07/08/17

Kirillov e il dito in bocca


Stupido, anche io sono un vigliacco, come te, come tutti e non un uomo perbene. Gente perbene non c'è mai stata”
Kirillov ne “I Demoni”

Io capisco chi ha rinunciato, chi si è autodistrutto, chi si è lanciato troppo oltre, sapendo di non poter tornare indietro.
Capisco benissimo cosa può spingere un individuo ad accorciare il rito, a decidere, di punto in bianco, non tanto il suicidio quanto una sorta di ammutinamento perpetuo.
Provo un certo disgusto, di cui naturalmente sono lungi dal compiacermi, rispetto a tutta l'autoconservazione maniacale che vedo in giro, il volersi sempre e comunque tutelare, l'inoltrarsi in favole di rinascita e di amore per ritrovare vigoria, uno spirito costruttivo, eccetera.
Mi dispiace -neanche tanto- ma non sono dalla parte di chi compie un lungo viaggio per edulcorare il suo dolore e torna più scontento di prima. Non sono dalla parte di chi si cura, in buona sostanza.
Per partito preso, sono quasi contrario all'ossessione di guarire. Mi sento vicino e affine a chi pianta tutto e tutti in asso, a chi si è stancato di esibire la parte di volto in luce, a chi fa retromarcia davanti ad altari minacciosi che propagandano la via crucis come mezzo per trovare Dio o chi per lui.

Ci sono giornate, come questa e altre, in cui in mezzo alla gente distinguo la mia figura, il mio portamento qualche volta claudicante, ma soprattutto quel pulsante di autodistruzione che si illumina come un citofono di notte.
Mi rendo conto di non avere particolari legami con gli oggetti, di non riconoscere il curriculum delle persone vicine e consuetudinarie, sono consapevole di non provare nessun tipo di soggezione rispetto a chi fa dei miglioramenti il suo imperativo categorico.

Ci sono state delle fasi in cui la mia situazione economica e sociale è stata di gran lunga migliore di adesso, ma questi pensieri li avevo lo stesso, li nutrivo, non facevo altro che scomunicare in continuazione delle possibilità che non mi attraevano minimamente.
Non mi piace chi fa del dolore un fatto esotico, irrazionale a giorni alterni e in ogni caso sotto l'egida dei lenitivi. Voglio guardare il dolore per quello che è, senza abbellimenti. Come la passione, che tante volte è mostruosa al punto da demolire tutto il resto senza alcuno scrupolo.

Passo sotto un balcone. C'è una coppia. Non si accorgono del mio passaggio sotto. Avranno una cinquantina d'anni. Lei indossa un camicione corto rosso e lui è in pantaloncini. Ha una pancia che fa provincia. Lei stende i panni, lui le si piazza dietro e accenna a spingere. Poi le mette l'indice della mano destra in bocca, sempre da dietro. La donna dice “Marò Pasquale, ma che fai?” e poi prende a succhiare il dito. Non guardo oltre, provo un senso di nausea immenso. La strada è piena di terrificanti volantini dei Testimoni Di Geova, che rompono il cazzo a ogni ora; ci sono anche delle blatte morte, che giacciono all'insù sotto un sole orrendo e caldissimo. Dalle fogne proviene un puzzo acido e infestante, intravedo alcuni vecchi su altri balconi che continuano ad agitare ventagli, c'è un cane che abbaia. Oggi ho voglia di radermi i capelli a zero e vorrei essere un eroinomane. Per abbattere ogni barriera di sopportazione e probabilmente per confinare definitivamente con la morte. Queste giornate dure, nere, non vanno isolate, non vanno dimenticate. Non sono giornate spurie, non vanno rinnegate. Significano invece molto, perché si disintegrano le barricate, si affossano le paurose trincee, si finisce per guardare nel baratro capendo che esiste, che non si debella con il bel pensare, il bel leggere e il bel parlare. Sono un fermo sostenitore di un concetto che ho sperimentato più volte: l'abisso aiuta a rimettersi in piedi. Senza dover rinnegare niente.

