09/08/17

Rimuovere, ricominciare, appassionarsi, rimuovere


"Non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto, raccontare è semplicemente questo, è un patto, un incantesimo, il filo invisibile che ci lega al ricordo, al fatto che gli eventi e le persone ritornino come ombre, il giorno in cui lasceremo l'incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, quel giorno noi stessi saremo soltanto un ricordo o un'ombra”
Daniel Boltanski

Ho riletto molta roba che ho scritto negli anni scorsi. Capita di rado, in genere finisce male. Non mi rileggo volentieri, anche perché spesso ritrovo cose che speravo dimenticate, rimosse. Distrutte e oltraggiate. Invece sono ancora cicatrici che drenano, come vita desidera. Non posso oppormi.
Rileggendomi oggi, mi rendo conto che sono io stesso una ferita aperta, i cui punti sono saltati allegramente due vite fa, e che mi piace così, mi sento meno idiota.
Rileggendomi, mi accorgo anche che la mia idea circa il fatto che ho vissuto al massimo tutte le passioni provate è fallace e illusoria. Non è vero che mi sono sempre lasciato andare, amare o morire. Non è vero, bugiardo, sventato illusionista.
Qualche volta non me lo hanno permesso, ma è vero che spesso sono stato io a lasciar perdere, sotto le insegne di una ragione fredda e cinica di cui sono perfettamente capace quando capisco che per vivere una passione dovrei diventare una bella copia del mio precipizio.
Del resto, ho sempre saputo di essere un diversivo esotico e oscuro, ma di ispirare al contempo una smania di normalizzazione che è come dichiararmi guerra.
Rileggendomi, infine, mi sono ricordato che a quest'ora nei miei piani dovevo vivere a Firenze e dintorni, per assecondare quel desiderio violento di essere dimenticato e dimenticare, quella voglia lurida e luminosa di sparire anche dalla memoria, dai corpi, dalle lettere d'amore, dalle rubriche telefoniche degli amici, delle donne, delle curiosità.
Ho sempre sperato di poter ricominciare altrove, quasi come un killer redento. Ricomnciare e rimuovere tutto quel pasticcio emozionale che chiamiamo passato. Sì, magari in provincia di Firenze. In una camera con niente alle pareti, solo dischi, libri e piccoli mobili senza spigoli, senza ricordi, senza vecchi odori.
Non raccontare niente di me a persone nuove, a compagnie femminili. Niente. Se costretto, solo menzogne. Educate bugie di contenimento. Con una voce calma, serena, senza incrinature.
Questo volevo, questo pensavo mi servisse. La vita mi ha respinto la forbita ma sentita domanda di esilio volontario e ne ho preso atto.

Oggi la schiena mi permette di muovermi non solo a sinistra di me stesso, anche al centro. Solo a destra la cloche è bloccata, il lato destro si rifuta di garantirmi il minimo stagionale. Ne prendo atto e mi muovo come una specie di rapace ora scattante ora invecchiato e legnoso. Ho il tempo di pensare, di provare. Di pensare che “aggiustarsi” strada facendo non è opportuno né intelligente. Tararsi sulle aspettative altrui è pura follia e anche miseria esistenziale che rifiuto più violentemente di sempre. L'arte del compromesso non ha niente a che vedere con il reale ingegno umano.
Ancor di più respingo l'idea oscena di presentabilità. Che sia sociale, umana o ambientale. Nessuno può stabilire criteri di presentabilità, così come comportamenti giusti o ingiusti in materia d'amore.
Respingo con foga introversa l'idea di dover scrivere ciò che mi si chiede, quello di cui i lettori hanno bisogno. Parole che facciano bene, nello specifico. Ci sono tanti scrittori innamorati delle progressioni armoniche della vita, il mercato è saturo e io mi trasformerei in un imbecille snaturato, vile, uno che scrive con il rivolo di saliva che cade sulla carta (immaginaria).
Le mie leggi sono chiare e non sovvertibili: i feriti, non i guaritori. Che siano maledetti i guaritori.
Gli scacciati, non gli accolti. Le pietre scure di piccoli scandali, non quelle filosofali. Le donne con il fascino irreale e magico del dolore trattenuto, non i corpi allegri e impetuosi, dominatori e fragili solo cinque giorni l'anno.
Le famiglie contraddittorie, scomposte, difettose, non quelle Barilla. L'impiegato che si fa venire un'ulcera, non il capo innovativo. E via dicendo. Sono qui per questo, sono un uomo infiltrazione, non sono un idraulico emozionale che rattoppa e sostituisce pezzi.
Preferisco essere cancellato che frainteso e indirizzato altrove. Voglio sfiorire con la coscienza a posto, desidero la crescita spontanea dei dubbi, sono preparato alle erosioni, alle rughe, ai conti che non tornano.

