25/07/17

Teatro interiore


Odore di pizza.
Sono fuori al locale, guardo dentro, penso che il mare è a pochi passi da qui e la libertà è a pochi coraggiosi respiri dalle mie prospettive.
La pizza non mi piace.
In certe occasioni mi piacerebbe non sentire, non guardare, non parlare. Non seguire gli impulsi, non catturare odori o immagini possibili. Immagini che finiscono con il sovrapporsi ad anticamere di desideri diversi dalle abitudini del bisogno.
L'odore di pizza è fortissimo e non lo gradisco. Mi domando quale sia il mio odore stasera. Di fumo? Non solo e non sempre.
Molte immagini mi inseguono, mi sorpassano, mi lasciano fermo qui fuori.
Tutte le volte che non ho trovato la voce, proprio quando volevo parlare, quelle rare occasioni in cui mi beffavo.
L'immagine dell'empatia autodistruttiva che mi prendeva in certe sere d'inverno, dopo aver intercettato negli occhi di mio padre quella malinconia che trovavo insopportabile e così simile alle mie paure. Ogni volta che mi sono avvicinato a lui per abbracciarlo, scongiurando così confronti alla pari.
E ancora, ogni volta che ho incontrato donne che in qualche modo mi avevano rubato qualche parte, quello strano dolore mentre camminavo verso appartamenti o abitazioni: quello strano dolore che si traduceva in una frase accesa e ferma, “l'amore porta tracce di dolore che non si possono tenere sotto osservazione”.
E l'immagine del silenzio durante le prediche, le osservazioni fuori luogo di conosciuti e sconosciuti, il silenzio che precede la preparazione a un lutto e poi la sua elaborazione.
Notti che si prevedevano tranquille e sedate, trasformate senza consapevolezza in tavoli autoptici al neon, notti piene di carta straccia, perché scrivere sveglia parti pericolose di una persona, scrivere accende i riflettori sul campo dissodato, sul parco giochi deserto, su storie familiari rimosse e per questo cariche di rancore, di straniamento che finisce per spingere ad altro, a passioni davanti a muri maestri che non si sbrecceranno mai.

Sono qui fuori, non entrerò.
Non voglio mangiare, non voglio acquietarmi. Non ci riesco.
Non posso aiutarti, mi dico.
Quante volte ho abbracciato qualcuno solo per imparare il silenzio?
Ho seguito delle persone solo perché mi ricordavano qualcuno che non avevo mai conosciuto.
Ogni emozione persa è un fantasma da tenere presente per guarire.
La musica è sogno, sì: non sempre ne sono stato degno. La musica, camera iperbarica, baita sottomarina, stella sfilacciata, labbra incollate alla disciplina militare del silenzio.
Non posso aiutarti, mi ripetevo da bambino quando non riuscivo a dormire tra i miei genitori. Ero troppo consapevole che li avrei persi, e che avrei fatto storia familiare accanto a loro, come una sanguisuga, come quel bambino sensibile che non volevo essere e che detestavo a giorni alterni.

Non mi piace la pizza, mi disorienta mangiare in pubblico, finisco con l'allontanarmi dalla sensazione che amo di più, la percezione di un mare vicino e per questo irraggiungibile.
Il teatro interiore non ha trama. Sono fili che collegano mondi a utopie, note a caratteri, occhi spalancati di notte a respiri leggeri quando la tregua guadagna le stanze panoramiche.
Non si scrive per guarire, non si scrive per morire. Si scrive per restare svegli, forse per scongiurare i dolori veloci del curiosare nel mondo, io sicuramente scrivo per stare ufficialmente zitto e permettermi così un'esplorazione in apnea che non potrà infastidire gli intolleranti presunti angeli custodi.

Sapendo benissimo di non potermi aiutare in questo e altri modi, mi chiedo unicamente di non commettere l'errore di spegnere tutte le luci mentre gli altri sognano. Quella è una crudeltà inutile, che non ho diritto di compiere.
Anche distrattamente.


©Luca De Pasquale 2017

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