31/07/17

Ritirata erotica senza ufficiali


Impossibile scrivere con la luce del giorno. Con il caldo, lo sguardo velato, il corpo smanioso e in opposizione.
Percorro la strada che mi riporta a casa, le finestre del mio appartamento mi appaiono quasi deformate dall'afa gassosa che appesantisce anche il respiro.
Ai bordi della strada, profilattici usati, bustine consumate di Riopan, deiezioni canine, rotocalchi “per signorine e militari”, come diceva un tempo mio nonno paterno.
Incrocio una donna che conosco di vista. Sono anni che sappiamo l'uno dell'esistenza dell'altra. Non ci salutiamo mai. Io finisco per imbarazzarmi e quasi sempre tossisco o mi schiarisco la voce, che è una cosa ridicola.
Lei non mi attrae, ma ho notato quasi da subito che la sua è una faccia da orgasmo, da piacere oltre misura, una sorta di smorfia perpetua verso il basso e la pericolosità delimitabile del godere.
Ho idea che basterebbe sfiorarla per accenderla, perché praticamente brucia da sola, brucia di vita, di quella voglia estenuante di saltare gli attimi stanchi del vivere, in nome di una ricerca chirurgica ma confusionaria delle onde del sesso.
Nella mia vita ho incontrato molte persone che avevano gli occhi del sesso ed esibivano movenze feline che stavano lì a ricordarti quanto gli agguati della carne possono illudere di potersi liberare di tutti gli osceni paraventi di certi giorni uguali, costrittivi, squallidi.
Solo che ho sempre preferito gli occhi malinconici. Inquieti e un po' sperduti. Recepisco l'erotismo intermittente della desolazione, capace di scuoterti l'anima e rientrare alla base distruggendo in pochi minuti quello che si è condiviso.
Ho sempre considerato abbastanza ridicoli, per non dire spiacevoli, i maratoneti e gli staffettisti del sesso. La loro retorica schiumosa, le loro minacce eccitanti a cavallo tra oscenità e stoicismo di maniera. Penetrazioni, rapporti orali e acrobazie laterali con estensione dei tessuti sono religioni vicarie, cariche di ombre invalicabili, non bastano a loro stesse e non possono coadiuvare altre forme di esaltazione sensoriale. Sono abissi veloci, che pure mi hanno irretito più di tante forme apparentemente più spirituali.
Da adolescente credevo che lo spettacolo più incredibile del creato per un uomo fosse poter guardare, con ammirazione e gratitudine, una donna godere. Grazie a te, alla tua presenza, alle tue mosse che vorrebbero essere singolari e personali e invece sono solo standard che si perpetrano nei secoli dei secoli. Con varianti dovute più che altro all'inquietudine interiore, non certo alla tecnica sessuale.
Oggi penso invece che il piacere sia un codice guerriero che non va diffuso con leggerezza. Un codice di disperazione e speranza di cui ogni uomo minimamente vivo può disporre. La speranza qualche volta si realizza solo con la disperazione dei gesti. Altro che fare l'amore sotto la luna, con petali di rosa che cascano dal nulla e musiche al giulebbe che finiscono per tramutare la libido in terrore di incompatibilità chimiche e ambientali.

La donna che conosco di vista va a conquistare il mondo con il suo sguardo sfacciato, risoluto, con la sua andatura di barca a vela verso l'inferno. Non riesco a provare né desiderio reale né curiosità da nutrire anche solo per noia.
Oggi le linee di mare e cielo non sono dello stesso colore, e così mi sembra di camminare sotto un quadro gigantesco di Rothko.
Il cielo è quasi oro sciolto, è tutto calore; il mare è di un celeste stinto e seducente. Io odoro d'insonnia, non credo che riuscirò a scrivere molto, mi piacerebbe innescarmi un inverno dentro e uscirne vittorioso, con un altro nome, con uno sguardo più organizzato, meno sensibile alle malinconie preferite.
Ho addosso la sensazione di poter fare a meno di chiunque e di qualsiasi cosa, ma sarà un effetto del clima, delle fredde pianificazioni di stanotte, quando ho deciso di vivere quest'estate senza pelle, senza menzogne, soprattutto nell'atto personale che reputo più sacro e reale, quello di scrivere.
Chi dice che scrivere è una terapia è un bastardo mentitore. Non credete a queste sciocchezze. Scrivere è il sipario che si strappa, è il massacro della pazienza ereditata dall'educazione, è lo squarcio delle regole ferme, la putrefazione dell'idea di fortezza invalicabile.
Scrivere, in particolare in questo momento dell'anno e della mia storia, è un tentativo inevitabile di restare vivo, e di non permettere alla superficie di acquietarmi, di assoggettarmi a una calma costruttiva che non desidero affatto, cosparsa com'è di fiori marci, illusioni a comando, incontri teleguidati e consuetudini che niente hanno a che vedere con la vera familiarità.
Non perderò un solo istante del tempo che mi resta a guadagnarmi un ruolo nuovo e spendibile, magari per ricusare vigliaccamente, da smemorato e da stronzo, tutta la coltre di arcobaleni imperfetti che mi sono trascinato dal cielo cercando disperatamente un senso nella successione dei giorni.

Accetto la mia cifra, che è lo strappo su tela bianca, la macchia d'inchiostro sulla mia inguardabile carta d'identità civile. Accetto che mi guidino gli impulsi più contraddittori e dolorosi e non i calcoli. Accetto la distanza e il lutto che rivivo ogni volta che devo tacere per non farmi accerchiare. Accetto anche la mia natura solitaria, tormentata fino alla comicità della stanchezza occasionale che cancella tutti gli spigoli nel disegno. Accetto che scrivere è la mia lotta, è che forse fallire senza impazzire è il mio modo di baciare la sposa, la vita, senza perdermi in una cerimonia che mi vedrebbe in parata di assenza.
Infilo le chiavi nel portone, persino la cassetta delle lettere appare lontanissima per il calore insopportabile.
Sono sudato e senza rabbia. Dentro, le mie navi procedono senza ufficiali verso una resa che nessuno ha preteso e che mi servirà a guardare occhi e silhouette del domani senza il vizio dell'attacco immotivato.
Certe ritirate sono più erotiche del miglior sesso da esportazione.

©Luca De Pasquale 2017



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