16/07/17

Scuro e luminoso come una canzone di Richard Hawley


Decido di cercare tutti gli alberghi e le pensioni dove sono stato con i miei genitori tra infanzia e adolescenza.
Ci impiego meno di mezz'ora per rendermi conto che non ne è rimasto attivo o in piedi nemmeno uno. I tempi sono cambiati, in tutto e irrimediabilmente.
Del resto, mi dico, solo un amico di mio padre è ancora vivo. Gli altri sono svaniti, dimenticati. Le cartoline che ho ritrovato di molti di loro sembrano essere state scritte da individui mai esistiti.
Una, datata luglio 1975, proviene da Maratea e recita: “Caro Paolino, un sentito abbraccio dalle onde e dalla serenità a te e famiglia. Riccardo e Annalisa”
Riccardo e Annalisa. Papà non me ne ha mai parlato.
Un'altra è di un collega di mio padre, Enrico Della Corte da Ercolano: “Signor Paolo, tanti saluti e a prestissimo. Per ora riposiamoci... Enrico”, Ischia 1976.

Compio quest'operazione nostalgia quasi senza rendermene conto, sono consapevole che si tratta di un mio rituale estivo, quando vado in letargo e cerco la solitudine molto più che in inverno.
In fondo non sono molto diverso da quelli che continuano a riprendere in mano i dischi che compravano da ragazzi, illudendosi di poter fermare per un istante lo scorrere del tempo e il disincastro metodico degli ideali. I miei gesti tra le cose di mio padre valgono quanto il disperato ritornare sui luoghi dei primi amori, delle emozioni nuove, tra le rovine fiorite di ricordi sempre abbelliti dalle sconfitte patite.

A mio padre il mare piaceva. Piaceva al punto che per anni ha organizzato vacanze in posti di mare nonostante le perenni difficoltà economiche. Solo che io non apprezzavo chissà quanto. Il mare mi piaceva contemplarlo, non immergermici con un costume e un pallone. In quei posti sfuggivo al rituale noioso della spiaggia e andavo in giro, immaginando quelle strade in inverno, sotto chirurgici temporali. Mi sembravano paesi in cui era troppo facile innamorarsi e poi dirsi addio.
Non ho mai creduto negli amori estivi. Nelle sbandate cotte e servite nei villaggi e negli alberghi. Le passioni vere, pensavo, hanno bisogno di un vetro che pianga pioggia in ore pigre, non di soleggiata pubblicità.

Molti anni fa prenotai in un albergo dove la mia famiglia aveva trascorso ben sette estati, in Cilento. Mi presentai quasi senza bagaglio, era ottobre, presi possesso di una camera ordinata e malinconica, estrassi dallo zaino tre libri, carta, penna e un walkman. A condire il tutto, sigarette e desiderio di isolamento creativo. Non scrissi una sola riga, ma ricordo quel soggiorno solitario come una delle più belle pause prese dalla vita urbana e asfissiante. Camminavo, riflettevo, aspettavo il senso di attesa che ormai mi sembrava di aver perso nella frenesia e nella lotta disordinata.
Chi lotta senza guida è destinato a fottersi tutti i miraggi. E anche dell'amore ne riconosce gli ondeggiamenti, l'assenza improvvisa, l'annunciata pochezza. Si diventa incapaci di apprezzare la presenza, l'attenzione. Si svuotano i gesti più sinceri bollandoli come routine grezza e stancante. Si cerca l'esotismo del disastro per giustificare che la notte non si dorme.
Ho praticato questo errore per decenni. Partivo dalla constatazione che di notte non ho mai dormito con la pace addosso. Era allora facile rendere tutto il resto consequenziale e spiegabile. Nient'altro da dichiarare.

Evito incontri sporadici e appuntamenti fissi con la nostalgia organizzata da altri. Non posso permettermelo.
Non sarà il garbo naturale a costringermi a mettermi comodo sotto un altarino della memoria e sgranare i petali riciclabili del rimpianto metodico.
Intristirsi insieme non significa diventare fratelli. Condividere un lutto o un'ossessione e passeggero, non salda sul serio.

Ti ricordi di quando eravamo ragazzi, i nostri giri all'università a caccia di donne difficili?”, mi ha chiesto all'improvviso un amico durante un caffè taciturno qualche giorno fa.
Ricordavo benissimo, ma mi sono sottratto: “Passato troppo tempo”
Non ti piace ricordare il passato?”
Può essere pericoloso, parliamo di calciomercato”

Sono io, con il mio rimestarli ogni estate o quasi, a far invecchiare ancora di più i cimeli della vita di mio padre. Con la mia ritualità egoista non faccio altro che alimentare la portata della distanza da quel vero che si è spento e che continua a vivere nella mia malinconia a compartimenti stagni.
Siamo egoisti quando ci lasciamo andare al ricordo degli assenti. Non è la loro essenza, e di sponda i loro sogni, a interessarci, quanto il deserto che il loro mancare ci ha scavato dentro, tane lussuose o spartane che siano non ha alcuna importanza.
Lo stesso procedimento lo usiamo volgarmente nei sentimenti attivi, attuali, in cui la controparte respira. Amiamo spesso dell'altro quel che rappresenta nella nostra vita, non la sua vita unica, presa isolata, quasi pura.
Quando siamo innamorati e anche quando ci crediamo al sicuro, scriviamo poesie, canzoni, leggiamo libri velocemente, osserviamo la natura con sincero trasporto, accettiamo i contrattempi, i rovesci, i pezzi di merda.
Diamo da mangiare a quell'animale orbo che è questa visione dell'amore, privata però di un elemento fondamentale: il dolore spiazzante rappresentato dalla ricerca di quel senso nuovo e raro che ci vorrebbe assenti da noi stessi quando amiamo veramente.
Siamo autocentrati, banali e stanchi. Ci hanno insegnato ad amare le cure, non le diversità che si avvicinano.

L'estate è anche, per me, la stagione adatta alla musica di Richard Hawley. E così prendo i suoi dischi, li maneggio rassicurato, li dividerò per notti. Sono strani i dischi di Richard Hawley, davvero. Struggenti, piovosi, adatti a lampioni nella nebbia, a fiori buttati nei cestini, a messaggi d'amore destinati ad inquinarsi nel solo pensarli. Eppure, con quei dischi non sei mai solo, trovi rapidamente un fratello di quelli più intriganti, gli uomini che camminano attraverso la loro stessa vita con una sigaretta accesa, il petto scuro e grave ma sempre illuminato da un'involontaria trasparenza, il senso di attesa che avevamo smarrito in qualche breve stanza di baci.


©Luca De Pasquale 2017







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