Quello che scrivevo cinque anni fa era duro ma ancora ingenuo in parte. Evidentemente speravo in traiettorie rocambolesche che avrebbero dovuto portarmi verso l'ambita meta, la silenziosa rifioritura in stato di lontananza perpetua.
È così difficile essere una lontananza. Si finisce per far soffrire troppe persone, anche quando non si è tanto importanti per qualcuno un vuoto volontario è materiale perlopiù inaccettabile e motivo di rancore. Scegliere continuamente distacchi è una responsabilità spesso troppo gravosa. E allora impari ad atteggiare la bocca a un dubbio che non genererà azioni di rottura, scegli di restare e accendi un'altra spia nel tuo stomaco, sistemi una nuova sbarra che ti dividerà da quella scena che ami da morire, le stazioni di notte sotto la pioggia, a telefono spento.

L'istinto di fuga e sparizione mi tormenterà per sempre. È come un arto aggiuntivo, sul lato sinistro della mia ombra più accorta. Non avrei fatto come molti miei amici, che andati via dalla città natia e dalle loro cerchie hanno intensificato i loro rapporti con i mondi precedenti, e che in fondo sono andati a migliorare. Gioco sensato di nostalgia che non stigmatizzo affatto. Se fossi riuscito a fuggire, avrei scelto un silenzio differente, un altro nome, una necessaria omertà riguardo tutto il vissuto. Questione di scelte.

E mentre correggo vecchi racconti che non ho mai proposto e pubblicato, mentre riordino confessioni crude e invecchiate, da una finestra vicina distinguo con nitidezza che una coppia se la sta spassando, magari circondata da ventilatori. La donna non si sente, l'uomo ovviamente sì. L'individuo gracida qualcosa di sconcertante e sinceramente raccapricciante: “ti amo ti amo ti amo piccolina mia ti amo ti amo oh che ti sto facendo e quanto ti amo ti desidero sei mia sei solo mia staremo insieme per sempre oh sei mia sì sì Madonna come sei ancora e quindi senti Dio Dio Dio quanto ti amo”
Odio alla follia gli uomini che vogliono essere sdolcinati durante il sesso e che addirittura si avventurano in promesse e banali considerazioni soggettive.
Fossi una donna, direi loro “togliti di dosso, stronzo chiacchierone” e li lascerei lì a pensare a quanto l'entusiasmo porti le persone a dire cazzate insopportabili.
Gli uomini che sono continui sponsor dell'amore vero e del sesso tenero e fedele mi ispirano una repulsione totale e crescente. Non hanno capito un cazzo, è il caso di dirlo. Durante il sesso si muore, si sbanda, si entra nella stanza dei demoni, è tutto così pericoloso che bisognerebbe tacere invece di rendersi ridicoli.
Quando l'uomo eiacula, regala a tutto il vicinato un lungo rantolo che ricorda un karaoke malato di “Se tu non torni” di Miguel Bosé. La donna non ha emesso un suono.

Mi accendo una sigaretta, lieto che questo strazio uditivo sia terminato. Il lato sinistro del mio corpo mette su un cd dei Mötley Crüe. Sì, li adoravo. All'epoca si diceva che fossero un fake, venivano disprezzati nel calderone dell'hair metal, ma io amavo le loro provocazioni, il volgare street rock'n'roll che sparavano fuori, persino le loro allusioni sessuali, certamente più degne dei deliri amatori del coglione di prima. Torno ai miei sedici anni, durante “Looks that kill” quasi mi viene voglia di muovermi. Ecco, questo è uno dei tanti motivi per cui non sono mai entrato nell'intellighenzia creativa cittadina. Gusti non sdoganabili, amore per il rock macho, la tendenza a trovare nel triviale una verità che certa poesia non avrà mai.
Non posso scrivere sempre e solo di notte e di amore”, dissi una volta a un amico un po' ovvio che mi rimproverava di essere spesso osceno.
E lui: “Hai pensato a un giallo? Sarebbe una sfida”
Non lo sento da allora. L'ho detto, i distacchi mi piacciono. Mi fanno sangue. A volte più del sesso.

©Luca De Pasquale 2017












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