Entro nel supermercato. C'è un'aria di paese e pigra stamattina. Il banconista della salumeria è cordiale e gli sorrido. La prima volta in due anni che gli sorrido sul serio. Sono indeciso, maneggio roba che non voglio davvero per poi posarla. Lo facevo con le persone. Mi interrogavo e poi decidevo di no. Sono stato un buffone, uno stronzo. Ho manifestato interesse a persone, in prevalenza donne, che già sapevo essere distanti più di qualsiasi stella nel creato. Oggi non ci riuscirei, e non perché sono una brava persona. Solo perché ho ridotto gli spazi dell'ego, come un cannibale l'ho divorato, l'ho vomitato, ci ho pisciato sopra e ci ho anche dormito, con quel puzzo di decomposizione e stupidità.

Mi fermo per cinque minuti buoni allo scaffale dei liquori. Ci penso, certo che ci penso. Il vino non mi piace. I liquori mi piacevano anche troppo. E se comprassi quattro bottiglie? Se la piantassi con questo fottuto equilibrio, con questo controllo pulsionale che somiglia a un percorso di macellazione degli istinti? Se la finissi con questa storia del contegno vitale da riacquisire? Ma chi cazzo l'ha mai smarrita, la vitalità? Quella è sempre rimasta, soprattutto in prossimità delle bocche da abisso.
Oggi non ho voglia di sentirmi dire 'ti amo'. Oggi non lo merito perché oscillo troppo verso i miei moli deserti e non riesco a fermare questa dolorosa migrazione verso la mia cifra migliore, il deserto appunto.
Non si può amare un deserto. Un deserto non culla e non protegge, non rimedia e non è dimora per gli amanti della varietà.

Pago in cassa. Sono una smorfia. Ripenso a quella coppia sul balcone. Ora staranno scopando pesante, tutti sudati su un volgarissimo letto con testiera dorata, sotto qualche immagine sacra, con i figli passati a qualche zia o a qualche vicina. Torna la nausea mentre faccio passare la tessera. Ma che me ne fotte dei punti, non voglio vincere le valigie e neanche il libro di quel famoso cuoco. Li detesto, quei dannati cuochi straricchi e spocchiosi, loro e le loro salsette di merda con le foglioline dentro. E quelle stupide competizioni depravate per ottenere i loro complimenti e pubblicità in vista dell'apertura di un ristorante.
Piuttosto che partecipare a un programma gestito da famosi cuochi preferirei uccidere un uomo su commissione. Pago. Pago dodici euro e otto centesimi. Non mi danno il bollino per i premi. Non lo chiedo e uscendo mi infilo una sigaretta in bocca.
Fuori al supermercato c'è quella donna che mia madre saluta sempre. Pare che sia guarita da un tumore. Mia madre dice che è stato merito del signore. Io non credo affatto, ma se a loro fa bene pensarla così che facciano pure.
Non puoi togliere Dio a chi non ha più niente da troppo tempo. Rispetto chi crede e pretendo di essere rispettato per le mie posizioni, ma non posso farci nulla, la religione, qualsiasi religione, non mi interessa minimamente. Tentare di credere aumenterebbe il mio sentimento di prigionia, non posso permettermelo. Non nego Dio in assoluto, non ho tutto questo tempo per cercare di capire, nego un Dio per me. Discorso chiuso per sempre.

Tornando verso casa ricevo la telefonata di un vecchio amico. Ha voglia di parlare, io no. Lo lascio raccontare fatti che dopo poco mi estenuano. Però lo ascolto eccome. So ascoltare anche quando non me ne fotte niente. Sarà una questione di educazione.
Quando, dopo aver svuotato le palle alla sua aneddotica impellente, mi chiede finalmente come sto, mi viene da pensare che dovrei dirgli la verità: “Oggi vorrei pungermi, bere, autodistruggermi e domani tornare nel mondo con la stessa faccia di cazzo di sempre”.
E invece ecco il vigliacco che sono, il formalista merdoso: “Discretamente, hai visto che il Napoli ha pareggiato 2-2 con il Bournemouth?”

Risalendo la strada con il telefono in una mano e la busta della spesa nell'altra, evitando blatte morte e oscuri anatemi sulla fine del mondo, mi chiedo se la coppia avrà finito. Chissà se le viene dentro, e comunque chi se ne frega.


©Luca De Pasquale 2017



Nessun commento:

Posta un commento