivare con la testa sgombra sul punto più alto di una vertigine senza contorni e finalmente poter ululare alla luna senza sentirmi sorvegliato. Poi, a conti fatti, potrò anche morire.


©Luca De Pasquale 2017


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