06/08/17

Scacco all'alba


Alle sei sono in piedi.
Sbrigo la formalità del caffè più sigaretta, preparo il pc sul tavolo della cucina, mi sento carico. Come tutte le volte che non riesco a dormire più di quattro ore, risveglio più, risveglio meno.
Sì, starò meglio, svuoterò il fantasma”, mi dico. Il tempo sa essere così lento d'estate, e il mio sangue così assurdamente caldo e confusionario.
Scrivo le prime due righe, mi sembra di ingranare, sento di poter dare il meglio, con la consueta modalità lampo che preferisco. Scrivere senza rileggere, senza preoccuparmi. Il blog nasce dal mio impellente desiderio di non rimanere invischiato nell'editing e nel gusto altrui.
Questo blog non rispecchia nemmeno i miei gusti, considerato che lo invado di tossine schermate e di luci veloci, senza neanche trovare il tempo di amarle davvero.
La finestra è aperta. Arrivano odori. Odore di bagnoschiuma femminile, e poi di bruciato e ancora, latte, fumo, estate e autocombustione.
Le mie mani si fermano al quarto rigo. Eppure sentivo di avere tanto da scrivere, tanto da “cacciare”, come diceva quel maestro che si è eliminato in tempo per non diventare leggenda.

Finisce che mi alzo. Apro degli sportelli, dei cassetti, fingendo di cercare qualcosa di familiare. Ma qui niente mi è davvero familiare: nemmeno l'odore dei miei genitori, che percepisco ancora anche se mio padre è morto da più di dieci anni e la sua assenza è un lago fermo e odioso, carbone sciolto e me sulla riva.
Esco di nuovo sul balcone. L'urgenza di scrivere arretra di fronte a un'inquietudine differente, sabbie mobili vaporizzate in queste zaffate di bagnoschiuma e fuoco spento.
Oggi non riesco a scrivere, me lo dico nell'orecchio; non barcollo, incasso il colpo, penso che forse non c'è la luce giusta.
Perché l'alba e la notte sono sempre le luci giuste, ma può capitare che una sfumatura, un odore, un sogno non digerito inquinino tutto e mi obblighino al silenzio.

Da fuori, dopo aver acceso un'altra sigaretta, guardo la mia postazione. Il pc, il bicchiere, la tazzina, il pacchetto di Camel stropicciato, la confezione di cornetti.
Non mi conforta sapere che la casa consta di altre stanze e di altre possibili postazioni per scrivere. Sono abituato a scrivere in monoambienti, dove possibilmente mi risulti difficile riconoscermi e ricordarmi dettagli della mia vita che reputo ridondanti e spenti.
Il tempo sa essere così lento d'estate, me lo ripeto. Granuloso ma anche scivoloso, perché per una sola sensazione rapida si rischia di tornare indietro in un punto senza identità. E i punti senza identità sono quelli che fomentano le peggiori nostalgie.
E i movimenti che non compi ti spostano di lato, a fianco di te stesso ma non vicino, certamente non solidale, sicuramente non complice.
E così, oggi so che non scrivere mi collocherà inutilmente in un'altra stanza di questa casa, a picco sulla mia storia personale, come un giocattolo tra gli affetti persi, gli amuleti mutilati di un passato disattento e mai metodico. Il mio non scrivere mi sottrae intere porzioni di amore grezzo e disperato, tanto varrebbe che ora mi mettessi a stirare vecchie camicie in mutande, con la radio accesa. Semplice, definito, parte viva del mio continuarmi. Non scrivere mi sottrae l'acqua e dunque il respiro. Detesto che le mie onde diventino cemento e i miei sogni si smarriscano nella pazienza.
Tutto il fuoco che mi riporto dentro come uno scolaretto deluso è autocombustione, è nuovo silenzio tra vene e impulsi, è accettare i minuti fiacchi, quella stupida resa al giorno senza pretese che ha permesso a tanti uomini di realizzare imprese inconsapevoli.
Dovrò restare sveglio troppe altre ore per apprezzare i suoni della sera, il rito di vecchi sconosciuti amici che vengono a spegnermi le luci sotto gli occhi. Sarò troppo stanco per mangiare quel nuovo odore, quello delle linee del buio, quello che somiglia alle braci appena accese, alle allegre tavolate sempre boicottate.
Oggi non scrivo.
Sciopero interno, notte interiore, camera iperbarica a soqquadro. Oggi i vestiti non hanno colore, gli amori non hanno mani e artigli, la musica non ha variazioni, oggi si annega tra due meravigliose rive silenziose, si annega su un atollo di cemento che è discarica di oggetti di famiglia.
Scacco, sciopero, lentezza.
Il gioco muore a metà strada, mentre prendo l'acqua per le piante e decido di lavare i piatti e poi, forse, di vestirmi da pagliaccio accaldato.
Oggi non scrivo: oggi sono sciopero, parco demolito, uomo che non ama e non recupera lancette nella sabbia scambiandole per segnalibri.
Oggi sono il buio che non sa parlare, come da bambino, e può darsi che io sia più bello. Inutilmente bello.


©Luca De Pasquale 2017

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