10/08/17

Lo stuntman esistenziale


Dopo aver deciso allo specchio che non reggo più a vedermi capellone, faccio la mia prima esperienza dal barbiere di paese.
Il barbiere di paese è molto diverso da quello di città, per tutta una serie di motivi. Primo fra tutti, le persone che gravitano attorno alla bottega: una miriade di vecchietti, altri negozianti, pescatori.
All'inizio mi spavento, sembra che davanti a me ci siano almeno quindici persone ma poi scopro che no, sono tutti lì a fargli compagnia.
Il barbiere è da solo, non ha nessun aiutante. Non c'è il ragazzo dello shampoo, non c'è il giovane apprendista, la manicurista figuriamoci. Lui è solo. “Sto qui dal 1970”, mi dice.
Sono quarantasette anni!”
Voi quanti ne avete? Siete un ragazzo!”
Quarantacinque”
Non si direbbe! Complimenti!”
Grazie”
Dopo un'iniziale diffidenza, comincio a sentirmi a mio agio. Tutti quelli che entrano sono lavoratori, pensionati o disoccupati “sostanziali” come me. Il disoccupato sostanziale è una figura tipica dell'Italia di merda di oggi: si tratta di un tizio generico con delle presunte qualità e non più svezzabile, il quale si prodiga in piccoli lavoretti ma alla fine non ha un fisso mensile e probabilmente non lo avrà mai più. Alla faccia delle prediche luminose degli ottimisti e degli “impossibilisti”, quelli che ti dicono “ma come è possibile, uno come te... forse sei tu che non vuoi lavorare perché altrimenti non si spiega”.
Okay. Sistematelo a portafoglio e accendi il vibratore a forma di crostaceo. Vai.

Durante il taglio, come sempre, penso a varie cose. Primo, che somiglio davvero troppo a mio padre. Lui si incanutì definitivamente a cinquant'anni. Io sono brizzolato, sono avviato alla stessa sorte. Solo che mio padre era un distinto signore “bene” dall'aria fragile e indifesa, mentre io mi sento un cane dell'inferno e dunque non voglio traspirare troppo dolcezza.
Secondo, penso al giornalista che ha scritto un pezzo contro chi si indigna nei confronti del tormentone estivo latino e di quel demente del godurioso “enjoyer” Vacchi. Una di quelle classiche difese controcorrente da bastian contrari che finiscono per risultare delle sferzate reazionarie sotto il solleone estivo. Io penso che Vacchi dovrebbe essere sequestrato da dieci vecchi ex operai dell'Italsider e costretto a mangiare ceci crudi con una bandana in testa. Niente di più. E quanto ai tormentoni estivi difesi da presunti santoni della musica, ne faccio volentieri a meno.
Terzo, penso che oggi non voglio cucinare un cazzo. Neanche la pasta. Panini al prosciutto e ventilatore, telegiornale, caffè e sigaretta. Le stesse cose che facevo quando tornavo dal lavoro. Bisogna simulare normalità, bisogna accettare i nuovi limiti senza impazzire per questo.

Guardo le mani del barbiere, mani rugose, da lavoratore, affusolate e rovinate. Sento il suo fiato speziato ma non orrendo dietro le orecchie, ubbidiente sposto la testa secondo gli impulsi che le sue dita mi trasmettono. C'è appeso un calendario con una donna nuda. Perfetto. Mentre lui taglia e sistema, passa una bionda con una canottiera nera e dei pantaloncini rossi praticamente ritagliati su carne. Ci giriamo tutti ed è perfetto anche questo. Qui dentro non dirò mai che scrivo, non voglio passare per un coglione. Perché alla fine avrebbero ragione loro: quasi tutte le persone “scriventi” che conosco sono dei coglioni di rara intensità, degli autonauti in camicia madida che si masturbano da anni con risultati alterni.
Non sento alcuno spirito corporativo in quanto a scrittura e affini, non voglio entrare in alcun giro di callidi pensatori, non mi va di impernacchiarmi per declamare i miei deliri, mi basta sistemare il pene a sinistra e lavare i denti. Niente sovrastrutture, niente dandysmo nerd, niente “io ho tanti amici scrittori”.

A taglio quasi ultimato, qualcuno entra in barberia a chiedere dello zucchero. La ragazza che lavora in tabaccheria ha avuto un malore per colpa di Lucifero. Scatta subito una gara di solidarietà e il barbiere stesso mi abbandona per qualche minuto per andarsi a sincerare. Mi piace questa scena. Tra scrittori queste cose non succedono; e nemmeno tra dipendenti di aziende private, ormai ridotti a subalterni ruoli di delazione e crumiraggio, povera gente come me con la scodella in bocca e l'incubo di dover acquistare il televisore di ultima generazione per non fare figure di merda.
È tanto carina quella ragazza, ma ultimamente sta spesso male per il caldo”, mi dice Ferdinando.
Mi dispiace molto”
Tu la conosci?”
Ci compro le sigarette”
Pochi minuti e Ferdinando ultima il taglio. Va benissimo. Dieci euro. Prezzo proletario. Io ne avevo preparati quindici. Sorrido, gli stringo la mano, gli auguro buona prosecuzione d'estate. Sabato va in ferie.
E voi quando andate in ferie?”, mi chiede quando sono sull'uscio.
Sono in ferie da quattro anni. Mi sono licenziato dopo undici anni, prima che mi costringessero a... lasciamo perdere”
Mi dispiace molto. Ma vedrete che troverete, siete giovane”
Ho quarantacinque anni, come vi ho detto...”, dico, con un mezzo sorriso.
Ai centocinque ne mancano sessanta, no?”
Arrivederci... e grazie”
La battuta giusta, il taglio giusto. Niente prediche. Nessuna stronzata a rimorchio di improvvisazioni analitiche senza costrutto. Nessun commento populista a creare panico attorno. Tutto regolare e a misura d'uomo, come piace a me.

E mi ritrovo per strada, con i capelli corti. Ora somiglio meno a mio padre. La gentilezza nei modi e nei pensieri che ha conservato sino all'ultimo giorno della sua vita io l'ho persa per strada da tempo. L'ho venduta, male, per qualche sogno sbagliato. L'ho usata quando non serviva. Ne ho lasciato tracce in abbracci che si annunciavano delle recite a soggetto.
Il telefono mi dice che per strada ci sono 41 gradi. Se ne percepiranno almeno 53. Sono tutto sudato.
Non mi manca il mare e non mi mancano vacanze e viaggi. Mi manca invece quella gentilezza che per qualche anno ho distrattamente nutrito con incoscienza. Mi manca quello sguardo curioso e ingenuo che buttavo su tutto, aspettandomi sorprese, colpi di scena.
Invece sono un disilluso con la notte in faccia a rischiarare le parole meno stupide, sono un viandante con poco bagaglio dietro e un'idea fissa, catturare della vita quei momenti che anticipano gli errori e le traversate solitarie, quei momenti in cui senti che tutto è possibile e che la tua dignità potrebbe essere un'impresa vincente.
Ma è chiaro che mi faranno fuori prima. Chi? Ah, non so. Forse, le mie stesse controfigure. Ho mandato in giro tanti di quegli stuntman esistenziali che ho perso il conto.

©Luca De Pasquale 2017


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